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Tra segregazione e finzione: parliamo di K-pop

La segregazione è un fenomeno dalle mille sfumature, conosciuto principalmente per il suo aspetto razziale – ossia, la restrizione dei diritti civili su base razzista. Per questo possiamo, ad esempio, ricondurlo ai genocidi di cui abbiamo testimonianza nella storia dell’umanità. Da quello dei nativi americani, ai più recenti campi di concentramento per gli Uiguri, la segregazione ha sempre avuto conseguenze terribili (come la storia ci ha mostrato).

Ancora più sottile, se non subdola, è la segregazione nata dal pregiudizio e dalla paura delle malattie mentali. Persone con disturbi di questo tipo, infatti, vengono spesso ignorate o allontanate dalla società, come nulla fosse. Come se non bastasse, non manca la loro categorizzazione come semplici individui bisognosi di attenzioni o pericolosi per la comunità. Eppure, non esiste atteggiamento più deleterio.

È proprio per questo che, come tema del mese, «Lo Sbuffo» ha scelto la segregazione. È un tema pieno di sfaccettature, fin troppo sottovalutato ma incredibilmente attuale.

Un dualismo assurdo

C’è un genere musicale particolarmente colorato, che sta sovrastando il monopolio della cultura occidentale (vi ricordate il nostro articolo a riguardo?): il K-pop. Se ne sente parlare sempre di più, ma non parliamo mai abbastanza del mondo oscuro che vi si cela dietro. Un mondo in cui, purtroppo, sono la segregazione e l’ipocrisia a far da padroni.

Partiamo da una premessa: questo non è né vuole porsi come un attacco a un genere musicale (che ha molto da offrire, più di quanto si possa immaginare). Si tratta di una critica a un’industria che fa dello sfruttamento il suo credo, rubando l’infanzia agli adolescenti e costringendoli a un mondo di pura competizione.

La formazione degli idol inizia a una giovanissima età, a volte persino a undici anni. È una catena di montaggio pesante, spesso insostenibile per un ragazzo di quell’età. Non è un caso che spesso, molti idol decidano di lasciar perdere questa strada, anteponendo la propria salute mentale a tutto quanto. 

E chi continua questo viaggio? Chi prosegue si ritrova a dover sudare (sia metaforicamente che non) ogni giorno, a dover imparare coreografie anche allo stremo delle forze (arrivando a lavorare anche dodici ore al giorno!) e, se ritenuto sovrappeso, è costretto a perdere peso – anche digiunando. Ogni idol deve corrispondere all’ideale estetico di ogni fan, e per questo viene fortemente scoraggiata ogni relazione sentimentale – puntando invece sull’estrema sessualizzazione di ogni artista, anche se minorenne. Come se non bastasse, gli artisti sono sempre e comunque dati in pasto agli hater, senza alcun tipo di protezione. Anche in casi di tentati omicidi. 

E se un idol è ritenuto non esteticamente perfetto (anche se nel mezzo della pubertà, quando tutto può cambiare in un attimo), la soluzione è una sola: la chirurgia plastica.

L’ossessione per l’estetica

Purtroppo, è piuttosto nota l’ossessione dei coreani per i canoni estetici della loro società. Con la convinzione di poter essere perfetti solo assomigliando agli occidentali, migliaia di ragazzi coreani iniziano a sottoporsi a operazioni di chirurgia plastica dai quattordici anni, incuranti delle possibili conseguenze sulla propria salute. Un’industria che ricorda molto quella di Hollywood tra gli anni Venti e i Trenta, che ha una terribile finalità in comune con l’industria musicale coreana: la cancellazione dei tratti tipici delle culture straniere. 

Occhi grandi, sicuramente non a mandorla. Naso in su alla francese, mento appuntito e facce più piccole, meno tonde. Tutto per conformarsi all’ideale estetico occidentale, per venire meno ai tratti somatici della propria etnia.

Se fosse una cosa voluta si potrebbe anche comprendere il fenomeno e giustificarlo, se non fosse che molti artisti lo fanno perché costretti dai propri manager, più che seguendo un proprio desiderio; e se non sono costretti da loro, lo sono dalla loro società. Un circolo vizioso circondato da ipocrisia, dato che raramente gli idol ammettono di aver fatto ricorso alla chirurgia. 

È particolarmente famoso il caso di Park Bom, cantante del gruppo 2NE1. Tra disturbi mentali (le è stato diagnosticato l’ADHD), stress e aumento di peso, negli anni l’artista si è sottoposta a innumerevoli interventi di chirurgia plastica. Seno, labbra e guance sono solo alcune dei tanti aspetti che Bom non è riuscita ad accettare di sé, modificandole anche più volte. Ovviamente, i “fan” non hanno perso tempo con gli insulti, incuranti dell’ambiente in cui Bom è vissuta e vive tuttora – al punto che lei li ha scongiurati di smettere. Possibile che si debba arrivare a questo punto?

