job manifestation

Non è un sindacato per giovani: i social network usati come scudo contro lo sfruttamento

Le nuove generazioni, non solo in Italia ma in tutta Europa, rappresentano spesso anche quelle più deboli, e quindi quelle che più necessitano dell’azione collettiva e di tutela sindacale. Eppure, malgrado le difficoltà, gli stipendi bassi e il precariato, le nuove generazioni non si affidano, come succedeva in passato, ai sindacati.  La fiducia nei sindacati cala come il numero delle iscrizioni, soprattutto tra le fasce più giovani che molto spesso non ne conoscono il loro funzionamento. 

L’ombra del sindacato

Non sono solo le nuove generazioni ad essere state abbandonate dai sindacati. In Italia, spiega l’Ocse, i lavoratori atipici – part time, tempo determinato, a chiamata, a progetto etc. – hanno una probabilità inferiore, tra il 20 e il 50 per cento, di essere sindacalizzati rispetto ai lavoratori dipendenti.

Quasi un terzo delle risposte, 29,4%, dice di non conoscere il sindacato (28,1% nella fascia 35-49 anni, 21,6 tra i 50 e i 59 anni e 19,8% tra gli over 60). Questa indagine ha rivelato anche che il 10% non si iscrive ad un sindacato per timore delle conseguenze che potrebbero comportare sul lavoro, il 13,7% ritiene il sindacato “inutile”, un altro 18,7 lo definisce “troppo remissivo”, un 4,6% lo etichetta come “troppo antagonista” ed un altro 23,6 giudica troppo elevato il costo dell’iscrizione. 

Il futuro del lavoro

Rispetto agli impatti delle innovazioni tecnologiche, poco più di uno su dieci (13,2%) si attende che il proprio lavoro possa essere completamente sostituito dalla tecnologia. L’introduzione e l’utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale stanno già modificando profondamente le dinamiche lavorative, ridefinendo non solo i processi ma i ruoli, le competenze richieste, le modalità di selezione, i ritmi e perfino le relazioni umane nei luoghi di lavoro.

Si deve iniziare a pensare e interpretare il mondo del lavoro con schemi nuovi e adeguati alla realtà, abbandonando quelli appartenenti a un passato. Per evitare il rischio di un progressivo svuotamento di senso e di funzione sociale, è necessario riuscire ad intercettare coloro che hanno meno di 30 anni, spiegando che solo dalla partecipazione può partire un cambiamento e un miglioramento delle loro condizioni di lavoro. 

C’era una volta il posto fisso

Il mondo del lavoro sta vivendo una trasformazione radicale, e i giovani della Gen Z sono al centro di questa rivoluzione. Non vogliono più vivere in bilico tra contratti a tempo determinato, contratti stagionali, stage gratuiti, stage pagati con i fondi europei. È sbagliato l’intero paradigma e per rovesciarlo basterebbe cominciare a vietare l’apprendistato, i tirocini, gli stage gratuiti, che spesso diventano dei limbo in cui ci si ritrova per anni. E si passa da un’azienda all’altra, da uno stage non pagato all’altro. 

É emerso che quasi la metà del campione (47,1%) è poco o per nulla soddisfatto della retribuzione. Il regime in part-time è maggiore tra le donne (31,1%) rispetto agli uomini (6,9%).  Il 33,2% è poco o per nulla soddisfatto della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, solo l’8,9% molto. Il 14,4% affronta “spesso” orari straordinari non retribuiti e non compensati con i riposi sia nelle professioni a bassa qualifica che in quelle ad alta qualifica. Inoltre, i risultati evidenziano la presenza di livelli di sotto-inquadramento diffusi, con un lavoratore su quattro che “spesso” deve assumere responsabilità eccessive rispetto alle mansioni.

job and life balance

Se per le generazioni precedenti erano centrali la retribuzione e la stabilità economica, oggi valori come la sostenibilità, l’etica e il senso di realizzazione personale sono diventati prioritari. Giovani lavoratori, per i quali il futuro è incerto e la pensione è un miraggio, chiedono prima di tutto alle aziende di garantire flessibilità e un work-life balance ottimale.

Nella loro ricerca di un’occupazione intervengono altri aspetti: la qualità dell’ambiente di lavoro, un buon rapporto in azienda, una buona dotazione di welfare e una composizione di tempi di vita e di lavoro che lasci spazio alle relazioni umane e personali.

L’81,2% degli intervistati ha indicato al primo posto nella scelta del lavoro una retribuzione adeguata, il 74,4% ha optato per un’occupazione che consenta di lavorare in condizioni di sicurezza adeguate, il 66,2% ha privilegiato la stabilità contrattuale, il 65,4% ritiene importante una disponibilità adeguata di tempo libero.

Quite quitting

Dopo la pandemia, un numero crescente di giovani lavoratori si è stancato di non ricevere il riconoscimento e il compenso per le ore di lavoro extra. I giovani, come raccontato sui loro profili social, non vedono più l’utilità di mettere il lavoro e la carriera davanti a tutto il resto.

Il quiet quitting è un fenomeno, diventato tendenza virale su TikTok, che incoraggia le persone a non lavorare al di fuori dei requisiti stabiliti nella loro descrizione di lavoro, abbandonando tutto ciò che è extra. Non è più necessario andare oltre, cercando di impressionare il capo. Si sta diffondendo una cultura contrapposta al burnout che predilige l’equilibrio tra lavoro e vita privata.

Job hopping

Oggi giorno si cambia lavoro con grande frequenza, arrivando talvolta a rimanere nella stessa azienda anche solo per un anno. I giovani nati tra il 1996 e il 2005 circa tendono a non sviluppare un forte senso di appartenenza al brand aziendale. Sono invece maggiormente orientati al ruolo ricoperto, alle opportunità di crescita e al livello retributivo.

