Arte concettuale: rottura con il passato e forza dell’idea

L’Arte Concettuale è una corrente artistica che appare in Europa intorno al 1960, in opposizione a tutte le forme d’arte fino ad allora conosciute. È una delle massime vette dell’espressione intellettuale del Novecento, in quanto privilegia il processo, il pensiero e lo schema concettuale e costruttivo che determina l’opera d’arte. Gli artisti che si occupano di arte concettuale si liberano dell’importanza attribuita canonicamente al materiale e alla tecnica e alle qualità dell’opera. Si rivolgono così prevalentemente all’ideazione e alla progettazione oltre che alla concettualizzazione dell’immagine e dell’idea.

L”Arte Concettuale si tramuta così nel punto di arrivo di un percorso iniziato con il rifiuto del naturalismo e della mimesis, quindi con il Postimpressionismo e l’Espressionismo. Si aggiunge poi il rifiuto del passato, con il Futurismo, della prospettiva, con il Cubismo, e del valore commerciale dell’opera, con il Dadaismo. Un tracciato, quindi, che arriva addirittura a rinunciare all’opera in sé, anteponendole la forza dell’idea. Se ci sembra normale che ci siano oggetti d’uso quotidiano nei musei, è perché Marcel Duchamp fece arte concettuale prima di chiunque altro. Attaccò così una ruota di bicicletta a uno sgabello, chiamandola Ruota di Biciletta (1913) e ponendola in un museo.

Sol Lewitt, compositore o artista?

L’espressione “Arte Concettuale” fu usata per la prima volta dall’artista americano Sol LeWitt (Paragraphs on Conceptual Art, 1967) con queste parole:

In conceptual art the idea or concept is the most important aspect of the work. […] it means that all the planning and decisions are made beforehand and the execution is a perfunctory affair. The idea becomes the machine that makes the art.

Più volte LeWitt paragona il ruolo dell’artista a quello dell’architetto o del compositore, due figure che producono delle idee ma che non le costruiscono personalmente. Il lavoro di Lewitt, dunque, consiste principalmente nel creare istruzioni specifiche e diagrammi. In questo modo, anche dopo la sua morte, le sue opere possono ancora funzionare grazie alle sue istruzioni minuziose. Quello che rende speciali le opere di Lewitt, perciò, è proprio l’idea supportata da un’appropriata esecuzione.


Una rivoluzione concettuale che si radica nel Dada, nella Pop Art e nella Minimal Art

La rivoluzione concettuale fu portata avanti dalla corrente Neo Dada, dalla Minimal Art e dalla Pop Art. Movimenti che si sviluppano tra gli anni Cinquanta e Sessanta e che rappresentano una rottura di portata epocale con il passato e con la tradizione. L’atteggiamento corrisponde al periodo post-bellico, fortemente idealizzato. In un atto di ribellione, quindi, gli artisti svincolano l’arte da qualsiasi legame con il mondo della produzione, del potere e del mercato, ponendo l’arte come atto rivoluzionario.

Gli artisti concettuali utilizzano i mezzi più vari ed eterogenei, ricavati da qualsiasi ambiente e da qualsiasi disciplina, allargando enormemente il campo di azione dell’arte. Qualsiasi tecnica o materiale può essere utilizzato. Entrano così nel campo dell’arte nuove categorie come la durata, l’Happening, la Performance, o l’uso del corpo, la Body Art.

La declinazione successiva su diverse correnti

Negli anni seguenti, le premesse stabilite dal New Dada, Dalla Pop Art e dalla Minimal Art furono ereditate e ampliate dall’Arte Concettuale propria (Kosuth, Nauman, Weiner, ecc.). Con questa anche l’Arte Povera italiana (Boetti, Paolini, Merz, Kounellis, Pistoletto, ecc.) e la Narrative Art (Askevold, Cutforth, Le Gac, Gerz, Hutchinson, Welch). Al concettualismo è poi riconducibile la poetica del movimento Fluxus, tra cui spiccano nomi  come Joseph Beyus, George Brecht, Giuseppe Chiari, Gianno Emilio Simonetti e June Paik.

Ma c’è un altro versante del concettuale, già citato, che dimora  nella Performance Art e nella Body Art, con Gina Pane, Arnulf Rainer, Urs Lüthi, Marina Abramovic, Vito Acconci, Luigi Ontani, Hermann Nitsch e altri. Le opere vengono quindi staccate dalle pareti, escono dalle gallerie, entrano nello spazio della vita. L’arte concettuale rifiuta di vivere in un unico posto, resiste al possesso di un padrone e non si piega a essere ridotta a mero oggetto di lusso.