Razzismo internalizzato

Non è un caso che uno degli interventi di chirurgia estetica sia la blefaroplastica dell’Asia orientale, più comunemente definita “chirurgia della doppia palpebra”. Come suggerisce il nome, consiste nella creazione di una palpebra superiore, eliminando la classica forma dell’occhio a mandorla. In poche parole, è un vero e proprio rigetto e allontanamento dell’identità fisica asiatica, frutto di una terribile segregazione.

Un odio di sé che porta anche a pesanti casi di whitewashing, ossia lo “sbiancamento” della tonalità della pelle degli idol. Certo, esiste principalmente per una motivazione classista (per cui chi è abbronzato è povero), ma sta sempre più prendendo piede nell’industria asiatica e non. Con software di fotoritocco o rimedi fisici come creme sbiancanti, non sono pochi gli artisti che si ritrovano con la pelle infinitamente più bianca; al punto che, purtroppo, gli idol che non si sottopongono a whitewashing si sentono a disagio perché ritengono la propria pelle “sporca” – solo perché di tonalità diversa. 

Insomma, ogni metodo è buono per somigliare il meno possibile ai coreani stessi. Basti pensare anche alle app di foto e editing più diffuse in Corea, come la “Snow App”. Per chi non sapesse di cosa si tratta, basta prendere come riferimento i filtri di instagram (o il meno usato Snapchat), ma con modifiche al viso molto più pesanti. Occhi esageratamente ingranditi, viso molto più piccolo, naso immediatamente dritto, pelle quasi cadaverica. In poche parole, ciò che la società coreana vuole raggiungere con creme e interventi chirurgici. 

Sono pochi gli idol che si oppongono attivamente al fenomeno, per una sorta di razzismo internalizzato. Tra questi Hwasa, rapper delle MAMAMOO. Non a caso, è tra le artiste più controverse e odiate nell’industria musicale coreana – anche a causa del suo attivismo contro la grassofobia, purtroppo dilagante in Corea.

Razzismo

Il razzismo in Corea è molto diffuso, e altrettanto subdolo – un po’ come anche in Giappone o in Cina. Per questo, diventare idol e appartenere a un’etnia diversa da quella coreana è molto più difficile di quanto si pensi. Come se non fosse sufficiente, qualora un idol non coreano riesca a costruirsi una carriera, non smetterà mai di essere attaccato per la propria origine. Un esempio lampante è quello di Somi, una delle idol più famose (e giovani) del momento, che ha spesso affermato di aver ricevuto commenti ignobili solo perché canadese (per metà). Citandola testualmente, non sono mancati insulti come “incrocio”, “bastardina”. Pensate chiamare una ragazza di sedici anni “bastardina” solo perché lontanamente di una diversa etnia: come può andare avanti una situazione del genere?

Ancora più famoso è il caso di Fei delle Miss A, artista cinese. Proprio perché cinese, più e più volte è stata insultata e attaccata su ogni fronte, al punto che gli hater sono arrivati a dire che si lavava raramente solo per la sua etnia. Un’affermazione completamente senza senso, ma Fei ha vissuto un vero e proprio inferno a causa di ciò. 

Qualcuno mi ha chiesto se mi facessi la doccia una volta a settimana, allora ho risposto “Io mi faccio la doccia ogni giorno! Pensi che le persone cinesi non si lavino mai?” E purtroppo era esattamente ciò che pensavano, io ero sconvolta.

Un sistema subdolo

Si potrebbe pensare che la bravura di determinati idol vada oltre ogni commento del genere, superando i pregiudizi; eppure, non è così. Lalisa Manoban, conosciuta come Lisa, è un’artista tailandese entrata in uno dei gruppi più ascoltati del momento: le Blackpink. Rap fluente, coreografa e ballerina meravigliosa, carisma unico. Non è un caso che tutto il mondo la voglia vedere in tour, anche solo per pochi secondi di ballo, né che ogni video delle Blackpink raggiunga centinaia di milioni di visualizzazioni in poche ore.

Eppure, anche lei si è ritrovata a dover denunciare sui social gli insulti razzisti a cui è sottoposta ogni giorno. Il tutto, ovviamente, contornato da commenti sessisti e attacchi ai tailandesi in generale, e su come non dovrebbero proprio entrare a far parte della cultura coreana. Insomma, anche se lo si vuole nascondere, la segregazione razziale in Corea esiste. È subdola, si insidia come un serpente tra le menti delle persone senza manifestarsi apertamente, ma è comunque presente. È un clima di ipocrisia pura.

Come sottolineato dall’ONU nel 2018, in Corea del Sud mancano delle leggi antidiscriminatorie, che invece si dimostrerebbero più che utili in un contesto del genere. Non mancano le discriminazioni salariali – sia nell’industria musicale che non – nei confronti degli stranieri, mobbing, timore del prossimo (soprattutto se proveniente dall’Africa o da altri paesi asiatici). Non sarebbe ora di fare davvero qualcosa a riguardo?

