Razzismo e redistribuzione della ricchezza

Il disagio universale

Sono venuto al mondo ansioso di scoprire il significato delle cose, la mia anima desiderosa di essere all’origine del mondo. Eppure sono qui, un oggetto tra altri oggetti.

Queste profonde e spietate parole di Frantz Fanon (Black Skin, White Masks, 1952) sono un preziosissimo gioiello di fenomenologia della “négritude: la domanda – spirituale, politica, razionale – sul cosa sia essere “nero”, sull’essenza cosciente e comportamentale della bellezza dell’appartenenza, ma anche del peso della razza, dell’orrore dello sfruttamento, della violazione. Tutto ciò, “noi” – almeno nel senso di “chi vi parla” – non potremmo mai arrivare a comprenderlo, ad interiorizzarlo. Se non tuttalpiù nella sua sfida, ma anche nella sua bellezza.

Ma il significato di questa fenomenologia potremmo azzardarci a dire che si posi, almeno in una forma generalissima, sul sentimento di un disagio universale, di una storica e globale percezione di perdita di senso, “disincantamento”, che vede come gli orrori di una modernità sfuggita dalle nostre mani e dalle spinte illuministiche si manifestino tragicamente in un mondo mercificato, spettacolarizzato, disorientato, alienato. Tutto ciò si manifesta innanzitutto nella proverbiale “perdita delle radici”: il disagio universale, fenomenologicamente vissuto, è quello di una perdita di territorio, di una “deterritorializzazione” di tutto il “mondo della vita” più propriamente umana (cultura, società, personalità).

La violenza strutturale

Una persona bianca, come chi scrive, per definizione non avrà mai a che fare con l’esperienza fanoniana dell’esser cosa tra le cose (nel senso in cui un colonizzato, agli occhi di un colonizzatore, è “cosa” – innanzitutto e non secondariamente per il colore della sua pelle). Ma questo non ci impedisce di rimboccarci le maniche e lavorare – grazie alla distanza riflessiva (in qualche misura) garantita dallo studio e alla nostra ormai intuitiva percezione di un disagio universale, che colpisce tutte e tutti – ad una comprensione storica, politica, sociologica, psicologica, ma anche fenomenologica dell’orrore razzista.

Nella dissezione di questo orrore, lo stesso Fanon ci indica come, innanzitutto, si tratti di evitare un errore, tanto metodologico quanto politico. Il fatto che, evidentemente, non c’è modo migliore e più onesto di iniziare a parlare di négritude se non attraverso una fenomenologia della stessa – il riscontro, il resoconto dell’esperienza stessa dal volto di chi la vive – non deve farci illudere del fatto che l’”essere nero” sia una faccenda meramente soggettiva, individuale, “privata”.

Non siamo solamente nell’ambito del diritto privato e delle faccende personali, ma in quello della violenza strutturale, della congiura di sistema. E se dagli anni Sessanta ad oggi sembriamo aver capito che la questione razziale è una faccenda di comunità, di gruppo, di società tout court, comunque continua a sfuggirci, a passare continuamente di mente all’opinione pubblica, ai suoi malevoli informatori e talvolta agli stessi movimenti sociali, che se essa è una faccenda “storica” e “sistemica” significa che è il sistema tutto che non va, per sua propria natura. E la violenza razziale di sistema (simbolica e materiale) non è che una delle centinaia di espressioni di una malattia globale, di meccanismi di quello che enfaticamente potremmo definire un “ordine del mondo”, che sistematicamente stimola e suggerisce le asimmetrie razziali, le sperequazioni di genere o gli abusi geopolitici.

Riconoscimento e redistribuzione

Scrive Fanon:

Il confronto basilare che sembrava essere tra colonialismo e anti-colonialismo, di fatto tra capitalismo e socialismo, sta già perdendo la sua importanza. Ciò che conta oggi, il problema che ostruisce l’orizzonte, è il bisogno di una redistribuzione della ricchezza. L’umanità dovrà affrontare questa questione, a prescindere da quanto devastanti le conseguenze possano essere.

Se c’è guerra, infatti, se ci sono grandi battaglie da combattere e terreni di scontro generali sui quali risolvere le questioni specifiche, c’è e si auspica una guerra in favore dell’uguaglianza sostanziale, non solo formale, ossia della possibilità di tutti di essere uguali a tutti secondo le proprie capacità e i propri bisogni. Da ciò segue che una battaglia per il “riconoscimento” – della dignità della propria sessualità, della négritude, etc. – è sempre legata ad una battaglia per la “distribuzione”, e quindi una questione di “diversità” sarà anche e sempre una questione di “disuguaglianza”, come magistralmente illustrato dalla teorica Nancy Fraser.

Un femminismo, ad esempio, sarà tale sempre e solo se sarà un femminismo del 99%. Una vera lotta per la racial justice sarà sempre e solo una lotta per la giustizia sociale globale. Se è vero che la lotta per i diritti deve essere intersezionale, complessa e non-segregazionista, è vero anche e soprattutto che essa deve legarsi ad una critica del macrosistema economico e della costellazione politica nei loro aspetti più generali e mastodontici. C’è chi dice che, ad esempio, il femminismo è sempre femminismo anticapitalista. E, al di là delle singole interpretazioni della frase, costei/costui ha profondamente ragione.

