I TANTI VOLTI DELLA PALERMO DEL CRACK: La fattoria e la Comunità di Sant’Onofrio

È mattino presto, appuntamento all’alba con un amico e una giornalista per far strada verso Trabia, un comune marinaro di circa diecimila abitanti nella provincia di Palermo. Per me Trabia equivale alla romantica storia del Principe Raimondo Lanza, il principe della canzone di Modugno: L’uomo in frak, l’uomo affascinante e ribelle che decise di togliersi la vita.

Però da oggi per me Trabia rappresenta la bellissima Comunità di Sant’Onofrio dell’Opera don Calabria. Dove la vita qui invece, la si restituisce!

LA FATTORIA

Immersa nelle campagne di Trabia, con i suoi 300 ulivi si erge la meravigliosa fattoria di Sant’Onofrio, ad accoglierci è Marta Spera, la responsabile delle attività. La sua luce ci attrae in questa struttura che era abbandonata, oggi essenza di una rinascita grazie al lavoro di ragazzi che riconoscono l’importanza della vita.

Dei gattini si avvicinano miagolando, la loro tenerezza ci conquista e Marta ci guida all’interno della struttura per mostrarci il loro operato.

“Siamo in modalità invernale” ci dice “in questo periodo siamo chiusi al pubblico ma appena inizia la primavera, partiamo con i laboratori anche per le scuole. Abbiamo la produzione del miele grazie alle nostre api e il caseificio” nel frattempo si appresta a regalarci un assaggio di miele di api nere “abbiamo le oche, le galline, i conigli, pecore al pascolo che chissà dove si trovano in questo momento. Una di loro è provvista di un GPS, perché camminano in gruppo e ne basta uno per tutti. Così anche per le mucche”.

Ci racconta che il caseificio non prevede produzione quotidiana ma è utilizzato per lo più per le scolaresche, per far fare esperienza attiva ai bambini e ragazzi cimentandosi nella lavorazione dei formaggi.

Le chiedo qual è stata in quegli anni la partecipazione delle scuole e risponde: “L’anno scorso, il 2025 è stato il primo anno e abbiamo avuto una presenza di circa 400 ragazzi, ma facciamo attività anche con i disabili. Mandiamo le proposte a settembre e tra aprile e maggio iniziano a partecipare attivamente”.

La terra e gli animali qui, vengono custoditi, curati e protetti dai ragazzi che dalla comunità si dividono le mansioni, qui trovano la libertà che li fa respirare senza aver bisogno di altro ossigeno, se non quello della vita stessa.

Ringraziamo Marta Spera, allontano un gattino che si era infilato sotto una macchina e ci allontaniamo in direzione poco lontana. La Comunità.

LA COMUNITÀ DI SANT’ONOFRIO

Ci troviamo ai piedi dei monti di Trabia, presso la comunità Sant’Onofrio, santo protettore dei poveri e dei più deboli, dove i tossicodipendenti che si rifugiano in questo posto, fanno lunghe passeggiate all’aria aperta: un buon modo per disintossicarsi!

A introdurci è Ettore, il responsabile di sede e del programma riabilitativo dei ragazzi, un uomo dalla voce gentile e il sorriso pacato. Ettore ci racconta che in origine era una terra di proprietà del comune di Termini Imerese, che l’aveva data con un affitto simbolico a una famiglia mafiosa di Caccamo che per un po’ di olio e di formaggio, aveva in gestione 120 ettari di terreno, terra di latitanti.

Don Gino dell’opera Don Calabria, cappellano al carcere di Termini Imerese, alla fine degli anni ’80 e inizi anni ’90, spinto dall’emergenza dell’eroina chiese al comune la possibilità di ottenere una struttura, non ricevendo accoglienza si recò dal prefetto che con una telefonata all’amministrazione comunale, riuscì a farglielo donare. Ovviamente non senza alcuna difficoltà, poiché le minacce da parte della mafia furono tante: una testa di capretto sulla macchina, proiettili in una busta e altre cose simili.

Don Gino ha sfidato con coraggio la sorte, continuando a realizzare le due aree di questa struttura per avviare la comunità. Noi siamo volontari storici, abbiamo iniziato proprio con don Gino.

Il mio amico chiede se poi incontreremo i ragazzi, Ettore risponde che ci incontreremo tutti insieme durante una pausa, nel frattempo sono in giro a svolgere le proprie mansioni. Sento odore di legna bruciata, è il giorno in cui si prepara il pane e il sabato si fa anche la pizza.

Ettore: Arrivano senza avere alcuna dimestichezza nei lavori manuali, come tutti i ragazzi moderni, qui invece devono imparare a cucinare per venti persone. Gli orari della comunità sono scanditi dalla campana, rigidi. Sveglia alle 7:30, riassetto della stanza, colazione, prima meditazione, il pensiero del giorno e meditano su questo pensiero. Pulizia dei locali comuni e alle 9 attività di gruppo come la manutenzione agricola, zootecnica. Sia degli animali che abbiamo in fattoria che qui, alle 12 briefing di chiarimenti e condivisione, alle 13 si pranza, una pausa e alle 15 si ricomincia con le attività comuni. Tutto in autogestione. Nel pomeriggio tè e attività di laboratorio, palestra, gruppo educativo, gruppo famiglie, karaoke, calcetto. Abbiamo 15 ragazzi, tutti maschi. Avevamo dato disponibilità al SerT anche di tre posti femminili, ma non ne hanno mai mandate.