Un tempo questo modo di comportarsi era sinonimo di poca affidabilità, di non interesse alla carriera e di sicuro disinteresse nei confronti dell’azienda. In buona parte del mondo occidentale, non è mai stato considerato “spregevole” cambiare spesso azienda, o addirittura settore di lavoro, per migliorare sia di ruolo sia economicamente. Invece, in Italia e nei Paesi latini il job hopping è stato sempre visto in modo piuttosto conservativo, cioè come un’assenza di fedeltà all’azienda.

I giovani di oggi hanno un’adesione molto più forte alla vita personale rispetto che a quella aziendale. Spesso lasciano i lavori se non vanno d’accordo con i capi o con i colleghi. Se un lavoro è troppo stressante o il capo ti tratta male, alle generazioni prima avevano insegnato ad abbozzare per mantenere il posto: la Gen Z e in parte anche Millenials dicono no grazie, e se ne vanno.

Le nuove generazioni si sentono autorizzate a lasciare un lavoro, anche magari ben remunerato, per motivi “secondari”. Se poi il loro ruolo è pure sottopagato o si sentono “maltrattati”, non ci pensano un attimo a cercare un nuovo posto, anche se sono stati appena assunti.

Il contesto lavorativo sembra quasi valere più del lavoro stesso o della busta paga. In ufficio si passa buona parte della giornata e, se non si sta bene, gli effetti si vedono anche nella vita privata. Per questo i ragazzi, cresciuti staccati dai vecchi valori professionali in cui non si riconoscono, cambiano senza remore.

I’m looking for a job and then I found a job

I ragazzi della Gen Z hanno dato vita a un trend: “Sto cercando un lavoro e alla fine l’ho trovato”. La tendenza è diventata subito virale e consiste nel condividere su Instagram e TikTok alcuni screenshot di chat WhatsApp con il proprio datore di lavoro. La maggior parte di essi riguarda proposte di lavoro di lavori mal retribuiti, richieste di straordinari non pagati o imposizioni di turni molto più lunghi rispetto a quelli concordati.

Si tratta infatti di uno strumento diretto ed efficace per portare sui social la propria esperienza, raccontando le situazioni più assurde e divertenti fino alle dinamiche lavorative più tossiche attraverso la pubblicazione di messaggi privati in forma anonima. La pubblicazione di queste conversazioni rappresenta per la Gen Z un modo per “ribellarsi”, denunciando certe dinamiche sbagliate e facendo rete attraverso la condivisione con gli altri utenti.chat per cercare lavoro

I giovani stanno rivedendo completamente il mondo del lavoro, mettendo in chiaro che il solo fatto di ricevere uno stipendio non può più essere una giustificazione per accettare qualsiasi compromesso o mancanza di rispetto. La pubblicazione online sembra essere diventata un’autodifesa di gruppo con la sezione commenti, trasformata in un vero e proprio tribunale digitale nella quale vengono caricati centinaia di screen delle chat WhatsApp con i propri capi.

All’interno è possibile trovare tutto il peggio del mercato del lavoro italiano. Dalle offerte palesemente sotto la soglia della legalità, contratti fantasma promessi per mesi e mai arrivati, richieste folli e una totale assenza di rispetto per la salute mentale e la vita privata. 

Un ponte verso il sindacato del futuro

I giovani non rifiutano il sindacato in sé, ma rifiutano un certo modo di comunicare e agire che percepiscono distante. Chiedono una rappresentanza che sia più moderna, comprensibile e concreta. Non basta più promettere un contratto a tempo indeterminato: la vera sicurezza, per un giovane, passa anche da altro.

Serve andare oltre per affrontare problematiche attuali: ad esempio la difficoltà a trovare casa, soprattutto in grandi città come Milano o Roma, dove il costo della vita è ormai fuori portata per chi inizia una carriera. Come si può pensare al futuro, se mancano le opportunità per avanzare di livello e le prospettive certe sono assenti? A causa di questa incertezza che compromette qualsiasi tentativo di pianificazione, le giovani generazioni hanno una maggiore cura per la propria salute mentale e necessitano di equilibrio tra vita e lavoro. Non si può rappresentare chi non si conosce. E non si può parlare di bisogni che non si sono mai ascoltati davvero.

Il futuro del lavoro non può essere costruito senza le voci di chi quel futuro dovrà abitarlo. Quattro giovani su dieci suggeriscono di utilizzare strumenti anche digitali più aggiornati. Inoltre, viene chiesto da più di uno su cinque un linguaggio più semplice, diretto e accessibile. Non è sufficiente incontrare i giovani esclusivamente sul terreno della legislazione lavoristica, ma coinvolgerli come interlocutori attivi per farli partecipare ai tavoli di trattativa, ascoltarli, dare loro spazio.

Serve un sindacato in grado di rappresentare le trasformazioni del lavoro che diventi attore capace di leggere i segnali del presente e di tradurli in tutela e rappresentanza senza fermarsi  al lavoro dipendente. Il sindacato può farsi ponte, facilitare l’incontro tra bisogni nuovi e pratiche consolidate, promuovendo soluzioni condivise.

Fonti

Collettiva.it

Fanpage.it

LaStampa.it

SinistraSindacale.it

IlFattoQuotidiano.it

Iusvegiovaniefuturo.it

Ilsole24Ore.it

Donnamoderna.com

Ilsole24Ore.it

speex.com

Iodonna.com

Ilmessagero.it

IlFoglio.it

105.net

Liberoquotidiano.it

Cosmopolitan.com

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