L’eroe nero nella storia della letteratura (parte prima): Medea.

Nella cultura occidentale da sempre ci sono stati dei personaggi titanici, protagonisti diversi del tipico eroe kàlos kaì agathos, figure oscure e terribili che hanno sempre affascinato il pubblico: si parla dell’eroe nero. Per prima cosa è necessario chiarire questo concetto: tale figura non corrisponde a un cattivo, a un semplice antagonista, al contrario. E’ il vero protagonista della vicenda solitamente. Ha delle caratteristiche positive, volte al male nella maggior parte dei casi. Esistono dei personaggi che definiamo eroi neri semplicemente perché sono sì eroici, ma nella loro malvagità, e tali personaggi sono comunque serviti a delineare la figura dell’eroe nero oggi. Tuttavia, ce ne sono altri che non sono malvagi per natura, semplicemente cercano il riscatto al male subìto. In questa prima sezione verrà trattato un noto personaggio della mitologia greca, rimasto ben impresso nell’immaginario collettivo, tanto che moltissimi autori hanno voluto trattarlo a modo loro: Medea, la maga barbara.

Nel mito, Medea è parente di Apollo e di Circe, figlia del re della Colchide (attuale regione Caucasica), Eeta. E’ dotata di capacità magiche divine. La sua storia si intreccia con quella degli Argonauti: è lei a salvare Giasone, essendosene perdutamente innamorata a causa di una freccia di Eros, dalle prove impossibili cui Eeta l’aveva sottoposto per la conquista del vello d’oro. Nella fuga dalla Colchide ella va con Giasone il quale ha promesso di sposarla una volta in patria. Per rallentare suo padre, Medea uccide il suo stesso fratello e ne sparge i resti nella regione. Così, gli amanti giungono a Iolco, ma lo zio di Giasone, Pelia, si rifiuta di mantenere la promessa di ridare il trono al nipote se questi avesse riconquistato il vello d’oro: Medea con le sue arti magiche e la sua astuzia riesce a far uccidere Pelia dalle stesse figlie, dicendo loro che somministrandogli un pharmakon dopo averlo fatto a pezzi e bollito, riusciranno a farlo ringiovanire. Acasto, figlio di Pelia, bandisce Medea e Giasone, i quali si recheranno a Corinto e si sposeranno. E’ proprio a Corinto che Medea viene tradita: Giasone decide di lasciarla dopo dieci anni e dopo aver avuto due figli da lei per sposare la principessa Glauce e divenire così il re di Corinto. Medea, ferita e indignata, orchestra una vendetta terribile: fa recapitare un mantello, imbevuto in un veleno che genera fuoco se indossato, alla nuova sposa di Giasone, che muore tra le fiamme insieme al padre che tenta inutilmente di salvarla. Non ancora soddisfatta, per assicurarsi che Giasone soffra il più possibile, vince la sua natura materna e uccide i suoi stessi figli, non lasciando al padre nemmeno la consolazione della sepoltura poiché trascina via i corpi sul suo carro dorato, verso il cielo. In una versione del mito, Medea giunge ad Atene dove sposa Egeo e concepisce con lui Medo. Anche in questo caso viene preferito il primo figlio di Egeo, Teseo, avuto con un’altra donna, per sedere al trono di Atene. Medea torna in Colchide e si riappacifica con il padre.

Gli episodi maggiormente trattati dagli autori sono l’innamoramento di Medea, la fuga dalla Colchide e la vendetta su Giasone. In particolare, si vogliono esaminare le caratterizzazioni che Apollonio Rodio, Euripide e Seneca danno del personaggio.

Il primo dedica un libro intero all’innamoramento: Medea ha inizialmente i tratti della fanciulla innamorata, ma diventa gradualmente la maga feroce. Il punto saliente che segna tale trasformazione è il momento in cui suo fratello Aspirto si inginocchia ai suoi piedi pregandola di tornare a casa e macchia di sangue la veste bianca della sorella, prefigurazione del fratricidio. La purezza di Medea è irrimediabilmente compromessa dai suoi delitti. La passione amorosa per la prima volta viene descritta senza pudore, si riconosce all’amore il potere di portare le persone a compiere atti di follia e crimini indicibili. Da ciò prenderanno le mosse gli altri due autori.

