La realtà della crisi idrica in Crimea

Da giorni le autorità russe di occupazione della Crimea stanno cercando di risolvere il problema della scarsità d’acqua, nonostante le abbondanti ed eccezionali nevicate di febbraio. Nella regione infatti, nota per il suo clima arido, si assiste da anni a una carenza di pioggia che non permette di fornire un afflusso significativo di acqua alla popolazione.

Il capo della Repubblica di Crimea, Sergei Aksyonov, ha da poco  annunciato che la situazione con l’approvvigionamento idrico si sarebbe stabilizzata. Eppure, allo stesso tempo, gli abitati della penisola chiedono di chiudere gli autolavaggi per risparmiare l’acqua. La questione dell’emergenza idrica torna così puntualmente nelle agende dei governi di Kiev e di Mosca.

Le città della Crimea, compresa la turistica Yalta, subiscono periodicamente interruzioni dell’approvvigionamento idrico, ricevendo spesso l’acqua solo per due ore al giorno. Ma l’origine della crisi ha radici lontane, da quando, nel 2014, la penisola è stata occupata e poi annessa alla Federazione Russa.

In seguito all’occupazione, l’Ucraina ha interrotto l’approvvigionamento idrico attraverso il Canale della Crimea settentrionale, causando carenze idriche, aggravate da stagioni risultate tra le più secche in oltre un secolo. Il canale copriva l’85% del fabbisogno idrico della penisola e la sua chiusura ha portato a una vera e propria crisi nella Crimea occupata. La Russia ha definito il blocco dell’acqua un “atto di genocidio”.

In questo contesto i media pro-cremlino hanno cercato di alimentare la convinzione che sia stata la chiusura da parte dell’Ucraina del Canale della Crimea settentrionale dal fiume Dnipro a lasciare la regione senza acqua potabile. Per l’Ucraina la chiusura del canale è considerata una sanzione economica. La strategia è rendere l’occupazione troppo costosa per i russi, con l’obiettivo di riprendere il controllo della Crimea. “Questo è il prezzo dell’occupazione, che aumenterà solo”, ha commentato il primo vice ministro degli esteri Emine Dzheppar. Il ministero degli Esteri ucraino afferma che il canale verrà riaperto quando la Russia restituirà la Crimea all’Ucraina.

L’acqua in Crimea prima dell’occupazione

Secondo la Convenzione di Ginevra del 1949, è responsabilità dello Stato occupante fornire alla popolazione beni di prima necessità come l’acqua potabile. Il ministero da una parte ritiene che la Russia stia chiedendo acqua per la militarizzazione della zona e dall’altra che ci sia abbastanza acqua in Crimea per i bisogni dei civili.

La penisola ha sempre lottato con la mancanza di acqua pulita, dovuta al suo clima secco e alla mancanza di grandi fiumi. Solo 155 dei quasi 1000 villaggi della Crimea avevano accesso regolare all’acqua pulita negli anni ’50 del ‘900. La situazione rimase inalterata fino al 1971, anno della costruzione del Canale della Crimea settentrionale, lungo 400 chilometri.

Fino al 2014 l’85% dell’acqua consumata nella penisola proveniva dal canale che collega la regione al territorio ucraino. Nella penisola ci sono ventitré grandi bacini, di cui quindici sono serbatoi di flusso naturale e otto serbatoi fuori corrente. I bacini idrici naturali si riforniscono di acqua dai fiumi e dalle precipitazioni durante il periodo autunnale e invernale, dalle inondazioni primaverili e molto più raramente dai rovesci estivi, mentre i bacini idrici fuori corrente vengono riempiti artificialmente da fonti d’acqua come il Canale della Crimea settentrionale.

Dei ventitré serbatoi d’acqua molti si sono prosciugati o si stanno avvicinando alla loro capacità minima. Otto di loro ricevevano l’acqua dal Canale della Crimea settentrionale, e quattro fornivano acqua potabile alle famiglie. Queste ultime consumano 103 milioni di metri cubi d’acqua all’anno e il numero aumenta di quattro volte durante le stagioni secche, con un consumo di acqua potabile che arriva fino a 450 metri cubi.

