Letteratura e conoscenza nell’opera di Italo Calvino

La sfida al labirinto

È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto.

Così scrive Italo Calvino nel suo saggio del 1962 La sfida al labirinto, che inizia delineando le diverse risposte della letteratura alla prima e alla seconda rivoluzione industriale e allo shock provocato da esse nella nostra visione del mondo. In particolare Calvino si concentra su una risposta alla seconda rivoluzione industriale dell’avanguardia “razionalista”: quella di Alain Robbe-Grillet, che con i suoi romanzi va a sottolineare la necessità di un nuovo “spazio letterario”. Nel caso di Robbe-Grillet questo si rivela un ambiente non antropocentrico che “ci appare come un labirinto spaziale di oggetti al quale si sovrappone il labirinto temporale dei dati d’una storia umana”.

Il labirinto è una figura importante: “è oggi quasi l’archetipo delle immagini letterarie del mondo”, da Butor a Gadda a Borges. La letteratura ha quindi due possibilità: arrendersi al labirinto e al piacere di perdersi in esso o opporvi una sfida; inutile dire che secondo Calvino la seconda opzione è l’unica praticabile. La letteratura deve cercare di dare una mappa del labirinto la più particolareggiata possibile, così da definire l’atteggiamento migliore per trovare una via d’uscita, anche se questa è solo un passaggio a un altro labirinto. Insomma, di fronte a un mondo sfigurato da una radicale trasformazione del sapere e dei linguaggi Calvino invita la letteratura a non arrendersi, ad affrontare la complessità del mondo perché crede nella possibilità della letteratura di offrire un modello per la navigazione dei nostri tempi.

Nonostante la sua visione del mondo, e quindi della funzione della letteratura in esso, cambi nel corso della sua vita, Calvino vedrà sempre la letteratura come un mezzo potente.

La prima fase: letteratura e impegno politico

Prendiamo per esempio il saggio Il midollo del leone, letto per la prima volta a una conferenza del PEN club nel 1955 e emblematico delle idee letterarie (e politiche) del “primo Calvino”, ancora fiducioso nella possibilità di un rinnovamento profondo della società dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In questa fase di massima fiducia verso la politica, vista come il punto di incontro tra la dimensione letteraria e quella sociale, Calvino dà alla letteratura il compito di fornire alla classe dirigente un’immagine delle attese e ansietà che rendevano allo stesso tempo auspicabile e complessa la riforma sociale.

In Il midollo del leone in particolare Calvino delinea le caratteristiche della letteratura necessaria per quel tempo: che possa allo stesso tempo non nascondersi le brutture e le difficoltà dell’oggi e avere uno sguardo abbastanza umile da cogliere ciò che si rivela giusto, bello, vero. La presa di consapevolezza quindi “di vivere tra Buchenwald e la bomba H”, ma allo stesso tempo il rifiuto della resa al cinismo e alla sufficienza. Questo perché:

Le cose che la letteratura può insegnare sono poche, ma insostituibili […] la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo, e tante altre di queste cose necessarie e difficili.

La fiducia nella politica si sfalderà con il 1957: in seguito alla pubblicazione del rapporto sui crimini di Stalin e alla violenta repressione delle rivolte in Ungheria, Calvino lascia il partito comunista. La società, crollata la speranza in una sua palingenesi totale, ritorna a essere il luogo dei disvalori, ma la letteratura conserva il suo potenziale: diventa coscienza critica del disastro in cui versa la dimensione sociale e allo stesso tempo custode di un codice dell’altruismo disinteressato. La consapevolezza dell’instabilità di una realtà in continuo cambiamento non scoraggia la creazione di mappe che, anche se non esatte, sono comunque funzionali.

Il trasferimento a Parigi

Un altro anno fondamentale per Calvino è il 1967, anno in cui si trasferisce a Parigi dove frequenta i seminari di Roland Barthes all’École pratique des hautes études, il centro di ricerca più importante dello strutturalismo, una teoria – o meglio – un orientamento metodologico, che per quanto riguarda la critica letteraria si basa sull’idea che ogni opera presa in esame abbia una struttura e che sia quindi scomponibile in una serie di unità il cui significato è dato dai rapporti che queste instaurano tra loro.

Il metodo strutturalista può essere applicato a diversi campi del sapere, dalla filosofia alla linguistica all’antropologia, e ha un valore non solo creativo, ma anche conoscitivo: modellando i processi mentali che conducono alla costruzione di un’idea sul mondo può spiegare all’uomo il proprio posto in esso. Lo strutturalismo, quindi, rappresenta una speranza per Calvino perché sembra lo strumento più adatto per decifrare il nostro tempo strappando il mondo al caos.