Joseph Kosuth e il cortocircuito cognitivo

Il primo artista ad aver usato la definizione “concettuale” per connotare il suo programma artistico è stato l’americano Joseph Kosuth. Una delle sue opere più famose, che spiega bene il concetto di Arte Concettuale, è One and Three (1965). Qui l’artista espone di fronte a un muro un oggetto, tra cui ricordiamo il celebre caso della sedia, declinato in diverse entità rappresentative. Così l’opera consta della sedia vera, la sua rappresentazione fotografica e la definizione tratta dal dizionario dell’oggetto. Con questo lavoro, Kosuth innesca una riflessione sul rapporto che lega l’oggetto reale alla sua immagine, quindi sul rapporto tra il linguaggio e l’immagine, creando un cortocircuito a livello cognitivo.

Michael Asher e l’alterazione delle strutture espositive

Le diverse declinazioni dell’arte concettuale mostrano dunque come la materialità e l’oggetto perdano importanza rispetto alla potenza dell’idea. Michael Asher, ad esempio, non produce nessun oggetto d’arte, ma altera le strutture espositive con l’inserimento o rimozione di alcuni elementi. Nel 1973, nella galleria Franco Toselli di Milano, decise di scrostare le pareti con una sabbiatrice, fino a far comparire l’intonaco marrone. L’opera si depriva di qualsiasi connotazione artificiosa, tanto che il suo non-titolo è Untitled. Ma Asher si pone come obiettivo principale una ricerca critica verso le istituzioni artistiche. Piuttosto che utilizzare elementi nuovi, modifica infatti gli ambienti esistenti, eliminando o spostando parti strutturali come muri o facciate.

Yoko Ono e la performance che coinvolge il fruitore

Conosciamo ora Yoko Ono, celebre per essere stata la musa e la moglie di John Lennon. Tuttavia, il suo contributo artistico riaffiora anche tra i primi artisti che hanno esplorato l’arte concettuale e la performance artistica. La sua estetica è quindi incentrata sulla diffusione di messaggi di pace e sul rispetto dei diritti umani, oltre a porre attenzione nei confronti del sociale e delle disuguaglianze di genere.

Una sua celebre performance è stata Cut Piece (1965). In questo caso l’artista siede da sola al centro di un palco, vestita del suo abito migliore, con un paio di forbici davanti. Il pubblico presente era stato informato del fatto che poteva interagire con lei tagliando un pezzo dei suoi vestiti. In questo modo Yoko Ono, nella sua performance, o “opera partecipativa” invita gli spettatori a diventare agenti nella creazione d’arte, annullando la barriera che divide l’artista e il fruitore dell’arte.

Vito acconci e la violenza nella body art

Ma uno degli artisti più rappresentativi della Body art degli anni Settanta è l’americano Vito Acconci, il quale si occupò di performance art e di videoarte, usando il suo stesso corpo come soggetto. Non solo, ma l’artista si impegnò su temi che scandalizzavano l’opinione pubblica, tra cui nudità, sessualità e violenza. Le sue opere, quindi, si basano su gesti fortemente collegati alla dimensione istintuale e animalesca dell’essere umano. Il performer, in Studi di adattamento (1970), provò ad infilarsi il pugno in bocca fino a percepire un senso di soffocamento. Durante un’altra performance, si bendò e si fece lanciare addosso dei palloni, non potendo far niente per evitarli.

La violenza assunse sempre più importanza nelle sue performance. In Marchi (1970) arrivò addirittura a mordersi fino a lasciare impresso il segno dei suoi denti sulla sua pelle. Successivamente l’artista cosparse l’impronta con dell’inchiostro, per poi stamparla su carta, come una sorta di autografo. Vito Acconci, scomparso nel 2017, è stato dunque pioniere del contemporaneo, e la sua ricerca non si è limitata alla performance e alla Body Art. Il suo interesse per il corpo umano e il rapporto con lo spazio pubblico hanno portato infatti la sua arte lungo un’evoluzione spintosi verso l’architettura, l’arte pubblica, il paesaggio e il design di mobili.

Ecco dunque come questa breve, ma essenziale, costellazione di artisti, ci dimostri l’importanza intellettuale e fruitiva dell’Arte Concettuale. Non solo una forma di espressione artistica, ma una firma identitaria, che coinvolge pensiero e azione nell’eterno simbolismo dell’idea.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caro lettore, per noi de Lo Sbuffo l'educazione ad un uso consapevole del web è fondamentale. Se puoi, ti chiediamo di dedicare due minuti del tuo tempo alla lettura di questo articolo di Accademia Civica Digitale.

Con la cultura per un web migliore!

Grazie,
Lo Sbuffo