“Speravo de morì prima” un pensiero da tifoso sulla serie della discordia giallorossa

Dopo molte chiacchiere a riguardo, molti rumours che sembravano quasi dipingere il tutto come uno scherzo o una esagerazione macchiettistica, ecco arrivare i primi episodi della tanto attesa serie SKY Original Speravo de morì prima – La serie su Francesco Totti.

Le reazioni da subito sono state miste. Molti scettici non hanno perso l’occasione di attaccare il progetto riguardo la figura dello storico capitano della AS Roma, squadra di calcio simbolo della capitale. Risulta quindi quanto mai opportuno ricercare un punto di vista oggettivo per valutare una serie che ha spaccato in due gli spettatori, tra chi la sta adorando e chi l’ha già etichettata come un fallimento.

Premessa importante:
La penna di questo articolo è quella di un tifoso della Roma dall’età di 4 anni, precisamente dal 2001, l’anno dell’ultimo scudetto vinto dai giallorossi (spero sia solo un caso che da allora non abbiamo più vinto nulla). Perché comunicare questo dettaglio apparentemente irrilevante, vi starete chiedendo. Presto detto. Il motivo risiede nel fatto che la maggior parte delle critiche mosse alla serie arrivano direttamente dai tifosi romanisti e sono critiche che, forse, solo un tifoso giallorosso può capire e tentare di spiegare al grande pubblico.

L’Ottavo re di Roma

Per comprendere pienamente i vari attacchi e i giudizi negativi dati a priori dal tifoso romanista medio bisogna prima spendere due parole sulla complessità del personaggio protagonista di questa serie e il suo profondo legame con la città che ha rappresentato per ventisette anni.

John Arne Riise, ex terzino di Liverpool e Roma, una volta pronunciò una frase molto forte, quasi blasfema per un occhio estraneo al mondo del pallone:

Totti è la cosa più vicina a Dio in una squadra di calcio

Eppure la realtà è proprio questa. Francesco Totti è stato più di un calciatore per la città di Roma, è stato il Capitano, l’amico fraterno, il primo amore, il baluardo a cui tutti i romanisti guardavano nei momenti di difficoltà. Risulta difficile far capire a chi questi colori non li tifa e, in particolar modo, a chi non coglie l’emotività intrinseca nel mondo dello sport, quanto un uomo possa diventare il simbolo di un popolo solo “tirando un paio di calci al pallone”.

Francesco Totti per i romani era solo Francesco. La sua maglia numero dieci era un’estensione di pura romanità che pervadeva il campo verde dello stadio Olimpico ogni domenica. Ha fatto gioire una città intera per quasi tre decenni e l’ha fatta piangere come mai prima il 28 maggio 2017. Il giorno del suo ritiro.

Di cosa parla la serie?

Speravo de morì prima affronta gli ultimi due anni della straordinaria carriera di Francesco Totti tra le file della AS Roma durata venticinque stagioni, con richiami agli anni d’oro della sua giovinezza calcistica, ripercorrendo il suo addio dalle tinte amare e ricco di dissapori.

Il personaggio di Francesco è interpretato da Pietro Castellitto, il quale ha preso parte ad alcuni teaser negli scorsi mesi proprio in compagnia dello storico capitano. Castellitto palesa da subito la sua fede romanista e quindi la propria venerazione per colui che è chiamato ad interpretare, in una prova attoriale rischiosa visto l’eco mediatico del personaggio. Eppure, già dalle poche immagini del trailer, il suo tentativo di richiamare la tipica parlata di Totti e i vari cambiamenti estetici per riprendere le diverse ere del Pupone sembravano funzionare ampiamente. Il tutto si è poi confermato nelle prime ore di visione.

Discorso analogo per coloro che sono i comprimari fondamentali della storia. Appare credibile l’attrice Greta Scarano nelle vesti della fiamma storica, nonché moglie di Totti, Ilary Blasi, così come Gabriel Montesi in quelle di Antonio Cassano, altro volto noto del panorama calcistico italiano.

