Perù, il caso delle sterilizzazioni forzate riprende

Per la prima volta in oltre vent’anni, una corte in Perù ha preso in carico il caso delle migliaia di donne vittime di un programma governativo e sterilizzate contro la loro volontà più di due decenni fa.

Lo scorso 1 Marzo 2021 si sono riprese le udienze che potrebbero finalmente portare a termine il processo iniziato ormai anni fa contro l’ex-presidente peruviano Alberto Fujimori, accusato di essere il mandante della sterilizzazione forzata di centinaia di migliaia di donne peruviane.

Su cosa si basa il caso?

Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute peruviano, più di 270 mila donne e 22 mila uomini sono stati sterilizzati come parte di un programma governativo tra il 1996 e il 2001. La maggior parte di loro proveniva dalle zone più povere e con il numero di abitanti indigeni più elevato del Paese.

Il programma di controllo del tasso di natalità, chiamato “Anticoncepción Quirúrgica Voluntaria”, fu implementato con il fine di diminuire il tasso di povertà in Perù attraverso la riduzione delle nascite tra le famiglie più povere.

Tutti gli ufficiali del Ministero della Salute del periodo di presidenza di Alberto Fujimori e lo stesso Fujimori hanno mantenuto la stessa linea, dichiarando che tutte le sterilizzazioni sono state effettuate con il consenso dei pazienti.

Nonostante ciò, migliaia di donne sostengono che sono state ingannate, ricattate o più in generale forzate a sottoporsi alla procedura.

La maggior parte delle donne che hanno denunciato la sterilizzazione forzata sono di origini indigene e appartenenti alle aree più povere del Perù, che non hanno avuto accesso al sistema educativo e non sanno né leggere né scrivere in spagnolo. Infatti, molte di loro parlano il quechua come prima lingua e conoscono poco o per niente lo spagnolo. Pertanto, non sempre avevano una comprensione totale dei documenti che i medici sottoponevano loro da firmare.

Le testimonianze delle vittime

Una vittima della sterilizzazione è Rudecinda Quilla, la quale ha testimoniato contro Alberto Fujimori. Secondo la sua testimonianze, nel 1996, al momento di richiedere il certificato di nascita per il suo quarto figlio, i dottori le dissero che l’unico modo per ottenere la certificazione fosse quello di accettare di sottoporsi all’intervento chirurgico di chiusura delle tube. Al tempo ventiquattrenne, Quilla rifiutò. A quel punto però, legata mani e piedi a un letto ospedaliero, le fu somministrato un anestetico. Quando si svegliò, ore dopo, seppe di essere stata sterilizzata e lo staff medico, secondo il suo racconto, le avrebbe detto che da quel momento in avanti non avrebbe potuto più “riprodursi come un animale”.

Un’altra testimonianza è stata fornita da Serafina Ylla Quispe. Nel 1997, la donna si risvegliò nell’obitorio di un ospedale di Cuzco, nel sud del Perù, dopo essere stata dichiarata morta durante un’operazione di legatura delle tube. Aveva trentaquattro anni e afferma di non aver mai acconsentito a tale operazione chirurgica.

Nello stesso anno e nello stesso ospedale, Victoria Huamán, a ventinove anni, fu anestetizzata e si svegliò dopo diverse ore senza sapere di essere stata operata alle tube.

Si stima che solo il 35% delle donne sottoposte all’operazione abbiano espresso il proprio consenso e che lo abbiamo fatto dopo aver ottenuto tutte le informazioni al riguardo.

Inoltre, molte donne non hanno ricevuto le cure mediche necessarie dopo l’operazione e perciò si stima che una buona parte di loro sia morta come conseguenza di queste mancanze. Mentre, centinaia delle altre vittime sterilizzate sono state abbandonate dal marito proprio perché non potevano più avere figli e soffrono ancora oggi le conseguenze psicologiche dell’abbandono e del trauma.

Perché il processo è iniziato così tardi?

Negli ultimi due decenni, ci sono stati ben quattro tentativi di avviare il processo di investigazione sulle sterilizzazioni forzate, ma nulla è stato mai concluso. Secondo i diversi procuratori questo è avvenuto a causa delle mancanze di prove.

L’unico caso in cui lo Stato peruviano ha riconosciuto la sua responsabilità è quello a proposito della morte di María Mamérita Mestanza Chávez, dopo che la Commissione Interamericana dei Diritti Umani ha richiesto l’apertura delle indagini nel 2010. Mestanza era una donna di trentatré anni che morì dopo l’operazione nel 1998 proprio a causa della mancanza di cure postoperatorie.

Durante le numerose aperture e successive chiusure del caso, Fujimori ha sempre dichiarato di non aver niente a che fare con le sterilizzazione forzate. Tuttavia, nel 2002 una commissione parlamentare del Perù trovò le prove a sostegno della tesi secondo la quale Fujimori aveva spinto alcuni funzionari a raggiungere a ogni costo gli obiettivi del programma governativo, incluso quindi l’utilizzo delle sterilizzazioni.

In quel periodo, Fujimori si trovava in prigione sott’accusa per violazione dei diritti umani e corruzione, ma fu esonerato nel 2014 dalle accuse riguardanti il programma di sterilizzazione.

Successivamente però, nel 2018, i procuratori poterono procedere con l’accusa nei confronti dell’ex-presidente e di alcuni dei suoi ministri, sulla base delle testimonianze delle migliaia di vittime e dei casi delle donne decedute.

Il  Pubblico Ministero ha determinato che tra il 1996 e il 2001, un totale di 2091 donne sono state sottoposte alla sterilizzazione forzata. Tuttavia, esistono 2166 denunce e 3761 donne si sono iscritte al “Registro di Vittime della Sterilizzazione Forzata” del Ministero della Giustizia peruviano. Quest’ultimo ha identificato 5097 donne che hanno subito la sterilizzazione forzata sparse in ben 11 dipartimenti dello stato.

Gli avvocati che rappresentano le donne hanno poi citato in giudizio Alberto Fujimori, il suo decimo Ministro della Salute e altri officiali del governo del tempo che si occupavano del programma di sterilizzazione, dando così inizio al processo che va avanti tutt’ora.

Il giudice aveva sospeso le udienze nel mese di gennaio per la necessità di reperire traduttori di Quechua al fine di assicurare l’attenzione e la precisione necessarie per la valutazione e la comprensione delle prove e delle testimonianze delle donne indigene.

Dopo le riprese delle udienze del 1 marzo, non resta che attendere che giustizia sia fatta.

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