L’utilizzo dello schwa nelle comunicazioni ufficiali come strumento inclusivo

In un post su Facebook del 5 aprile, un comune emiliano della provincia di Modena, Castelfranco Emilia, ha salutato la riapertura delle scuole utilizzando il simbolo fonetico schwa [ə] a chiusura di alcuni termini usati nel testo. “Moltǝ nostrǝ bambinǝ e ragazzǝ potranno tornare in classe!” Questa è la frase che si legge nel post del comune, invece di “molti nostri bambini e ragazzi”. La scelta dell’utilizzo di un particolare simbolo al posto di un altro ha destato fin da subito critiche e riflessioni da parte dei lettori, a riprova del fatto che la comunicazione e la lingua non è prima di tutto una questione di professionalità, ma è un atto di responsabilità.

Il comune emiliano ha risposto prontamente dando una spiegazione della propria scelta; la volontà della città di Castelfranco Emilia, infatti, è quella di usare un linguaggio inclusivo e attento, un esercizio di cura e attenzione nei confronti delle differenze, che rispecchi i principi della comunità stessa. “Ecco perché vogliamo fare maggiore attenzione a come ci esprimiamo: il linguaggio infatti non è solo uno strumento per comunicare, ma anche per plasmare il modo in cui pensiamo, agiamo e viviamo le relazioni”. Per questo motivo la sostituzione della desinenza neutra in “tuttə” al maschile universale “tutti” è il frutto di un tentativo di rendere l’italiano più rispettoso nei confronti di chi non si riconosce in una lingua strettamente binaria.

Nonostante non compaia nelle tastiere dei pc e dei telefoni, e non sia un simbolo così familiare per chi parla e scrive in una lingua europea, i linguisti utilizzano lo schwa da tempo. Questo compare anche nell’alfabeto fonetico internazionale, strumento creato alla fine dell’Ottocento dalla comunità dei parlanti per rappresentare i suoni di tutte le lingue del mondo. Lo schwa è difatti un suono presente nell’inglese moderno in varie forme, dove identifica per esempio la “a” di about, ma anche in alcuni dialetti italiani.

La necessità

L’introduzione di un nuovo suono nell’italiano parlato sembra comunque piuttosto complicato. Questo è dovuto sia alle convenzioni linguistiche radicate nei parlanti sia al fatto che il codice verbale è estremamente legato alle dinamiche sociali e quindi anche storiche. Il problema del linguaggio inclusivo nasce dal fatto che nella lingua italiana non esiste la possibilità di declinare nomi e pronomi al neutro, ma bisogna necessariamente scegliere tra maschile e femminile.  Inoltre, al plurale si usa sempre il maschile. La sociolinguista Vera Gheno spiega che questo “maschile sovraesteso convenzionale ha il difetto di far scomparire le donne e le persone non binarie”.

La questione si è presentata anche all’estero. Un caso interessante è quello della casa editrice EffeQu, che ha deciso di tradurre un saggio di una femminista brasiliana, Marcia Tiburi, intitolato in italiano Il contrario della solitudine. Nel testo l’autrice usa una ‘forma terza’, “todes” invece di todos todas. In questo contesto i traduttori hanno deciso di rendere questa forma inedita con lo schwa, utilizzando “tuttə”.

In inglese, contrariamente all’italiano, pochissime parole hanno forme diverse a seconda del genere, quasi solo i pronomi e pochi sostantivi. Per questo motivo, negli ultimi anni sono state proposte diverse alternative per i pronomi inclusivi. Questi infatti sarebbero sufficienti di per sé a rendere la lingua inglese inclusiva. Il pronome che si sta più diffondendo è il singular they, alternativo a he/she. Questa versione dei pronomi inclusivi nel 2019 è stata accettata anche dal Merriam-Webster, uno dei più famosi dizionari di lingua inglese.

Schwa: cognizione di causa

La proposta di Vera Gheno, nel contesto del dibattito anche pubblico sulla lingua, è di prendere la questione per quello che dice di noi, della nostra società e soprattutto delle persone multiformi e multicolori che la compongono. “Saper vivere la complessità del presente” è una delle competenze che la linguista definisce essenziali per essere pienamente cittadini e in contrasto con la superficialità, anche se può essere complicato tenere conto delle sensibilità altrui, soprattutto quando non coincidono con le nostre. Secondo il linguista Luca Serianni, è importante tenere presente tutto ciò che è implicato nella lingua, che non è una cosa neutra, ma è lo strumento che sedimenta la cultura e ci aiuta a capire il mondo.

Di fronte all’indignazione di molti, che gridano all’orrore e alla morte della lingua, la ragione per cui chi promuove un utilizzo più inclusivo della lingua propone lo schwa, si basa sia sull’uso che se ne fa oggi nell’ambito dell’alfabeto fonetico internazionale, sia per una ragione più intuitiva: come scrive l’attivista Luca Boschetto, lo schwagraficamente assomiglia ad una forma intermedia tra una “a” e una “o”“, ovvero le due vocali con cui in italiano identifichiamo con maggiore frequenza il genere femminile e quello maschile.

La lingua è un organismo al pari degli altri organismi viventi, che muta e si adatta all’ambiente attraverso lunghi processi assieme all’uomo e alle sue esigenze. L’importanza di capire da dove arriva ciò che abbiamo tra le mani è fondamentale. Questo ci consente infatti di capire le possibilità e le variazioni che questo strumento ci dà. Le discussioni attorno allo schwa, afferma Gheno, testimoniano che qualcosa attorno a noi si sta muovendo: “C’è una nuova esigenza sociale alla quale la lingua sta cercando di stare dietro”. Indipendentemente dal fatto che la proposta dell’utilizzo dello schwa possa imporsi o meno nella norma linguistica, queste soluzioni sono interessanti in quanto tentativi ed esperimenti, il cui valore è anche identitario e sociale oltre che linguistico.

FONTI

www.ilpost.it

thesubmarine.it

www.aliceorru.me

CREDITI

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