Avviso ai lettori: questo articolo contiene spoiler
Lo straniero di François Ozon (2025), concorrente alla 82ª mostra internazionale del cinema di Venezia, è un notevole adattamento dell’omonimo romanzo di Albert Camus, capolavoro dell’esistenzialista francese. Condensato di tematiche ancora attualissime, la storia di Meursault, il protagonista, è al tempo stesso essenziale e densa, come una poesia – e lo stesso vale per il film di Ozon. La sensazione, mentre si guarda, è che nulla sia di troppo, ma esattamente quanto basta: nelle inquadrature, nelle musiche, nei dialoghi, nella trama. D’altronde è il romanzo stesso di Camus ad avere questa natura di storia essenziale; un centinaio di pagine bastano per costringerci a guardare in faccia le tematiche filosofiche per eccellenza.
Rappresentare l’indifferenza
Anche il bianco e nero della pellicola è una scelta che pare attentamente ponderata: non c’è concessione ai vibranti “colori marocchini” (1) che tanto avevano affascinato il grande dell’arte romantica francese Delacroix, e si ha quasi la sensazione di una privazione crudele. Al tempo stesso il filtro del monocromatico ben si presta a rappresentare la coltre di indifferenza, il distacco radicale dalla vita che caratterizza il quasi indecifrabile protagonista Meursault, al quale tutto è apparentemente uguale. Non lo commuove la morte della madre, non è mosso a pietà dalla fatica del fidanzato di lei che arranca dietro il carro funebre sotto la calura, non lo turbano i guaiti del cane maltrattato da un suo condomino, né le grida dell’amante del vicino picchiata, che lui stesso ha aiutato ad attirare forgiando una lettera di riavvicinamento. Solo la relazione con una giovane donna, Marie, sembra rivelare la sua facoltà di sentire – ma anche in questo caso senza troppo sbilanciarsi. È capace di eros, ma non sembra attribuirgli alcun particolare significato, nemmeno emotivo.
Il culmine dell’assurdità che attribuiamo ai suoi comportamenti è però raggiunto un pomeriggio in spiaggia, quando Meursault, senza una vera e propria ragione di legittima difesa, spara al fratello dell’amante del vicino, con cui si era generata una rissa un paio d’ore prima. Dopo il primo colpo mortale ne aggiunge altri quattro; e per lo più fa tutto questo “per caso”, come per reazione al riflesso accecante del sole sul coltello dell’avversario, alla calura opprimente, alla seduzione della pistola come oggetto. Solo che la somma di queste azioni equivale, di fatto, a un omicidio.
Benjamin Voisin nei panni di Meursault in uno dei frame centrali della pellicola
Una filosofia umile?
L’indifferenza radicale di Meursault non vuole essere un’idiosincrasia, ma rappresenta, incarna una filosofia: è la noia e l’angoscia strisciante di chi guarda la vita senza i veli delle religioni, neanche quelle laiche dell’amore o della morale. E in questo sguardo c’è una forma di umiltà estrema, a dispetto dell’aura di superiorità e snobismo che potrebbe apparire emanata, a un occhio superficiale, dal volto impassibile dell’algido Benjamin Voisin nei panni del protagonista.
In effetti – e, si potrebbe dire, paradossalmente – ci è sembrato che con l’avanzare del film Meursault mantenga la sua carica inquietante ma perda sempre di più i contorni di una persona realmente malvagia, per assumere quelli di qualcuno che sospende il giudizio sugli altri e sulla vita talmente tanto da sembrare amorale e cinico. È tanto lontano dal dare importanza alla sua vita e ai suoi piccoli fatti, che in fondo sposarsi con una donna o con l’altra gli pare fare poca differenza – e non ha nessun problema a dirlo alla sua Marie. Se si fosse legato a un’altra, sposerebbe un’altra. La ama? Non sa dirlo, anche perché cosa significa amare? Quando sarà in carcere, Marie gli mancherà, ma poi il suo corpo si abituerà alla sua assenza. Lo stesso può valere per lei, le dirà: è un condannato a morte, non le porterebbe rancore se si innamorasse di un altro e un giorno lo dimenticasse. Insomma, Meursault non è incoerente, anzi. Persino davanti alla prova estrema – vivere o morire – la sua indifferenza non vacilla. Le sue dichiarazioni in tribunale non sono orientate a difendersi, non nasconde la sua visione della vita.