Tra i tanti nomi prestatisi al progetto spicca poi quello di Gianmarco Tognazzi nel ruolo dell’ultimo allenatore di Francesco, Luciano Spalletti. Il pericolo più grande risiedeva proprio in questo personaggio. Spalletti sembrava essere destinato a una rappresentazione da puro villain fumettistico, che non avrebbe reso giustizia alla controversa figura dell’allenatore di Certaldo. Tuttavia, grazie alla buona scrittura della serie e a una interessante prestazione attoriale di Tognazzi, questo rischio pare essere stato sventato. Le conferenze stampa istrioniche di Luciano risultano estremamente fedeli alle originali e la ricostruzione delle litigate tra lui e Francesco non valicano mai il limite della credibilità. Certo, talvolta i toni appaiono vagamente esagerati da parte di Castellitto. Sembra quasi di essere di fronte a una serie di scene tratte da Romanzo Criminale – La serie, eppure la marcata aura di romanità del protagonista riesce a ricondurla in una sfera di coerenza narrativa.

Le critiche dei tifosi

Come potete leggere da tifoso ho saputo analizzare ciò che Sky ci ha mostrato con imparzialità, senza dimenticare l’inevitabile trasporto emotivo causatomi dalla meravigliosa storia del Capitano. Ma non tutti sono stati della mia stessa opinione.

Gran parte di coloro che hanno visto la serie hanno gridato allo scandalo. Sapete perché? Perché Castellitto non assomiglia a Francesco Totti. Perspicaci! Solo ed esclusivamente per questo. Va detto che effettivamente, nonostante le acconciature, la somiglianza risulta essere estremamente vaga. Tuttavia non penso basti un dettaglio del genere per demolire a priori una serie inedita. Pietro Castellitto è un ottimo attore che si sta affermando con successo negli ultimi anni e ha dimostrato di saper dare il meglio di sé in ruoli fuori dal comune e con personaggi sopra le righe.

“Ma il suo piede preferito è il sinistro mentre quello del Capitano era il destro, è vergognoso”. Suppongo non sia necessario dire (o forse sì, alla luce delle innumerevoli frasi di questo tipo) che non paghiamo per vedere Castellitto giocare novanta minuti su un campo di calcio. Bensì paghiamo per vedere Castellitto far finta di giocare, per qualche minuto scarso, tra un dialogo e un altro, con l’intento di ricostruire la vita dell’uomo oltre il calciatore. Per fare ciò serve un buon attore, non un statua di Madame Tussauds.

Ovviamente le medesime critiche sono state mosse a tutti gli altri personaggi, anche nel loro caso non tenendo conto del fattore di finzione scenica e rappresentativa. Ci vuole tanta pazienza. Fidatevi, tifo Roma, e la pazienza è il nostro unico trofeo in bacheca da dieci anni a questa parte. Insieme a un bonsai, ma questa è un’altra storia.

La semplicità di un grande amore

Molti però si sono posti una domanda fondamentale.
Alla luce anche del documentario Mi chiamo Francesco Totti, uscito nel 2020, che ripercorre interamente e con filmati storici l’intera carriera del Capitano, quanto può essere opportuna una serie basata su delle ricostruzioni?

La risposta può risultare forse semplicistica, ma chi scrive pensa sia l’unica possibile. Perché no? Sino ad ora la serie si è presentata come estremamente godibile anche per tutti coloro che sono avulsi al mondo della AS Roma e che magari sono stati attratti esclusivamente dall’aura quasi mitologica del personaggio protagonista.

Il Luciano Spalletti di Tognazzi funziona alla grande e risulta estremamente fedele in ogni sua roboante e polemica conferenza stampa. Stessi complimenti sono da rivolgere a Greta Scarano che non stona nei panni di Ilary e fa capire l’importanza avuta da quest’ultima nelle decisioni del Capitano agli sgoccioli della sua carriera.

Francesco Totti resta eterno nella sua dimensione calcistica quanto umana. La sua storia di ragazzo di borgata divenuto simbolo e leggenda della Capitale va oltre i confini dello sport e può essere raccontata con mille sfumature differenti capaci di volta in volta di far appassionare chiunque davanti allo schermo. Speravo de morì prima merita più di una chance, anche solo per aver raccontato ancora una volta una delle storie d’amore più belle di sempre, di cui chi scrive non sarà mai stanco.

Un viaggio. Un amore. Una vita.

 

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