I TANTI VOLTI DELLA PALERMO DEL CRACK: Istituzioni a confronto

In Piazzetta Lucrezia Brunaccini si trova un distinto palazzo intitolato alla suddetta piazza, Palazzo Brunaccini, un tempo appartenuto all’omonima principessa, che oggi è una splendida struttura ricettiva con stanze molto eleganti. Quella piazza, una volta era un punto di ritrovo per i consumatori di crack. Tutti i palermitani che vivono il quartiere di Ballarò lo sanno, che a Casa Professa sono morti molti ragazzi e ragazze sulle gradinate della Biblioteca comunale, un posto incantevole nel cuore del centro storico di Palermo. 

E il crack? Si è semplicemente spostato poco più avanti. Perché non serve fare rigenerazione urbana senza educazione e sensibilizzazione, senza interventi burocratici. Quali provvedimenti hanno preso le istituzioni, in collaborazione con le associazioni che operano sul territorio?

Febbraio 2019: Tindara, la designer della Coppola Storta, crack 

Ottobre 2020: Raffaella, crack e metadone

Dicembre 2020: Noemi, crack

Marzo 2021: Il Tunisino, alcol e droga 

Settembre 2022: Giulio, crack 

Ottobre 2022: Diego, consumatore di crack buttatosi sotto un treno 

In meno di due anni 42 morti dichiarate

 

ANIME VAGANTI

“La morte di una persona è sempre il fallimento di un progetto di cura, di un processo terapeutico, di legami. E la responsabilità non la si può scaricare solo da una parte. Dire e pensare che il tossicodipendente sia un vuoto a perdere, è quanto di più falso si possa dire e pensare. Loro hanno tutto il diritto di essere arrabbiati, delusi, di sfidare la morte, di essere nelle condizioni in cui si trovano.” 

Cito un piccolo paragrafo tratto dal libro Noemi Crack Bang scritto da Gilda Sciortino e Victor Matteucci, sull’intervista al dottor Sebastiano Vinci che ha seguito per un periodo la vicenda di Noemi, morta di crack nel 2020. La morte di una persona è sempre un fallimento in un progetto di cura e aggiungerei io, in un progetto sociale. 

L’Italia si è concentrata negli anni al proibizionismo, affrontando il problema del crack in un’ottica repressiva e criminalizzante, perdendo di vista i numerosi decessi che si stanno susseguendo da poco prima del Covid a oggi. «Abbiamo visto tanti giovanissimi perdersi, alcuni morire per cause dirette e indirette. Il crack inevitabilmente induce o slatentizza patologie psichiatriche e gli eventi suicidari non sono così eccezionali tra i consumatori» sostiene il dottor Giampaolo Spinnato capo dipartimento del Serd di Palermo.

Perché non si muore soltanto di overdose, ma anche per gli effetti devastanti alla psiche che induce il consumatore ad azioni senza ritorno, eppure per questi soggetti non puoi attivare un TSO, un ricovero, non senza il loro consenso, che nella maggior parte dei casi non c’è. Molti genitori, per cercare di salvarli, inventano addirittura dei reati e li denunciano per pensarli al sicuro per qualche giorno. Ma subito dopo si ritorna all’inferno

Lo racconta Nino Rocca, ex professore di filosofia in pensione, facilitatore di gruppi di genitori e amministratore di sostegno di dieci ragazzi tossicodipendenti «Il crack è uno stimolante, fa passare l’appetito e il sonno, produce dopamina, senso di pienezza, al seguito del quale si cade nel vuoto, un’astinenza che richiede l’uso di sostanze che possano compensare, un mix che porta sempre a malattie psichiatriche latenti. Insieme ad altri operatori passavamo spesso davanti gli scalini di Casa Professa quando qualcuno moriva e chiamavamo la stampa per ricordarne i nomi, ma pian pianino diventavano sempre di più. Allora andai a parlare al presidente Cracolici della Commissione Antimafia e lui non era al corrente di questo fenomeno, ebbi la comprovata percezione che i politici e la regione non era minimamente a conoscenza dell’urgenza». 

Urgenza sì, perché questi ragazzi a volte minorenni, all’inizio scompaiono da casa per giorni, poi spariscono, finiscono per vivere in strada in condizioni disumane: palazzi abbandonati, scantinati, vicoli, passaggi sotterranei, tra l’immondizia e le intemperie, senza servizi igienici, senza rendersi veramente conto della situazione. Per loro diventa normalità, come normalità diventa per le ragazze che si prostituiscono in cambio di una fumata. 

Anime vaganti che perdono tutta l’umanità, che camminano penzolando e si accasciano privi di sensi, anime vaganti spesso consapevoli che la loro fine è dietro l’angolo. 