A Parigi Calvino entra in contatto anche con il gruppo di scrittori dell’Oulipo (acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle) che usavano la “scrittura vincolata”: nella stesura del testo si ponevano una regola che andava sempre rispettata. I vincoli imposti erano dei più diversi, per esempio il lipogramma impediva l’uso di una determinata lettera, un caso estremo di lipogramma è La scomparsa di Georges Perec, un intero romanzo scritto senza l’uso della lettera “e”. Un altro grande esponente dell’Oulipo è Raymond Queneau: nei suoi romanzi ogni elemento, anche la numerazione dei capitoli, doveva rispondere a una qualche regola predeterminata.

Letteratura e scienza

Queste spinte e influenze segnano l’inizio di una seconda fase della ricerca letteraria di Calvino che poneva le sue radici già nel 1965 con la pubblicazione di Le Cosmicomiche, in cui, attraverso una serie di apologhi fantastici sull’origine del cosmo, Calvino ricongiunge la letteratura al proprio interesse per la scienza. Questo interesse derivava probabilmente dalla sua famiglia: suo padre era agronomo e sua madre botanica, persino suo fratello fu uomo di scienza, al punto che Calvino si considerò sempre, più o meno ironicamente, la pecora nera della famiglia.

In questo periodo la scienza diventa un punto focale della sua ricerca, ma a interessarlo, come è stato fatto notare da Roscioni, non è tanto la scienza in sé quanto la possibilità di usarne metodi e linguaggi in ambito letterario, cioè di avvicinare il linguaggio letterario a quello scientifico conferendogli la stessa precisione nel delineare la nostra conoscenza del mondo. Questo tipo di ricerca si può riscontrare, oltre che nelle Cosmicomiche, anche in Ti con zero e in Due interviste su scienza e letteratura (1968).

Come spiega Calvino, il discorso scientifico tende a un linguaggio puramente formale e matematico, indifferente al proprio contenuto, mentre il discorso letterario tende a costruire un sistema in cui ogni segno è un valore per il solo fatto di essere stato scelto e fissato sulla pagina. Sembrerebbe quindi impossibile ipotizzare due campi di conoscenza più diversi tra loro, ma i due discorsi possono influenzarsi a vicenda, in particolare il modello del linguaggio matematicopuò salvare lo scrittore dal logoramento in cui sono scadute parole e immagini per il loro falso uso”.

Quando Calvino incontra lo strutturalismo, un metodo rigoroso quanto quello scientifico, pensa di aver finalmente trovato una sorta linguaggio matematico applicabile completamente anche alla letteratura.

Eppure, se prendiamo un saggio di qualche anno successivo ci rendiamo conto che le idee dello scrittore ligure sono profondamente cambiate. Infatti, in Lo sguardo dell’archeologo (1972), uno scritto programmatico per una rivista mai realizzata, Calvino dice: “Proprio perché rispettiamo il metodo [strutturale] nelle sue procedure formalizzanti più rigorose, vogliamo qui distanziarcene istituendo un diverso spazio di ricerca. […] Il vero luogo della nostra impresa precede oppure segue l’applicazione d’un metodo: fornendogli materie prime o rifornendosi di semilavorati dalle sue officine”. Questo spazio di ricerca è la letteratura nella sua specificità, siamo davanti alla rivendicazione di un modo particolare di conoscere il mondo proprio solo del linguaggio letterario e non comparabile a quello scientifico.

Le città invisibili e il problema della conoscenza

Cosa è cambiato dunque? Nel 1972 Calvino ha pubblicato Le città invisibiliIl libro si compone di brevi capitoli che descrivono ciascuno una città immaginaria con nome di donna. Le descrizioni, cinquantacinque in tutto, sono resoconti di viaggio fatti da Marco Polo a Kublai Khan: i loro colloqui, posti all’inizio e alla fine di ciascuno dei nove capitoli del libro, costituiscono la cornice che lega tra loro tutte le città.

Consapevole che il suo immenso regno non sia altro che “uno sfacelo senza fine né forma”, l’imperatore ascolta Polo perché solo nei suoi resoconti “riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”, insomma attraverso i racconti dell’esploratore Kublai Khan intravede una struttura in grado di tenere insieme il suo sconfinato impero.