L’antirazzismo simbolico

Un ottimo ragionamento sull’ormai ordinaria tendenza a relegare la questione razziale (come del resto quella climatica o quella di genere) al dominio privato e all’esperienza del singolo, ricalcando un vero e proprio individualismo/volontarismo metodologico; è offerto da Bhaskar Sunkara in un articolo uscito il 6 marzo scorso per il The Guardian:

A differenza dei movimenti per la giustizia della scorsa metà secolo – scrive l’autore – molto dell’odierno appoggio per la giustizia razziale dà la responsabilità agli attori individuali e al settore privato (dell’economia) di affrontare i problemi che in realtà sono meglio risolti dall’azione collettiva e dalla legislazione sociale.

Ovviamente nessuno che abbia un potere reale, sia esso politico o, soprattutto, economico, vorrebbe vedere attuata l’unica soluzione possibile per il superamento di un sistema intrinsecamente marcito e diseguale: una vera e propria rivoluzione sociale, che ridefinisca le posizioni e i criteri di forza, permettendo a tutti un’esistenza libera e dignitosa e a nessuno di sfruttare il lavoro, il ruolo sociale e lo spirito degli altri. Ovviamente nessuno di coloro a cui basta una leggera riforma politica per imbonire le plebi e rimpinzare il patrimonio vorrebbe dover ricominciare daccapo, da una nuova, seconda natura originaria, dove a tutti sono concessi il possibile e il necessario.

È più facile, in un mondo dominato da un mercato antidemocratico e deregolamentato, lasciare che la questione razziale (come del resto quella di genere e quella climatica) venga brandizzata e trasformata in un sistema di profitto, un succulento profitto imbonitore. “Due piccioni con una fava”: la salvaguardia di una moralità di facciata e l’ingigantimento del portafogli degli azionisti sulle spalle di una battaglia che infuoca gli animi e grida giustizia.

Sunkara riconosce almeno tre ragioni per cui, ad un’azienda, convenga sobbarcarsi quest’ipocrisia: soddisfa uno staff spesso giovane e sensibile alle questioni di giustizia sociale; vende al consumatore un prodotto “moralizzato”, permettendogli di acquistare un ideale, oltre che una merce d’uso; mostrare un impegno verso la tutela della diversità al fine di evitare eventuali e costose denunce di discriminazione o vagonate di ribellioni e boicottaggi sui social network. Tutto ciò, evidentemente, costa di meno che pagare un lavoratore nero come uno bianco o smetterla di inquinare il mondo con una produzione massificata e un trasporto merci globale. 

Da Apple a Hollywood

Come osserva Sunkara, Apple, responsabile dello scandalo delle condizioni disumane dei suoi lavoratori nelle fabbriche cinesi, ha prodotto una special edition di un Apple Watch ispirato al Black History Month. Ma dov’è la solidarietà umana e razziale per i bambini lavoratori che muoiono nelle miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, lavorando per la costruzione di un iPhone? Dov’è la solidarietà per i lavori suicidi delle fabbriche cinesi? Cosa ne è della giustizia materiale, non meramente simbolica?  

Hollywood si è magicamente convertita alla giustizia sociale e, vendendo come e più di prima e garantendosi dalle ondate di critica, si esibisce in giravolte retoriche e normative ridicole. Costa meno un Oscar immeritato a un film (anch’esso retorico) sulla giustizia razziale, registrare Kendall Jenner in un melenso e impunito spot su BLM, o piuttosto pagare più tasse, garantire l’assistenza sociale e rispettare la classe lavoratrice?

Loro si focalizzano sul simbolismo, su merci e prodotti a tema “giustizia razziale” piuttosto che lottare con una più espansiva supervisione statale sulle decisioni di occupazione lavorativa, come un programma d’azione affermativo.

Ci si dice che a fare la differenza sono il training individuale, l’azione personale e la giustizia simbolica (che spesso significa “ridicola, mediatica e apparente”), e non l’effettivo e coraggioso cambiamento del sistema tutto, che porti ad una giustizia sostanziale e generalizzata. La lotta contro le disuguaglianze economiche e sociali non serve ad ignorare le istanze della giustizia razziale o di quella di genere, «ma crea lo spazio in cui i movimenti sociali possano crescere e un ambiente dove le istanze anti-razziste slittino naturalmente dalla rappresentazione culturale alla redistribuzione materiale».

Essendo partiti da una fenomenologia della négritude, non possiamo che concludere riportando le parole di Martin Luther King e Malcolm X: l’esperienza di una lotta sociale che riconosce nel male generale le principali radici dell’oppressione locale e della violenza di sistema.

The evils of capitalism are as real as the evils of militarism and racism. The problems of racial injustice and economic injustice cannot be solved without a radical redistribution of political and economic power (MLK).

The worst enemy that the Negro have is this white man that runs around here drooling at the mouth professing to love Negros and calling himself a liberal, and it is following these white liberals that has perpetuated problems that Negros have (MX).


FONTI

Frantz Fanon, Black Skin, White Masks, Éditions du Seuil, Parigi, 1952

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