Possibilmente, arance

Si svegliò con l’improvvisa voglia di un’arancia, da mangiare scandendo ogni spicchio con un sorso di caffè, amaro e bollente. Pregò affinché potesse trovarne una in casa; sapeva che ce n’era un sacchetto in frigorifero ma temeva che quelle fossero ormai troppo raggrinzite e secche per essere in qualche modo commestibili. Non aveva considerato l’idea di buttarle fino a quella mattina, che l’era venuta voglia di sentire l’esplosione di succo fresco e agrumato invaderle la bocca. Una voglia irrefrenabile e apparentemente insensata. O l’arancia o niente. Era disposta a saltare la colazione.
 Aveva dormito poco ma non era stanca. Che ore erano quando si era addormentata? Le tre, forse le quattro.
 Poi, alle otto, il bagno di luce. Le pareva impossibile rimanere a letto, girarsi dall’altro lato e riaddormentarsi. Non era mai appartenuta a quella categoria di vigliacchi che dormono di giorno. Chiudere le imposte in faccia alla vita, con tutti gli errori che ci sono da commettere – di cuore e possibilmente con la giusta dose di grazia e sensibilità – la trovava una riprovevole forma di maleducazione.
 Se non altro, quella mattina c’era la questione improrogabile dell’arancia per colazione: doveva sapere al più presto se poteva o meno soddisfare quel desiderio. Almeno quello.
 Ancora sdraiata a pancia in su e rammaricandosi un po’ nel sentire, al di là delle tende e delle finestre, il ciarlare sincopato della città anziché i respiri profondi del mare, allungò il braccio fuori dal letto e afferrò la camicia bianca che di notte si era sfilata e aveva lanciato sulla pila di libri accanto al comodino. Dormire nuda le sembrava l’unico comportamento possibile. Sentiva caldo. Il caldo d’estate e il caldo delle parole che le avevano detto. Loro, che con la ridicola severità di quei giudizi, la cingevano come le fiamme di un incendio d’agosto fanno con una foresta viva ma inerme. Ringraziò chiunque potesse esistere da ringraziare per non essere nata albero, di poter – tramutando la schiena in onda – divincolarsi e scivolare via da quelle lingue di fuoco, lasciando bruciare solo il ricordo di lei, ormai lontanissima e al sicuro.
 Si tirò su. Seduta a gambe incrociate sulla risacca immobile delle lenzuola, infilò le braccia nelle maniche della camicia, ma non l’abbottonò. In casa non c’era nessuno.
 La tensione e la voglia di condanna, in loro, erano talmente vibranti e incontenibili che avrebbero notato anche le felici oscillazioni del cuore sulla pelle: fu grata di poterla lasciar sorridere e respirare in pace. Pensò che rispettare una persona nella sua individualità, solo ed esclusivamente quando le azioni ed i sentimenti della suddetta non contraddicono le nostre opinioni, equivale a rispettare nient’altro che uno specchio gigantesco, inchiodato ad un muro invisibile fisso davanti al nostro naso. Piegò la testa di lato e si accarezzò la spalla rimasta scoperta con la guancia, come se le stesse dicendo “stamattina siamo salve.” La pelle era liscia e ancora tiepida di carezze e sorrideva interiormente. Più intensa della paura per la possibilità del dolore era la nitidezza dei suoi ricordi: “Il mare è un piumone bianco in cui nulla è riprovevole ed io mi lascio naufragare”.
In cucina aprì il frigorifero e fissò quel sacchetto. “Fa che lì dentro ci sia almeno un’arancia decente”. Lo afferrò e con l’altra mano prese il barattolo del caffè, poi chiuse lo sportello del frigo con il ginocchio. Leo, il gatto della vicina che ogni mattina veniva a fare colazione da lei, se ne stava seduto sul davanzale, accanto al basilico, con
la testa piegata di lato e la solita aria impaziente: l’unico gatto con la passione per il latte di soia. Gli accarezzò la piccola testa di lucido velluto grigio e mise su il caffè. Versò il latte nel piattino di porcellana bianca comprato apposta per il suo compagno di colazioni e lo appoggiò per terra, sotto la finestra. Il gatto balzò giù dal davanzale con un movimento agile e morbido. Simile a un bacio.
 Prese quel sacchetto. Le arance rotolarono sul ripiano di legno posto al centro della cucina: erano tutte raggrinzite. Dopo averle esaminate attentamente, scelse quella più disperatamente vanitosa, che nonostante qualche piccola chiazza scura e un paio di lievi ammaccature era rimasta gonfia, piena.
 Carica di aspettativa e timore la sbucciò e la divise a metà. Era ancora così sfacciatamente arancione e profumata.
 Staccò uno spicchio direttamente con i denti e la sensazione che provò quando, masticandolo, sentì il nettare arancione perfettamente equilibrato in dolcezza e acidità, le provocò una commozione infantile. Quella mattina stava fiorendo proprio come aveva desiderato, zuccherata e fresca. L’odore del caffè invase la cucina accarezzandole i capelli, e i sentimenti spaventati e stanchi che il giorno prima le avevano intimato di annegare nel lago ghiacciato dell’errore, si ridestarono riposati e comprensivi.
 Sorso di caffè, spicchio d’arancia. Nessun sapore di catastrofe sulle labbra: ciò che aveva sperato. La semplicità di quella pace le sembrava quasi un miracolo, avrebbe voluto scriverne, o dipingerla con il colore acceso di quelle bucce così poco attraenti e disarmoniche che custodivano un gusto così tanto squisito. “Se, come dicono loro, il mio è un male incurabile e sconveniente” pensò “che lo lascino giocare dentro a foreste di alberi d’arance. Non voglio essere riportata a casa.”
 Sentì Leo farle le fusa tra le gambe, contento e soddisfatto anche lui della sua colazione. Posò la tazza di caffè e lo prese in braccio. “Pensi anche tu che io sia diventata una di quelle persone meravigliose capaci di fare cose orribili?”. Il gatto miagolò e le carezzò il collo con la testa. “Infatti. Neanche a me importa cosa pensano o vedono. Ora, la vita si sta innamorando di me ed io di lei. E sono felice.”
 Posò il micio sul pavimento e si ficcò in bocca l’ultimo spicchio d’arancia.
 “Forse, certe persone sono solo spiazzate davanti al coraggio che un’altra ha di vivere”. Se era così, allora il suo doveva averli proprio scioccati.
 Si ricordò di quella volta in cui un amico di suo nonno, professore all’università, le aveva detto che il caos è dove non c’è ordine, ma il problema è dell’osservatore, che quello che sappiamo già in qualche modo ci restringe e che, nel momento in cui lo esploriamo, il caos non è più rumore, ma diventa suono.
 Andò in camera sua, prese un foglio e una penna, si chinò sulla scrivania e senza neanche sedersi scrisse:

