L’eredità di Andrea G. Pinketts

«Non so se si nasca con il senso della frase. Di sicuro ci si muore.»

Se ne va così Andrea G. Pinketts, che giovedì 20 novembre ci ha lasciato in eredità un mito di sregolatezza e genialità, nella vita, nella scrittura e nell’inventio narrativa.

Andrea Giovanni Pinchetti, in arte Andrea G. Pinketts, nato nel 1961 a Milano, Porta Venezia, e cresciuto nel quartiere Giambellino, è stato giornalista e fervido narratore di romanzi noir. L’autore era solito passare intere giornate e serate a Le Trottoir, storico bar di Milano, prima in Corso Garibaldi e poi in Piazza XXIV Maggio, al punto che gli è stata dedicata un’intera sala, la Sala Pinketts, decorata con gli affreschi dell’artista Jean Charles Metiase.

I tavolini di Le Trottoir sono stati la fucina creativa di Pinketts, dove ha scritto la maggioranza dei suoi romanzi, osservando, maneggiando e ricreando sagome e volti di Milano. Non la Milano traslucida dei rulli pubblicitari e delle passeggiate alle sette sul naviglio, ma la città degli emarginati, degli irregolari, dei senza lavoro scalcagnati e abbonati al bancone del bar, delle bariste suicide dei locali notturni. Nei suoi romanzi, Milano si popola di marionette un po’ sbilenche, sempre sopra le righe, dalle vite tragiche e al limite ma stemperate dallo sguardo ironico e beffardo di Lazzaro-Pinketts, che ormai della vita si era fatto il callo.

Tra gli ultimi superstiti della cerchia degli irregolari, Pinketts aveva fondato nel 1993 in un bar di Milano La scuola dei duri, movimento letterario che si proponeva di descrivere la metropoli attraverso la lente dell’indagine poliziesca e del crimine, senza però accantonare mai il tema dell’analisi della società e dell’esistenza.

La vita di Pinketts è stata tutta un inno all’anarchia e alla ribellione, come inno è anche la sua prosa, sempre viva, dai ritmi acrobatici che incalzano e divorano il lettore. Pinketts – come d’altronde  audacemente dichiara, con giustificata presunzione, nel suo romanzo manifesto Il senso della frase, pubblicato da Feltrinelli nel 1995 – ha dimostrato di possedere, nel senso fisico del termine, il linguaggio. Pinketts sa manipolare le parole: le gira, le fa roteare, piroettare, le mette a testa in giù, a penzoloni, in giochi linguistici vorticosi e polisemici. Nella sua scrittura si combinano neologismi, reminiscenze classiche, turpiloqui e intercalari del parlato, in un impasto linguistico degno dei più grandi pasticciacci.

Baluardo giallista del genere, Pinketts fu prevalentemente scrittore di romanzi neri. Nei suoi libri si aggira per una Milano underground, varia, vivace, intricata e rimestata quanto la cornice  prosastica, Lazzaro Santandrea, l’alterego letterario dell’autore, che vide per la prima volta luce e battesimo nel romanzo Lazzaro vieni fuori, uscito nel 1991 da Metropolis e ripubblicato da Feltrinelli nel 1997.

Ma chi è Lazzaro? Antieroe vacillante sulla soglia dei trenta anni, la creatura specchio di Pinketts è un perdigiorno che vive ancora con la mamma ma dal genio indomito e dalla vita rocambolesca e arrangiata:

«Io, forte della certezza di essere Lazzaro Santandrea e di avere il senso della frase, restavo al tavolo con i miei nobili pensieri su cosa fare della mia vita dopo che ero stato, di volta in volta, intervistatore di vallette tivù per un settimanale specializzato, scrittore di tesi di laurea altrui, istruttore di arti marziali, cantante di voce roca e poca in un piano bar, estremista, innamorato, proprietario di un locale notturno fallito prima che ci mettessero una bomba, detective privato di licenza, che del resto, non avevo mai avuto, fotomodello, ereditiero agli sgoccioli, scrittore underground, cacciatore di taglie e di dote».

Lazzaro si trova ogni volta suo malgrado, forse perché poco nelle grazie della Dea bendata, a districarsi tra delitti, sequestri, rapine, guazzabugli, malintesi e misteri, indossando la veste dell’investigatore metropolitano, ma sempre senza licenza, cercando e portando a galla verità menzognere e bugie veritiere. Perché la verità, se detta con il senso della frase, avrà anche lei «l’aspetto un po’ puttanesco eppure di classe di una bella menzogna».

A chiudere la trilogia sui generis che vede Lazzaro Santandrea protagonista –  Lazzaro vieni fuori, Il vizio dell’agnello e Il senso della frase – si aggiunge nel 1998, edito da Mondadori, il romanzo Il conto dell’ultima cena. Il quarto tassello necessario per una trilogia tutta pinkettsiana perché, scrive Pinketts, «se è vero che tre è il numero perfetto, dopo aver visto la perfezione, ho tirato dritto per la mia strada accelerando il passo». Ma Lazzaro ritornerà eroe indiscusso in molti altri successivi romanzi, come Il vangelo secondo lo zombie, L’assenza dell’assenzio, Fuggevole turchese, Depilando Pilar, La Capanna dello Zio Rom. Fino ad arrivare al suo ultimo fresco romanzo, E dopo tanta notte, strizzati le occhiaie, che con il suo titolo virtuoso proclama e suggella, ancora una volta, un talento che sa fare a botte con le parole e ne esce sempre vincitore.

 


FONTI
Andrea G. Pinketts, Il senso della frase, Feltrinelli, Milano, 2011
Andrea G. Pinketts, Il conto dell’ultima cena, Oscar Gialli, 2018
Corriere della Sera
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