È sincero fino all’osso, così schietto da risultare quasi brutale, e Marie lo ama nonostante, o forse proprio, per questo. Non è semplice ascoltare le sue verità, ma Meursault non mente mai, come la donna grida ai giudici al momento della sua testimonianza in tribunale. Perché mentire? Che ragione c’è? Ecco un’altra regola dell’indifferente, che non è regola morale ma diretta conseguenza logica del dare alle singole vite umane il valore che hanno nell’ordine dei millenni e del cosmo: ben poco.
Certo, si potrebbe dire che il film di Ozon è un po’ sbilanciato nell’interpretare Meursault, poiché ci induce a farne quasi un eroe positivo, quando l’essenza de L’étranger è proprio che il suo protagonista è l’antieroe per eccellenza. Non un cattivo, non un buono, ma una figura indecifrabile che ci sconvolge, ci turba, non smette di interrogarci – perché ci è straniero, è straniero alle logiche della vita come siamo abituati a considerarla per darle un senso, presi dall’illusione biologica di essere il centro del mondo, che alimentiamo con le costruzioni culturali più varie. Lo straniero non è “l’arabo” che Meursault uccide – che infatti, non a caso, riceve un nome e un cognome nell’ultima scena del film – ma Meursault stesso (2). Eppure, forse, c’è un po’ di Meursault in tutti noi.
Uno sfondo storico e politico preciso
La fissazione della giuria e degli avvocati durante il processo per omicidio a carico del protagonista è “affacciarsi sulla sua anima”: poterla giudicare, verificare se esiste, provare (per l’accusa) la sua natura malvagia. Non potrebbe essere reso più evidente, allora, quanto la morale della laica giustizia francese sia intrisa di concetti in realtà religiosi, di assunti teorici indiscussi. Il filosofo Camus sa esattamente come puntarci il dito con la storia che tesse.
D’altronde, un aspetto interessante della resa del romanzo operata da Ozon è anche la sua puntualità nell’affrontare, senza clamori ma con precisione chirurgica, la questione coloniale: nel film emerge netta la separazione invisibile tra francesi ed algerini, che spesso si incrociano nei caffè, nelle strade e nelle spiagge, ma sono invero ben distinti da un bagaglio di diritti diversi e da un muro di incomunicabilità raramente rotto. Nello stesso processo per omicidio, come il regista fa dire alla sorella della vittima, quest’ultimo non conta niente: conta solo la morale dell’uomo bianco, conta come ha trattato sua madre, se ha pianto al suo funerale, se ha avuto una relazione extraconiugale.
In questa coltre di ipocrisie, l’indifferenza e la noia di Meursault appaiono per contrasto più giuste. Ha ucciso e pagherà la sua azione con la vita, non se ne lamenta. Ma che non gli si chieda di più: ha ucciso senza volerlo, “per caso”, e avrebbe preferito non sparare, ma non dirà di essersi pentito per salvare la sua pelle in questo mondo o in un fantomatico aldilà. La scena finale pare, allora, quanto mai giusta nel togliergli il protagonismo (perché ricordiamoci, Meursault non è un eroe): non vediamo la sua esecuzione, ma la tomba sul mare dell’uomo che ha ucciso – né cattivo né buono ma, proprio come lui, solamente un uomo (con un nome).