L’insostenibile incuranza della salute mentale…

Se prendiamo le considerazioni fatte finora, capiamo quale sia la conclusione più ovvia: nell’industria musicale coreana non si parla di artisti o persone. Sono semplici merci, vittime di un sistema malato che porta persino alla segregazione dei loro problemi mentali

Non sono pochi i casi di idol costretti a prendersi una pausa (o una vera e propria rottura) dalle scene a causa del continuo stress. Un esempio è dato da S. Coups e Jeonghan, membri del fortunato gruppo Seventeen. Non solo: Kang Daniel, Mina, Jooheon, Han, HaSeul, sono solo alcuni degli idol che nell’ultimo periodo sono arrivati allo stremo delle proprie forze, scongiurando pietà dalle proprie case discografiche. Per chi non segue molto il panorama K-Pop questi sembreranno nomi qualsiasi, forse a malapena pronunciabili. Eppure queste sono solo persone normali come tutti noi, esseri umani che hanno solo voluto raggiungere i propri sogni senza danneggiare la propria sanità mentale. 

È chiedere troppo, forse?  

Altri idol, purtroppo, sono diventati vittime di disturbi mentali in seguito al declino della loro carriera – spesso dovuto alla negligenza o a cattive strategie di marketing dell’agenzia discografica. Un esempio è quello della leader delle 9MUSES, gruppo tristemente noto perché non è mai riuscito a raggiungere le prime posizioni nelle classifiche più importanti del Paese – nonostante dieci anni di carriera e un singolo più bello dell’altro. 

In questo caso, il problema più grande è stato proprio la noncuranza della casa discografica (Star Empire Entertainment), colpevole di non aver mai pubblicizzato a dovere le 9MUSES – dando invece più rilevanza anche a gruppi che non ancora debuttavano. Per fortuna, le ragazze sono andate avanti con le loro vite, ma per Sera è stata più difficile del previsto.

…e le sue terribili conseguenze

La giovane, dopo l’uscita dal gruppo, ha infatti vissuto una triste esperienza di depressione, attacchi di panico ed episodi di sonnambulismo – fino a considerare il suicidio. Per fortuna, la volontà di stare meglio ha superato ogni malattia, permettendo adesso alla giovane di vivere più serenamente – che, al momento, ha intrapreso la carriera da streamer e youtuber. 

C’è chi però non è stato così fortunato: Kim Jonghyun, Sulli e Goo Hara sono state tutte stelle vittima di un sistema malato, fortemente sessualizzante e dedita al cyberbullismo più estremo. Tutte persone che avrebbero avuto bisogno solamente di aiuto, per poi subire invece una vera e propria segregazione da parte di una società che li condanna ai loro disturbi mentali

La dipartita di queste stelle ha letteralmente sconvolto i fan del K-POP da ogni parte del mondo, dato che – soprattutto fino alla morte di Jonghyun – era impossibile immaginare cosa si celasse dietro un mondo tanto colorato e affascinante. Le etichette discografiche coreane hanno provato a sciogliersi in favore di politiche che dessero più rilevanza alle malattie mentali, ma la strada è ancora lunga: dopotutto, come nel caso di Jonghyun, nessuno si aspetta un dolore così grande in un idol, specie se quest’ultimo sente la necessità di nasconderlo per il bene della sua carriera. Al punto che, purtroppo, nella sua lettera d’addio afferma:

Non era la mia strada diventare famoso a livello mondiale. Ecco perché si dice che è difficile andare contro il mondo e diventare famosi. Perché ho scelto questa strada? È abbastanza divertente ora che ci penso.

È un miracolo che io abbia resistito per tutto questo tempo.

Qualche nota positiva

Lentamente – ma inevitabilmente – emergono sempre più artisti che cercano di dare un po’ di chiarezza e consapevolezza riguardo questo mondo oscuro. Artisti che, consapevoli dell’ingiustizia di queste forme di segregazione e negligenza, si fanno portavoce di una generazione che vuole cambiare la società. Oltre alle sopracitate Hwasa e Ryu Sera, è fondamentale la figura di Sunmi.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Sunmi è una ragazza che ha vissuto e parlato di ogni tipo di problematica, dalle malattie mentali agli insani canoni estetici coreani. Nel singolo Noir, in particolare, la cantante mostra alla perfezione come i social media possano plasmare le persone in modo incredibilmente negativo – e le relative conseguenze. La scelta del titolo non è casuale: la canzone stessa tratta di temi “noir”, il video è colorato ma inquietante; allo stesso modo, Sunmi ritiene il mondo un posto pericoloso e crudele. O ancora, si denuncia il fatto che i social ormai ci rendano semplici “spettatori”, esseri senza giudizio critico che sanno solamente documentare o assistere ai fatti – piuttosto che essere realmente d’aiuto. 

Per non parlare poi degli utenti online che scattano fotografie inappropriate di tragedie con loro che sorridono in primo piano, mostrando come la dipendenza dai social media sta lentamente distruggendo la moralità umana e il buon senso. E ancora, infine, il devastante effetto dei social sulle menti degli idol, portati spesso a modificare il proprio aspetto fisico, ignorare il proprio malessere, darsi all’abuso di sostanze o, persino, perdere la propria vita. 

Nel prossimo articolo, in uscita lunedì 8 marzo, ci concentreremo sulla segregazione razziale avvenuta ai danni della popolazione ebraica negli anni Quaranta, partendo dal libro Stella di Takis Würger.

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