Quando si parla di comunità incel -acronimo di involuntary celibate, celibi involontari- il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sullo stesso punto: la misoginia. Gli episodi di violenza, il linguaggio degradante verso le donne, le teorie sulla gerarchia sessuale. È comprensibile; ma è anche, in parte, un errore di messa a fuoco, se l’incipit è quello di parlare di cosa dà, agli incel, effettivamente modo di ribattere.
Focalizzandosi sull’argomento, non è del tutto corretto citare (o citare solo) l’odio nei confronti delle donne, perché lo stesso, lì, è normalizzato, condiviso e celebrato. Non è, quindi, un tabù (dato anche che, bene o male, sta alla base della loro stessa grammatica).
Il vero tabù è la speranza.
Entrare nei forum: un’etnografia del determinismo
Immaginiamo di entrare in uno di questi spazi –i forum su Reddit prima dei vari ban, poi Incels.is, poi gli svariati canali Telegram, poi i nuovi aggregatori– e di osservare i thread come farebbe un antropologo; e prendiamo, quindi, il Forum dei brutti, che è la più grande community incel in Italia.

Quello che colpisce non è tanto l’aggressività, quanto la struttura ripetitiva del discorso.
Ci sono le foto. Profili maschili analizzati millimetro per millimetro: la distanza tra gli zigomi, l’angolo della mascella, l’altezza del naso. Esiste un lessico tecnico che è anche un sistema di “caste”. Ogni volto viene collocato in una gerarchia immutabile.
Ci sono le statistiche. Studi sulle app di dating interpretati come prove cosmiche: “il 78% delle donne considera attraente solo il 20% degli uomini.” I numeri circolano senza fonte, oppure con fonti mal interpretate, ma questo è secondario. La funzione non è informativa: è rituale. Ogni dato conferma ciò che già si sa.
Ci sono le teorie. La blackpill, contrapposta alla pillola rossa (redpill, che ha altri pensieri alla base), sostiene che l’attrattività sia interamente determinata da fattori genetici immutabili: struttura ossea, altezza, simmetria facciale. Non c’è nulla da fare: “la partita è già finita prima di iniziare”.
Ciò che emerge da tutto questo insieme è un sistema chiuso. Non nel senso deteriorante del termine, ma in senso quasi termodinamico: un sistema che non scambia energia con l’esterno, ma che (come tutte le bolle, d’altronde) si autoalimenta e che al suo interno sembra anche aver raggiunto un proprio equilibrio.
Il coping
In questo universo c’è una parola che funziona come insulto capitale: coping.
Vale la pena precisarlo, perché il termine rischia di essere frainteso. Il coping non è un’invenzione incel. In psicologia, le coping strategies -strategie di fronteggiamento- sono i meccanismi che le persone usano per gestire lo stress, il dolore e le avversità della vita, di qualsiasi genere. Possono essere adattivi, poiché la strategia è quella di cercare supporto sociale, rielaborare cognitivamente un’esperienza e sviluppare nuove competenze; oppure disadattivi, quando prevedono l’allontanamento e la negazione del problema stesso. Non c’è nulla di intrinsecamente negativo nel termine. Anzi: fare coping, in senso tecnico, è esattamente quello che gli esseri umani devono fare quando la realtà fa male.
La comunità incel ha preso questo termine e lo ha ribaltato. Nel gergo dei forum, coping non indica una strategia disadattiva, ma qualsiasi tentativo di migliorare la propria situazione. Il lavoro su se stessi diventa coping. La terapia diventa coping. La speranza stessa diventa coping. Il termine viene usato per screditare non l’illusione, ma anche la mera possibilità. È una delle inversioni semantiche più riuscite del gergo online: prendere una parola della psicologia clinica, svuotarla del significato originale e riempirla del significato opposto. In questo modo, anche il linguaggio diventa un guardiano del sistema chiuso.
Quindi, se un utente scrive “ho iniziato a uscire di più, a lavorare sulla mia postura, a parlare con più persone“, la risposta della comunità è quasi sempre la stessa: “stai facendo coping”. Anche se qualcuno racconta di aver iniziato una relazione è, inevitabilmente, coping. Anzi: o è coping, o sei fortunato o, ancora, lei è di bassa qualità.
Il conforto perverso del fatalismo
Bisogna, tuttavia, fare uno sforzo di comprensione (che, comunque, non significa giustificare, quanto capire).
Il determinismo genetico -l’idea che tutto sia già deciso, che la struttura ossea sia destino- offre, forse, qualcosa di prezioso: la fine dell’incertezza, che porta con essa la fine di una certa forma di sofferenza.