Un problema per gli occupanti

Il governo di occupazione sfrutta principalmente i bacini idrici della Crimea e alcuni corsi d’acqua sotterranei. Gli occupanti russi stanno cercando di risolvere il problema trovando un maggior numero di pozzi sotterranei, sebbene gli ecologi mettano in guardia contro l’uso diffuso di questa tecnica, che porta a un aumento della salinità dell’acqua rendendo i pozzi inutilizzabili. Secondo gli esperti il problema non è solo tecnico ma anche naturale.  Attualmente, infatti, non ci sono volumi d’acqua tali da poterne garantire il rifornimento in quanto i fiumi locali hanno perso la loro portata abituale a causa della crisi climatica.

Le autorità russe hanno quindi pensato di costruire degli impianti di desalinizzazione, strutture che operano già efficacemente negli Emirati Arabi Uniti e in tutto il Medio Oriente. La soluzione sarebbe prendere l’acqua dal mar Nero, dissalarla, quindi introdurre i sali necessari al corpo umano. Ma in diverse località si stanno raccogliendo firme contro la costruzione dell’impianto, i residenti infatti temono che quest’acqua possa risultare nociva per la salute dell’uomo. Inoltre, gli occupanti hanno provato a riparare alcuni dei serbatoi più vecchi per evitare gravi perdite d’acqua, stanziando in totale oltre 686 milioni di dollari per risolvere la questione della crisi idrica in Crimea.

Dopo l’annessione, la popolazione della Crimea è aumentata fino a 1 milione di persone: mentre diversi residenti di origini crimeane sono fuggiti dopo l’occupazione, i migranti russi si sono riversati nella penisola. Una singola persona consuma circa 53 mila metri cubi di acqua all’anno e il flusso migratorio nella zona potrebbe aver aumentato il consumo di acqua fino a 53 milioni di metri cubi. Si tratta del 5% in più del consumo di acqua rispetto al periodo precedente l’occupazione della Crimea, che secondo gli esperti può ancora essere coperto dalle risorse idriche della penisola.

Militarizzazione della Crimea

Dall’occupazione del 2014 il numero delle truppe russe in Crimea è aumentato, contando al momento 32.500 soldati sul terreno. “Le autorità di occupazione russe in Crimea chiedono acqua per lo sviluppo accelerato di strutture e imprese militari”, ha dichiarato il ministero degli Esteri ucraino, secondo il quale la richiesta di maggiori attrezzature militari influisca su una maggiore richiesta d’acqua. Alcuni esperti, al contrario, ritengono che la quantità di acqua necessaria per sostenere le forze armate non sia abbastanza grande da causare problemi. Alexander Liiev, a capo del Comitato per la gestione dell’acqua e dell’agricoltura, ha infatti dichiarato al «Kyiv Post» che il problema in realtà non sono i militari, in quanto le loro strutture sono responsabili di circa il 2% del consumo idrico annuale.

Coloro che hanno sofferto maggiormente a causa del blocco idrico sono gli agricoltori, soprattutto nel nord della penisola. Il riso della Crimea, rappresentante l’80% della produzione totale di riso dell’Ucraina, non cresce nella penisola da cinque anni. Nonostante la quasi totale distruzione dell’agricoltura dopo la chiusura del canale, Liiev ha affermato che c’è sempre stata abbastanza acqua per i civili. Gli esperti militari temono però che la Russia possa usare le sue forze armate per accedere all’acqua dal fiume Dnipro e con il pretesto della crisi idrica quindi inviare le sue truppe nel nord della Crimea.

“Negli ultimi sette anni la potenza occupante ha continuato a impoverire le risorse idriche della Crimea e ad avvicinare l’incombente disastro umanitario e ambientale”, ha detto Dzheppar al «Kyiv Post». Il generale pensa anche che il potenziale obiettivo a lungo termine della Russia sia quello di tagliare completamente l’accesso dell’Ucraina al Mar Nero, occupando le regioni costiere di Odessa, Mariupol e Berdiansk.

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