Una pellicola, una lente di lettura
L’interpretazione di Ozon ci è sembrata, insomma, non condannare il cinismo esistenziale espresso dalla storia di Meursault, ma piuttosto avvicinarlo ad una costellazione del sentire che richiama l’imperturbabilità epicurea celebrata da Lucrezio nel De rerum natura, la visione cosmica dell’ultimo Leopardi e quella più ‘terrestre’ evocata da Mary Oliver in poesie come “Wild Geese” (Dream Work, 1986). Forse è anche la presenza così forte della natura nella pellicola e nelle ultime riflessioni di Meursault, nonché la bellezza del girato e dei suoi protagonisti, a rafforzare questa impressione.
Nel bianco e nero di Ozon la bellezza del mondo naturale è evidente tanto quanto la sua indifferenza alle vicende umane. Al contempo, gli uomini e le donne sono belli se visti come parte di esso; è bella Marie, è bello e naturale che alla fine della sua vita, in ospizio, la madre di Meursault abbia “giocato a ricominciare” trovandosi un fidanzato, perché sul finire della vita il peso sociale del gioco si fa meno ingombrante ed è più facile ricordarci che siamo anche noi, semplicemente, parte di un grande ciclo. Dopo tutta la noia che ha manifestato prima della sua condanna a morte, Meursault – in un’evoluzione che non ha nulla della conversione ma qualcosa della realizzazione filosofica – riconosce che “un uomo che ha vissuto anche solo un giorno avrebbe abbastanza ricordi per sopravvivere per una vita in carcere, senza annoiarsi”. Continua ad essere un minimalista, Meursault: è questa frase la cosa più vicina ad una dichiarazione d’amore che sa fare a Marie. Ma è una dichiarazione sincera, forse l’unica sinceramente possibile. E, nonostante la delusione evidente delle sue aspettative più naïf, Marie sembra capirlo.
L’ultimo pugno allo stomaco di questo film iperdenso sta nella musica dei titoli di coda, che inaspettatamente irrompe nel silenzio della scena della tomba con note punk-rock (3). Davanti alla vita senza senso che portiamo, pare dire, viviamo il presente, ricordiamo il passato e, se ci riusciamo, balliamo.
Note
- Per ragioni di semplicità realizzativa, il film di Ozon è stato girato a Tangeri, Marocco, non nell’Algeri in cui Camus ambienta il suo romanzo filosofico. Perlomeno agli occhi occidentali la somiglianza è sufficiente per reggere la finzione scenografica. Delacroix fu appassionato pittore del Marocco, vi viaggiò a lungo con qualche breve ma intensa escursione in Algeria, e fu molto colpito sia dall’estetica di questo “oriente nordafricano”, sia dalle sue realtà sociali e culturali. Per un’idea generale si veda Tahar Ben Jelloun, Lettre à Delacroix. Gallimard 2010.
- Anche in questo senso è Meursault lo straniero: è lui il pied-noir, il colonizzatore che si sente a casa ma in realtà risiede nella terra di qualcun altro, qualcuno (un popolo) a cui il controllo della stessa è stato tolto con la forza. Ce lo ricorda Djamila, la sorella della vittima Moussa, con una risata amara, in una breve conversazione con Marie.
- Invero la scelta della canzone non è così sorprendente per chi riconosce Killing An Arab dei Cure, ispirata proprio al romanzo di Camus (singolo che ha, tra l’altro, una storia di ricezione molto interessante, caratterizzata da fraintendimenti razzisti che, nonostante la loro infondatezza, confermano la forte carica di ambiguità de Lo straniero). Permane tuttavia l’effetto di forte contrasto con il resto della colonna sonora (a cura di Fatima Al Qadiri) e con la scena finale, contrasto che è difficile ritenere casuale.
Sitografia e bibliografia
Tahar Ben Jelloun, Lettre à Delacroix. Gallimard 2010
Crediti immagini
Screenshot autoprodotti da fotogrammi del trailer del film Lo straniero (2025)


