“Boy meets Gun”, una pistola per cambiare la tua vita

I rapporti sentimentali, si sa, non sono mai facili. Vivono di situazioni complicate, tra incomprensioni, litigi e tradimenti. Spesso partono con il piede giusto, un idillio amoroso fatto di baci e passione. Tutto sdolcinatamente perfetto. Ma se la vostra dolce metà fosse una lucente e letale Desert Eagle .44?

Beh, forse in quel caso dovreste essere pronti ad eventuali e spiacevoli imprevisti.

La triste vita di Moreau

Marteen Moreau è un triste docente universitario di biologia evolutiva, intrappolato in una routine monotona che ne ha ormai spento la voglia di vivere. Ogni giornata si ripete identica a quella precedente, tra le commissioni affidategli dalla moglie in carriera, i figli e le aule scolastiche deserte. Eppure la scintilla cova sotto la cenere pronta a scatenare l’incendio; una costruzione del personaggio che ricorda le dinamiche di Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher.

Donny, figlio del killer professionista Gerard, violento con il ragazzo non meno di quanto lo è con le proprie vittime, ha rubato in segreto la pistola preferita del padre, una Desert Eagle .44, e ha deciso di svaligiare la cassa di un supermercato, aiutato dal suo amico Richard, che lì fa il commesso. I soldi gli servono per una costosa operazione chirurgica volta a risolvere una terribile malformazione che deturpa il suo viso. Ma qualcosa va storto. Durante una colluttazione con la cassiera, a cui spara preso dalla foga, l’arma gli scivola di mano, finendo casualmente vicino all’unico sfortunato ostaggio di quella situazione: il povero Marteen.

Qui scatta il colpo di fulmine. Terminata la rapina, il ladro fugge ed il professore si ritrova faccia a faccia, al centro di una corsia come in un duello di Leoniana memoria, con la letale pistola. Un gioco di sguardi, un istante di ricercata follia. Era quello che aspettava da sempre, il brivido capace di risvegliarlo dal torpore che lo aveva fatto sprofondare nella depressione, che lo aveva reso prigioniero di una vita da inetto che anch’egli disprezzava e compiangeva. Così, con questo spirito di ribellione, Marteen afferra la pistola e si dilegua.

Un vortice Pulp

L’escalation di eventi che avranno inizio da questo preciso momento danzeranno un valzer tra il serio e il faceto, riconducendoci alla mente atmosfere del primo Tarantino e intrecci alla Fargo dei fratelli Coen. Lentamente, ma inesorabilmente, il professor Moreau inizierà la sua fase evolutiva da insulsa larva a farfalla vendicatrice.

Sempre più comuni diverranno le plateali affermazioni di mascolinità e potere, solo sognate in precedenza, ai danni dei bulli di quartiere o di improbabili trafficanti di animali esotici e sempre più radicata diverrà la convinzione di essere rinato come araldo della giustizia. Nulla sembra poterlo trascinare nuovamente nell’ombra, né le indagini della Polizia né le catene di oppressione della sua famiglia.

Nulla.
O almeno così sembra…

Un amante sexy e letale

Marteen Moreau non si rende conto della vorticosa spirale di pericoli nella quale è stato trascinato da quella maledetta pistola, che vive di una propria seducente e fuorviante volontà. Con una suadente voce femminile essa è la narratrice delle vicende che vediamo su schermo, un pretesto meta-cinematografico molto interessante creato dal regista olandese Van Hezik, e l’amante del professore. Il rapporto che si genera tra i due personaggi diviene passionale, finanche morboso, raggiungendo il proprio apice nella grottesca scena d’amore in cui mentre Marteen pulisce la canna della pistola con uno stoppino, possiamo sentire dei gemiti di piacere femminili.

Ormai divenuto bersaglio dello spietato Gerard, deciso a riappropriarsi della sua arma, il protagonista vedrà la propria parabola di eroe inadatto raggiungere l’apice, per poi ricondurlo alla dura realtà.

Gerard ha lasciato dietro di sé svariati cadaveri, senza il minimo rimorso, e mostrando la propria inquietante aura di predatore alfa respinge nuovamente Moreau nella sua bolla di inettitudine. Un colpo di scena in pieno stile The Departed e la rivalsa finale di Donny, che finalmente trova la vendetta nei confronti del padre violento, chiudono la pellicola in una sequenza al cardiopalma.

Proiettili d’oro e proiettili d’argento

Boy meets Gun si presenta come una dark comedy grottesca che non lesina sul citazionismo cinematografico, sviluppando una trama thriller dai toni contraddittori che lasciano interdetto lo spettatore, piacevolmente confuso tra attimi di tensione e quasi risate, in balia di situazioni pulp e personaggi indefiniti e indefinibili. La compilazione musicale risulta decisiva nella creazione delle atmosfere e senza dubbio fin da subito, dalla scena della rapina accompagnata da un climax di musica classica, si impone come cornice fondamentale dell’assurdo cinematografico.

Nota di demerito, non trascurabile, del film di Joost Van Hezik è però il non-approfondimento dei personaggi secondari: più volte assistiamo a entrate in scena del Detective assegnato al caso di Moreau, il cui apporto alla storia si rivela essere nullo rispetto al ruolo che gli viene cucito addosso inizialmente.

Discorso analogo per l’amico del cuore di Donny, Richard, e la studentessa italiana Rosa, elemento di tentazione per il professore che sparisce improvvisamente chiudendo una side story in un nulla di fatto. Ciò nondimeno, questo è uno dei pochi colpi a vuoto sparati dal regista olandese che abilmente tesse un intreccio affascinante e non scontato, il cui punto forte è sicuramente la ricerca di un’originalità pungente e letale come una Desert Eagle .44.


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