Seguendo ciò che Calvino suggerisce, “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”, possiamo analizzare l’ottavo capitolo per renderci conto di come e perché la concezione della letteratura di Calvino vada a cambiare così radicalmente tra il 1968 e il 1972.

Il capitolo si apre con le riflessioni di Kublai Khan riguardo alla scacchiera, elemento ricorrente del libro che Marco Polo usa per spiegare all’imperatore le vicissitudini del suo viaggio muovendovi sopra una serie di oggetti diversi. Kublai Khan pensa: “Se ogni città è come una partita a scacchi, il giorno in cui arriverò a conoscerne le regole possiederò finalmente il mio impero, anche se mai riuscirò a conoscere tutte le città che contiene”. Dunque perché muovere un elmo, una conchiglia, una noce di cocco sulla scacchiera, inutile ricorrere a tante cianfrusaglie, meglio utilizzare solo i pezzi degli scacchi con le loro “forme esattamente classificabili”. Con questo nuovo metodo il monarca non ha più bisogno di mandare Marco Polo in spedizioni nell’impero, gli basta che lo intrattenga in interminabili partite a scacchi: la risposta deve essere da qualche parte sulla scacchiera.

Nel suo continuo processo di astrazione il Gran Khan inizia a chiedersi il perché del gioco e infine sotto il piede del re che ha subito uno scacco matto non resta altro che un quadrato nero o bianco.

A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all’essenza, Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla…

Kublai Khan è arrivato davanti alla completa impossibilità di esprimersi sul mondo: i processi di continua astrazione che volevano trovare un senso, incasellare tutto in una struttura, lo hanno portato a staccarsi dalla realtà perché davanti al disegno astratto che aveva creato i dati empirici hanno perso valore. Questo lo porta a scontrarsi con l’impossibilità di conoscere il mondo segnalata dal completo annullamento davanti al quadrato della scacchiera.

Questo per Calvino è inaccettabile, almeno a livello poetico: nel corsivo che chiude il capitolo mostra la via di fuga da questo annullamento, ossia la narrazione. Marco Polo infatti inizia a parlare e descrive il legno di cui è fatta la scacchiera, le sue fibre e i suoi pori e, prima che Kublai Khan possa rendersene conto, Polo è già arrivato ai boschi d’ebano, alle zattere di tronchi che discendono i fiumi, agli approdi, alle donne alle finestre.

Il silenzio a cui era arrivato Kublai Khan viene cancellato dalla possibilità di raccontare storie, è ancora una volta il primato della letteratura come forma di conoscenza della realtà che non abbandona mai il contatto con le cose. Insomma, siamo davanti al fallimento del metodo strutturalista che pretendendo di ingabbiare la realtà in un linguaggio scientifico esaustivo, la svuota di senso.

Al contrario, il linguaggio poetico non pretende di dire tutto, anzi, come ribadito da Calvino stesso durante una conferenza successivamente pubblicata con il titolo Cibernetica e fantasmi (1967) la tensione della letteratura è quella di “dire continuamente qualcosa che non sa dire […] La battaglia della letteratura è appunto uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio; è dall’orlo estremo del dicibile che essa si protende; è il richiamo di ciò che è fuori dal vocabolario che muove la letteratura”.

Calvino ha quindi abbandonato definitivamente i suoi tentativi di trasformare la letteratura in una forma scientifica di conoscenza, ha abbandonato il libro pensato come esperimento conoscitivo a cui l’uso di vincoli e strutture prestabilite conferiscono uno statuto di conoscenza simile a quello delle scienze sperimentali. Questo non significa che la letteratura non abbia un potenziale conoscitivo, semplicemente permette di conoscere la vita in un proprio modo specifico, come viene ribadito in Lo sguardo dell’archeologo: “Quel che ci sta a cuore è altro: è il contesto in cui la letteratura prende senso”.


FONTI

Italo Calvino, Il midollo del leone, La sfida al labirinto, Cibernetica e fantasmi, Due interviste su scienza e letteratura, Lo sguardo dell’archeologo, in Una pietra sopra, Einaudi, 1980

Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 2019

Italo Calvino, Tutte le cosmicomiche, Mondadori, 2017

Vittorio Spinazzola, L’io diviso di Italo Calvino, Belfagor, Vol 42 (30 settembre 1987) 

Virna Brigatti, Il finale gnoseologico delle Città invisibili di Italo Calvino, Acme, Settembre-Dicembre 2010 

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