In Euripide, Medea è una donna che non ha nulla da invidiare all’eroe greco tradizionale, non è solo una maga barbara, ma, pur essendo donna, ha le stesse caratteristiche morali e gli stessi valori di un Achille o di un Aiace. Nella tragedia euripidea c’è allo stesso tempo l’umanizzazione di Medea e la sua evoluzione verso la creatura spietata desiderosa di vendetta. Non è una donna dominata dalle passioni, anzi: è razionale, fredda, calcolatrice, ed è proprio questo che ne determina l’eroismo. Nonostante programmi di uccidere i figli, è estremamente lucida, ed è proprio la sua lucidità a determinarne la dimensione tragica oltre che l’eroismo ammirevole. Resta ferma nella sua decisione, sebbene si renda conto che la morte dei bambini che lei stessa ha generato le procurerà molto dolore. Per ripristinare il suo onore, la sua timé, è necessario ucciderli. È il suo stesso thumos, l’indole dell’animo che agisce come una forza esterna, a imporle questo scempio. Euripide rende il suo personaggio “pazzo” solo in veste di madre: è quando i sentimenti di genitrice prevalgono sui propositi del thumos che la maga perde il controllo di sé. Nel monologo finale sembra avere dei momenti di cedimento, ma, con grande abilità, il tragediografo sottolinea che la decisione è già presa, attraverso l’uso di frequenti e forti iperbati: le parole “figli” e “miei” sono più volte molto lontane l’una dall’altra all’interno del verso. Per molti, Medea è stata fortunata ad essere portata via dalla sua terra barbara e ad essere stata sposata con Giasone, ma, tirate le somme, ella stessa si accorge dell’errore: ha tradito la sua famiglia e la sua patria, si è inimicata personaggi importanti, e per cosa? Per un uomo che alla prima occasione l’ha abbandonata, nonostante avesse avuto da lei tanta benevolenza oltre che la prole. È perfettamente cosciente della sua condizione di “sventurata” e delle sue scelte, ma non può fare altrimenti se vuole ripristinare l’onore e la giustizia. Euripide costruisce il personaggio con una mentalità da uomo greco, fedele a sé stesso, ai giuramenti e voglioso di riscattarsi dall’oltraggio subìto. Tant’è vero che gli stessi dèi  proteggono il suo operato. Per contrasto, Giasone è descritto come un vile, una persona viscida e spregevole, un uomo indegno. Tutte le figure maschili nella tragedia vengono devirilizzate nel confronto con la maga. Dunque, anche se Medea è un’infanticida, una donna estremamente vendicativa che non si ferma di fronte a nulla pur di raggiungere i suoi obiettivi, in un certo senso si è portati non a giustificarla, ma a capirla, e a sentire il peso delle sue azioni gravare sulle sue stesse spalle di madre.

“non accadrà mai di certo che io lasci ai nemici i miei figli da oltraggiare”

Seneca, invece, si concentra sulla mostruosità della donna, sugli oscuri riti di magia. La dimensione eroica di Medea viene tutta dalla grandezza del suo potere di maga barbara, non c’è alcun cenno di razionalità nelle sue parole, è guidata solo dalla furia cieca e dalla brama di vendicarsi. Descrivendola come un monstrum, Seneca non fa trapelare nessuna caratteristica umana, a differenza del suo predecessore greco. Dominata dal furor, è uno strumento nelle mani dell’Ira, di cui mostra i tipici sintomi (descritti dallo stesso Seneca nel De Ira) a livello fisico e psicologico. Significativo è il prologo: nella tragedia latina, Medea si rivolge agli dèi coniugali prima e poi a quelli infernali, invocazione dal gusto macabro tipico dei romani. Ella ostenta dei caratteri non umani, quasi da dèa, essendo dispensatrice tanto di vita quanto di morte, come le più grandi divinità femminili. E’ questa sua natura che le permette di trasformare il femminino in mascolino e di sfruttare tutte le possibilità, tra cui l’inaudita potenza, dell’essere femina. È un monstrum morale, ma questa divinizzazione la rende capace di un vigore mascolino di cui Giasone è privo. Tuttavia, nonostante Medea sia il più grande dei mali per Seneca, è anche colei che ristabilisce l’ordine cosmico punendo Giasone che ha violato le leggi divine peccando di hybris e valicando i confini stabiliti dagli dèi. Si viene a creare così un paradosso, ovvero la maga barbara è sì portatrice di Caos, ma insieme alla sua vendetta, compie la giustizia del Cosmo. C’è un’insistenza sul passato di Medea, che lei stessa vede come prefigurazione di ciò che sarebbe diventata, in un climax di violenza che l’avrebbe portata a compiere l’infanticidio. I figli sono definiti come “non più miei”, sia per il diritto romano che li affidava al padre, sia per sottolineare il distacco dalla sua natura di madre. Al contrario di quanto avviene in Euripide, Medea è razionale solo nei momenti di dubbio, quando ha dei tentennamenti pensando di uccidere la sua prole, altrimenti è dominata dalla pazzia, è folle, tant’è che si compiace dei suoi precedenti delitti e li definisce “di poco conto” rispetto a ciò che sta per compiere. Anche in questi passaggi del ricordo c’è un gusto macabro e violento; i termini usati sono spesso molto crudi. L’infanticidio è ciò che può riscattarla dai delitti commessi in precedenza, poiché si tratta di un’espiazione autolesionista.

“Ora sono Medea. Crebbe la mia mente tra i mali.”

Dunque, ciò che accomuna entrambi i personaggi, seppur così diversi, è l’eroismo titanico. Non si può negare la grandezza di Medea, nessun autore è riuscito a farlo, nonostante la si possa condannare moralmente. Per Seneca è un exemplum negativo, e nonostante questo offre a Medea una dimensione quasi divina. Euripide, invece, mostrandone il lato umano, sconvolse i greci al punto che la tragedia non ebbe successo: gli spettatori furono portati a provare sì orrore, ma anche ammirazione per un personaggio simile. Era inaccettabile. La gente non era ancora pronta a questo, ed Euripide risultò troppo moderno per la sua epoca. Si dovrà aspettare ancora a lungo prima che il pubblico sia pronto ad accettare lo strano sentimento di attrazione provato per personaggi del genere.

 

 

Fonti:

Medea, Euripide.

Medea, Seneca.

Argonautiche, Apollonio Rodio.

Opera, Letteratura, testi, cultura latina. Per il triennio, Volume 3, Giovanna Garbarino, Paravia, 2004.

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