Ogni pranzo un ragazzo commenta uno di questi valori scolpiti nella pietra, ne sceglie uno e lo commenta, introducendo un po’ l’assetto esistenziale. Il percorso dura un anno per chi fa uso di crack e un anno e mezzo per chi consuma eroina, ma anche per il poli-consumo. L’età media è dai 20 ai 62 anni. Abbiamo una persona di sessant’anni, un recidivo che ha fatto diversi percorsi e poi ogni tanto deve fare una messa a punto, diciamo noi. La ricaduta purtroppo si verifica, c’è chi ha bisogno di un solo percorso e chi di un secondo, chi invece ne ha bisogno con costanza. Facciamo dei gruppi famiglia per aiutare a risolvere spesso i problemi derivanti dalla famiglia stessa, ma non tutti i ragazzi che escono da qua hanno l’opportunità di essere sostenuti dai familiari, e purtroppo ci ricadono.

In cucina, tre ragazzi sono impegnati a preparare il pranzo. Sorridenti, ci dicono che stanno preparando lo stufato di maiale, la pasta fresca col sugo fatto con tre tipi di carne e contorni. Un ragazzo ci mostra l’impasto per il pane messo a lievitare. Si scherza sul fatto che il menù è talmente allettante che sarebbe bello restare a pranzo, uno dei ragazzi nella vita fa proprio il macellaio. Li ringraziamo e salutiamo.

Conosciamo Giuseppe che ha 23 anni e ha terminato il suo percorso, si è iscritto in scienze dell’educazione ed è molto bravo con la musica, ci fa ascoltare un suo brano, “Anche se un pò m’affruntu” – si vergogna, dice in siciliano.

Il brano parla del suo percorso in galera, della droga, le frasi sono molto poetiche e io mi emoziono tantissimo. Dice che è riuscito a trovare un produttore siciliano che vive a Milano e spera di portare la sua musica fuori dalla Sicilia. Gli viene chiesto se ha un nome d’artista, lui risponde che è in revisione, perché quando aveva 15 anni si è tatuato la scritta NO MERCY, che in inglese significa nessuna pietà, solo che ormai non lo rispecchia più.

Suona la campana. Sono le ore 11. È l’ora del caffè, andiamo tutti in refettorio e i ragazzi arrivano con vassoio di tazzine e la moka gigante ancora fumante. C’è un’iniziale silenzio, beviamo il caffè guardandoci negli occhi, Ettore introduce il mio amico invitandolo a raccontare la sua storia, un ragazzo lo riconosce. Il mio amico racconta la sua esperienza, la difficoltà di non riuscire a capire la sofferenza che stava vivendo suo figlio che l’ha lasciato in età troppo giovane, e fa un discorso ai ragazzi davvero intenso, invitandoli ad accettarsi, a gestire la rabbia, l’ansia e la solitudine e di non vergognarsi, di chiedere aiutare e lasciarsi rifiorire.

Ettore: Noi quando ci attorniamo qui tutti insieme, parliamo di come ci sentiamo, cosa proviamo e come ci vediamo. Infine chiedo loro di darsi un gesto di affetto.

Pochi secondi e tutti i ragazzi si avvicinano al mio amico per stringerlo in un grande abbraccio. L’esperienza umana che facciamo anche noi ospiti è indicibile, non la si può raccontare, che la loro forza sta proprio nell’essere qui tutti insieme.

CONCLUSIONI

La comunità è oggi una delle più efficienti strutture per il recupero di tossicodipendenti, la missione è quella di re-integrare questi ragazzi nella società dando loro gli strumenti per affrontarla, pur essendo isolati dal mondo la comunità infatti è aperta al pubblico, alle scuole, in continuo confronto con la realtà esterna, perché da lì parte la difficoltà e per questo non devono mai essere esclusi. Le figure specializzate operano secondo il metodo gestaltico, attraverso colloqui motivazionali, la terapia assistita con gli animali, la garden therapy, bagni di bosco e mindfulness, attività ludico-creative, lo sport per riconquistare fiducia e consapevolezza. Infine vengono accompagnati al re-inserimento sociale e lavorativo.

Scambio due chiacchiere con i ragazzi che sono in una breve pausa nel cortile attorniato da cani di mannara, antichissima razza di Pastori Siciliani, mi raccontano di loro, Giuseppe che ci ha fatto ascoltare il brano mi abbraccia, non posso nascondere la commozione. Stiamo per lasciarci e da lontano sento qualcuno dire questa frase “Non dobbiamo arrenderci”. E loro non si arrendono.

 

Se ti droghi ti capisco, perché il mondo ti fa schifo; se non lo fai ti ammiro, perché sei in grado di combatterlo.
Jim Morrison

 

Credits

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