Le Redoutable: ritratto satirico al vetriolo di Jean-Luc Godard

Quando si pensa a Jean-Luc Godard non si può che pensare al Maestro della Nouvelle Vague, l’autore innovativo di À bout de souffle e Il disprezzo, colui che insieme- tra gli altri- a Truffaut ha cambiato e ha fatto la storia del cinema; una sorta di intoccabile e provocatorio dio, indicatore della via da intraprendere. Mai ci si aspetterebbe che la sua figura possa venire desacralizzata, tanto meno proprio sul grande schermo che lui ha dominato. Eppure è proprio questo che succede ne Le Redoutable di Michel Hazanavicius, presentato quest’anno a Cannes.

La storia inizia nel 1967, quando il geniale regista Godard e la semplice studentessa di filosofia Anne si incontrano durante le riprese de La Cinese, film in cui lei recita, e che Godard propone come manifesto dell’ideologia maoista della rivoluzione culturale cinese di quegli anni. Il film però viene immediatamente stroncato non solo dal pubblico e dalla critica, ma anche dai cinesi che lo definiscono il lavoro di un “reazionario imbecille”. Accusato di intellettualismo, il regista cade in una profonda crisi, accentuata dalla rivoluzione del ‘68: di fronte ai bisogni del Paese, del mondo, ormai non è più tempo di fare cinema, bisogna solo dedicarsi alla rivoluzione, che dev’essere permanente, e dunque Godard rinnega tutti i suoi precedenti lavori. Questa nuova posizione crea però delle insanabili crepe nel suo matrimonio, destinato allo sfacelo.

È un anno cruciale per l’attività del Maestro della Nouvelle Vague, che ne segna una profonda crisi intellettuale ma soprattutto artistica. Hazanavicius – conosciuto ai più per The Artist – coglie al volo l’occasione e alla crisi di Godard accompagna la crisi del mito, facendone una parodia, accentuata dal punto di vista adottato: sono infatti gli occhi dell’ex moglie del regista, Anne Wiazemsky, che filtrano le immagini che vediamo, dato che la sua biografia Un an après è alla base della sceneggiatura del film.

Le azioni del nuovo rivoluzionario Godard diventano quindi comiche, i suoi pensieri espressi alle assemblee universitarie incoerenti; le sue partecipazioni alle manifestazioni inconcludenti, ma sempre caratterizzate dalla perdita e rottura dei suoi occhiali. Godard diventa una figura comica, cui convinzioni ideologiche sono messe alla berlina non solo tramite la sceneggiatura, ma tramite le sue stesse scelte registiche: Hazanavicius utilizza voci fuori campo, colori sgargianti, jumpcut e in generale un linguaggio sperimentale che ricorda molto i lavori di Godard stesso. Il ricorso ai mezzi del regista francese però non sono un omaggio: paradossalmente essi ridicolizzano ancora di più la figura di Godard, perché come lui all’interno della rivoluzione, sembrano superflui.

Ovviamente l’estrema ridicolizzazione satirica del regista è dovuta al punto di vista adottato, di una ex moglie che evidentemente all’epoca mal soffriva un marito fin troppo idealista, sentito come spesso scorbutico e crudele nei confronti di chi considerava inferiore. Subentra però evidentemente anche un’idea del regista de Le Redoutable: Godard è fuori posto in una rivoluzione che aveva tanto auspicato, ma che lo rifiutò immediatamente, ed è allontanato dal pubblico che lo aveva tanto amato. Egli è costretto ad essere un mero personaggio all’interno di un suo stesso film, poiché paradossalmente durante la rivoluzione ha esaurito la sua spinta rivoluzionaria, e non è più di moda come negli anni precedenti.

Ciò che è ovvio è che la rappresentazione del cineasta – soprattutto l’interpretazione di Louis Garrel – è sopra le righe, spesso esagerata e caricaturale, ma ciò che in molti si sono chiesti è per quali motivo ciò sia. È solo per umanizzare una leggenda? O in un qualche modo per limitarne l’importanza, da un certo momento in poi?

Fonti:

  • C.Valeri, #Cannes2017 – Le Redoutable, di Michel Hazanavicius, Sentieri Selvaggi
  • immagini © Les Compagnons du Cinéma. France 3 Cinéma, 2017
    Immagine 1 – Imgur
    Immagine 2

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