Se il fallimento nelle relazioni è causato da fattori immutabili, allora non c’è nulla da fare; ma il “non c’è nulla da fare” ha due facce: la prima è la disperazione, la seconda è il sollievo.
Sollievo perché non bisogna più provarci. Perché il rifiuto non è più un giudizio sul proprio carattere, sulla propria personalità, sul proprio modo di stare al mondo, ma un verdetto biologico impersonale, come un gruppo sanguigno.
Sollievo perché la narrativa della propria vita diventa coerente e, soprattutto, spiegabile.
Gli psicologi parlano di identità ferita, cioè un’identità costruita attorno a una perdita o a un fallimento, che però offre coesione interna e appartenenza sociale; la comunità incel è, tra le altre cose, anche questo: un luogo dove il dolore viene trasformato in teoria e la teoria in legame.
Viene da sé che, se qualcuno parla di speranza, il sistema di equilibrio rischia di spezzarsi.
Il blocco unico che non esiste
C’è un secondo tabù, quasi invisibile, eppure strutturale: l’idea che le donne non agiscano come un blocco unico.
Nelle comunità incel, “le donne” sono sempre un plurale collettivo ma, al tempo stesso, funzionano come un singolare.
Le donne preferiscono.
Le donne selezionano.
Le donne mentono.
Le donne ipergamano (ndr. “ipergamare” significa cercare sempre dei partner di “status” più alto rispetto al proprio: più belli, più ricchi ecc.).
Questa generalizzazione non è un errore di ragionamento, ma una necessità strutturale del sistema. Se le donne fossero individui con preferenze diverse, storie diverse e gusti diversi tra loro -e, cioè, se alcune preferissero uomini bassi, o brutti, o goffi, o gentili-, allora il determinismo genetico si incrinerebbe.
E in tutto ciò, va specificato che, molto spesso, la ricerca stessa di una partner da parte degli incel è immagazzinata all’interno di un determinato gruppo di donne che, comunque, esistono, ma non perché sono donne, bensì perché fanno parte della fetta di persone molto superficiali, attente all’estetica, al denaro e all’escalation sociale. E, ad esempio, un altro tabù fondamentale è parlare con gli stessi portando la propria esperienza di donna “strana”, emarginata per gran parte della propria adolescenza perché fuori dagli standard, con passioni particolari, non omologate a quelle altrui. Tuttavia, sono le donne che, molto spesso, vengono categorizzate come “brutte” o “di meno valore”.
Perché la speranza è il vero nemico
Si arriva così al paradosso centrale.
Una comunità nata, almeno in origine, dalla frustrazione e dal dolore reale. Infatti, su elementi come la solitudine, il rifiuto, l’isolamento si fonda la costruzione di un’identità collettiva che sopravvive solo finché quel dolore rimane senza soluzione. La speranza non è semplicemente inutile: è attivamente pericolosa per la coesione del gruppo.

Se qualcuno guarisce (se, quindi, inizia una relazione, sviluppa fiducia, cambia contesto e scopre che le cose possono andare diversamente) non è un individuo che porta buone notizie alla comunità. La sua storia è una minaccia, perché suggerisce che l’appartenenza al gruppo non era un dato immutabile, ma una condizione e che, quindi, se ne può uscire.
Ecco perché quel singolo viene accusato di coping, perché bisogna, a tutti i costi, proteggere l’identità condivisa da eventuali minacce.
Cosa rimane sotto
Se si riesce a guardare al di là del lessico, delle teorie, della misoginia -che è reale e non va minimizzata- ciò che rimane è qualcosa di più semplice e più triste: una paura.
La paura che il fallimento non sia solo esterno, che la struttura cranio-facciale non riesca a spiegare tutto. Che ci sia qualcosa nel proprio modo di essere che contribuisce all’isolamento; non l’altezza, non il viso, ma qualcosa che potrebbe effettivamente cambiare. Ma che fa, tuttavia, paura, perché cambiare significa prima di tutto ammettere.
Le comunità incel non sono semplicemente luoghi di odio.
Sono anche, innanzitutto, luoghi dove il dolore ha trovato una forma. Una forma che lo protegge dall’unica cosa che potrebbe davvero dissolverlo: la possibilità che le cose vadano diversamente.
Fonti
Rousis, G. J., Martel, F. A., Bosson, J. K., & Swann, W. B. (2024). Behind the Blackpill: Self-Verification and Identity Fusion Predict Endorsement of Violence Against Women Among Self-Identified Incels. Personality and Social Psychology Bulletin, 50(11), 1531-1545. https://doi.org/10.1177/014616722311664
Pettersson, K., Marveggio, M.D., Callaghan, P. and Augoustinos, M. (2025), Fatalism, Evolution, and Interpersonal Attractiveness: Psychological Theories and Emotions in Incels’ Constructions of Ingroup Identity and Outgroup Hate. Eur J Soc Psychol., 55: 342-356. https://doi.org/10.1002/ejsp.3145
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