Mi sono dimenticata come si scrive una poesia
 – ma forse non ho mai imparato


Mi sono dimenticata come si accarezza un viso
 – ma forse non ho mai imparato

Mi sono dimenticata come si arriva al mare senza bruciarsi i piedi
 – ma forse non ho mai imparato
Mi sono dimenticata se il sale per la pasta si mette prima o dopo che l’acqua bolle
 – ma forse non ho mai imparato
Mi sono dimenticata come si impugna correttamente la penna
 – ma forse non ho mai imparato

Mi sono dimenticata quand’è che si capisce che si sta per far l’amore 
 – ma forse non ho mai imparato
  

Forse la vita è proprio questo:
 perpetuo venire al mondo,
 e poi dimenticarsene.

Sentì squillare il telefono nel salone, lasciò cadere la penna sul foglio e attraversò correndo il corridoio.
<< Sì? >>
<< Indovina un po’? >> la voce allegra di sua madre << Mi ha appena telefonato Stefania dicendo che i lavori sono finiti e che la villa è pronta. Lei e Raimondo ci invitano tutti per il weekend, per festeggiare…>>
Ascoltò distrattamente esaminandosi una ciocca di capelli << Oh. Bene, bello… e andiamo? >>
<< Certo che andiamo! Pensa, dice che hanno anche un giardino di non so quanti ettari pieno di alberi da frutta…>>
Lasciò cadere la ciocca e schiacciò più forte la cornetta contro l’orecchio.
 << Che alberi da frutta? >>
<< Mi pare aranci…>>

 

credits

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