INTERVENTI ISTITUZIONALI SULL’URGENZA 

In un pomeriggio piovoso di febbraio mi reco in una conferenza in cui si parlerà di crack con alcune figure istituzionali e addetti ai lavori proprio a Palazzo Brunaccini, nel cuore di Ballarò, dove tutto ebbe inizio. Osservo il pubblico, osservo i relatori al di là della cattedra. Mi distraggo a osservare le poltrone della hall, dai colori caldi, dai tessuti morbidi, riporto lo sguardo nella saletta, mi sento un pesce fuor d’acqua. 

Intervento dell’Assessore alle politiche sociali Mimma Calabrò

“Dobbiamo pensare a un reinserimento sociale e anche lavorativo, per coloro che fanno uso di sostanze, senza limite di età, è per questo che stiamo operando. Prevedendo dei drop in, tra cui quello notturno con 12 posti letto, per il reinserimento al lavoro possiamo utilizzare i tirocini formativi di inclusione. La prima cosa importante è l’aggancio, cercare di avvicinarli e poi da lì si mettono in moto tutta una serie di azioni. Una domenica, mi arriva una telefonata che accusava noi dell’amministrazione di incentivare l’uso del crack, perché dal camper venivano consegnate le pipette. Ho risposto con un articolo, il camper intanto è gestito dall’ASP, ma a chi la dà la pipetta? A persone che sono conclamate, che fanno uso di crack e per la riduzione del danno, perché passarsi la stessa siringa o pipetta è molto pericoloso. La si dà a gente che spesso sono passati dai SERD e che cercano di riavvicinare, per tenere un pò tutto sotto controllo. Tornando ai drop in, ci saranno 7 posti per uomini e 5 per donne. Non sono dormitori, sono prime case per uso di passaggio. 

Mentre i camper hanno l’obiettivo di prendere in carico la persona, costruire con essa un progetto individualizzato, gestire soggetto per soggetto, poiché lo stesso approccio non può essere usato per tutti. Un camper è gestito dall’ASP, lavorerà sei giorni per sei ore al giorno, l’altro camper che gestirà l’associazione di terzo settore sarà attivo il venerdì e il sabato di notte, dalle 22 per 4 ore. Orari in cui c’è maggiore massa di persone che fanno uso di sostanze.”

Domanda: Chi li aggancia? 

Risposta: Gli operatori, persone già conosciute e indicate dal SERD. L’obiettivo è riagganciarli e riportarli al SERD. 

Intervento dal pubblico: È lodevole quello che state facendo, ma ritengo che sia ancora poco, rispetto a quello che stiamo vivendo, una goccia che può aiutare a educare, ci vogliono a mio avviso, fondi importanti di un problema sociale, delle famiglie, è come se si trasmettesse, tra amici si coinvolgono. È davvero una piaga sociale e credo che dobbiamo fare diversamente. I SERD dovrebbero immediatamente agire con la nomina di amministratore di sostegno, quella è l’unica possibilità che direttamente abbiamo, il problema più grosso è sui maggiorenni, i quali non puoi obbligare a fare una cura, ma l’amministratore di sostegno nominato dal giudice, può agire per le cure anche al maggiorenne, inoltre decide per il soggetto. Occupiamoci realmente di recuperare i ragazzi, che sono il nostro futuro, che dovranno essere produttivi, altrimenti la nostra Sicilia che futuro avrà? 

Assessore: Non sono poche le risorse che si stanno finanziando, sono due milioni di Euro e non sono pochi. Quando mi arriva una richiesta di autorizzazione per un TSO, è sempre una coltellata al petto, credetemi. Si sono moltiplicati i clochard, perché i clochard adesso sono loro. Noi stiamo cercando di lavorare con lucidità, contenendo l’emotività. Non si può lavorare nemmeno per improvvisazione, ma bisogna dare un taglio programmatico, quando dicono che i giovani sono il futuro, sinceramente non è vero. I giovani sono il presente, perché se a loro diciamo “voi siete il futuro”,  con tutta sincerità si sentono presi in giro: li escludiamo dai processi presenti, loro sono il presente e dobbiamo agire nel presente se vogliamo cambiare il futuro. 

Intervento dello psicologo e criminologo Andrea Giostra

“Le cose di cui parliamo adesso non sono nuove, le ho vissute già negli anni 80 e 90. Questo paese, l’Italia, memoria non ne ha, le cose che ho ascoltato adesso le ho ascoltate 30 anni fa. Anche allora si parlava di comunità di recupero per doppia diagnosi, perché di fatto non esistevano strutture specializzate con protocolli particolari, personale specializzato che possa prendersi carico di questi soggetti, strutture sanitarie come se fossero RSA, con costi altissimi. Il primo drop in a Palermo è nato agli inizi degli anni 90, con don Ciotti, seguendo il modello di bassa soglia. Questo drop-in collaborava con il camper, all’interno di questo luogo, oltre a essere attrattivo per i dipendenti di eroina, bisognava dare dei servizi a bassa soglia come la doccia, abiti, stireria, dove potersi fare un tè, un pasto caldo. La libreria Sellerio ci regalò un centinaio di libri da mettere a disposizione nel salotto, con servizi sanitari. Tutto il personale era specializzato, i camper distribuivano presidi sanitari per prevenire il rischio e ridurre le malattie trasmissive: siringhe sterili, preservativi, tamponi per disinfettare. In Sicilia si gestivano 150 milioni di lire da finanziare in queste strutture. 

Gli operatori erano specializzati ma anche alla pari, ovvero tossicodipendenti che sono stati in comunità e lavoravano in queste strutture dopo aver seguito un percorso specifico. Essi consentivano un aggancio immediato, poiché i tossicodipendenti, trovandosi con un pari, si fidavano di più. 

Quello che mi viene da dire è che oggi come allora, se non c’è una proposta di intervento di sistema che prevede una serie di servizi, che hanno coperture finanziarie importanti, sono solo chiacchiere.”

Presidente de La Casa di Giulio: Adesso c’è un DDL, non so se ne è a conoscenza? 

Criminologo: E c’è una copertura finanziaria? 

Presidente de La Casa di Giulio: Sì, 13 milioni di euro. 

Criminologo: E che ce ne facciamo? 

Il pubblico commenta a bassa voce, c’è qualcuno che si oppone a certe risposte, insinuazioni, qualcuno dice che la polizia dovrebbe intervenire, si denota un po’ di disinformazione tra chi sta in quella stanza. Il DDL di cui parla il presidente de La Casa di Giulio, è stato esattamente l’inizio di provvedimenti, che ha permesso all’Asp e all’assessorato di finanziare dei programmi di prevenzione e riduzione del danno. I camper sono già di nuovo attivi, insieme ai drop-in di bassa soglia. Inoltre, come ricorda il presidente de La casa di Giulio, a dicembre 2025 in seguito a un incontro con la procuratrice Claudia Caramanna e il procuratore Massimo Russo del Tribunale dei minori, con i quali condividono l’urgenza dell’apertura di una Comunità Terapeutica per i giovani minori in doppia diagnosi (borderline), a causa delle continue richieste di genitori disperati che subiscono violenze e vessazioni, da parte dei figli caduti in dipendenza da crack, il prefetto Assessore alla salute Daniela Faraoni in presenza del presidente G.Galvagno e del Segretario del presidente R.Schifani, con l’Arcivescovo don Corrado Lorefice, ha consegnato lui stesso una copia del progetto a ognuno, aspettando ancora un riscontro. Aggiunge poi, che sono stati aperti Centri di accoglienza già operativi in 9 province in seguito a queste azioni. Questi centri accolgono 12/15 ragazzi in media per 30/60 gg a seconda dei casi. Per la società è un passo avanti.

Presidente de La casa di Giulio: L’obiettivo è quello di dare una battuta d’arresto all’assunzione compulsiva con un percorso terapeutico che va dai 2 ai 3 anni in comunità. 

Di fatto l’assessore Mimma Calabrò ha mantenuto la parola, a gennaio 2026 aveva dichiarato che i servizi come l’unità mobile e i drop-in, sarebbero stati attivati a marzo e così è stato, me lo ha confermato via messaggio Sandro, l’operatore ex tossicodipendente, mandandomi la posizione su Casa Professa.   

CONCLUSIONI 

Il dibattito sfocia su discorsi di riqualificazione urbana. “La bellezza salverà”, dicono. Avere cura delle piazze, abbellire le pareti con murales, pulizia dall’eccessiva immondizia, recupero di palazzi in degrado. Temo che si dimentichi proprio il fatto che essendoci un reale vuoto culturale, qui come in altri quartieri di Palermo, non basta abbellire se non siamo in grado di stare in ascolto con la popolazione, con chi non riesce a inserirsi in una società, domandandosi il perché. E prima di ogni cosa, mettendo da parte il giudizio, quello sguardo che si volta subito dall’altra parte, perché la cosa non ci riguarda. 

Passo spesso tra quelle strade, vivo a pochi metri da Casa Professa, a Ballarò vado al mercato dal mio pescivendolo di fiducia, a comprare spezie buonissime a prezzi accessibili. E quando ripercorro quelle strade, dopo aver parlato con Sandro, con i rappresentanti della Casa di Giulio, dopo aver letto il libro su Noemi, dopo essere stata accolta nella comunità di Trabia, assistito al coraggio della preside allo Sperone Antonella Di Bartolo. 

Oggi a Ballarò osservo di più e inizio a contare le coperte ammassate negli angoli dei vicoli e al calar della sera, non abbasso più lo sguardo: in silenzio cerco di capire, capire come io per prima posso dare il mio contributo. 

D’altronde ce lo insegna il filosofo statunitense Henry David Thoreau, “La solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai”.

 

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