Rap e impressionismo: Idra dipinge Milano en plein air

Milano, 2026. Idra ha vent’anni e guarda la sua città da lontano — dalla collina degli artisti, dalla Parigi della Belle Époque, da un immaginario che non appartiene al rap che va di moda. MONTMARTRE è questo: nove tracce, ventitré minuti. Un disco che non satura, non esplode, ma delicatamente dipinge. 

 

Gli esordi: i primi inediti e il primo EP

Idra, rapper milanese classe 2003, arriva alla musica prestissimo. I primi singoli, tra cui Sabbia e Figli del Cielo, escono nel 2020, quando ha solamente diciassette anni, e già contengono caratteristiche ben riconoscibili: una voce che non si impone con prepotenza e una scrittura che preferisce l’ellissi al manifesto. 

Nel 2022 pubblica Rookie dell’Anno, EP di presentazione che vale come dichiarazione d’intenti: il titolo è ironico, ma l’autodefinizione è precisa ed è già una presa di posizione. Sia dal punto di vista dei testi, sia da quello del sound, sembra collocarsi nella wave melodic rap / melancholic urban, con influenze della trap melodica e un mood prevalentemente notturno che predilige uno storytelling introspettivo rispetto al rap più tecnico e classico.

I singoli del 2024 – Focus Mode, Into the Wild, Ancora in Città e 38 di Febbre – ne confermano poi la traiettoria. Si nota fin da subito una maturità stilistica inusuale: niente eccessi, niente pose, solo la cura di chi sa che la forma è essa stessa parte del contenuto.

 

MONTMARTRE e l’impressionismo in musica

Il nuovo album di Idra, uscito il 24 aprile scorso, ha un’ambientazione storica, culturale e artistica ben specifica: Montmartre, la Belle Époque e l’Impressionismo.

Tra il 1870 e il 1914, Montmartre diventa il punto di ritrovo di artisti, pittori, scrittori e musicisti che cercano ispirazione e rifugio dai rigori della vita borghese parigina. È un quartiere economico, vibrante, accogliente verso chi cerca nuove forme di espressione. Ed è qui che Renoir, Degas, Cézanne e Monet frequentano caffè e cabaret: in particolare, i celebri Moulin Rouge e Le Chat Noir diventano luoghi di incontro dove artisti, intellettuali e bohémiens si mescolano, creando una scena culturale vivace e spontanea.

L’obiettivo principale degli impressionisti è quello di catturare la luce in un momento specifico del giorno, dipingendo lo stesso soggetto dall’alba al tramonto finché la serie possa diventare un’unica opera che parla di fugacità. In questo senso, la struttura di MONTMARTRE è un omaggio formale a questa pratica artistica. Basti pensare a Sera, Mattina, Pomeriggio non come tre canzoni a sé stanti su tre momenti diversi della giornata, bensì come tre esposizioni diverse della stessa luce.

 

MONTMARTRE: una giornata come un dipinto

MONTMARTRE ricorda infatti il lavoro di Claude Monet, che in soli tre anni dipinse più di trenta volte la facciata della Cattedrale di Rouen, non perché fosse ossessionato dall’architettura gotica, bensì dal desiderio di catturare la luce che vi si rifletteva. La cattedrale era solo il soggetto fisso, la tela su cui registrare i mutamenti impercettibili dell’atmosfera nel corso della giornata.

Nelle nove tracce, che si leggono come un’unica seduta pittorica, la luce cambia con lo scorrere del tempo. Ma la giornata è rovesciata: si apre con la SERA, attraversa la MATTINA e, dopo un INTERLUDIO che fa da respiro, giunge fino al POMERIGGIO. Tre temperature emotive diverse, tre esposizioni della stessa luce interiore. 

 

L’INTERLUDIO: l’arte della sospensione

Al centro dell’album, in quinta posizione su nove, c’è un INTERLUDIO. Non un intermezzo di servizio, ma una scelta architettonica precisa, che divide il disco in due metà simmetriche e impone una pausa che non è silenzio, ma ascolto.

Il riferimento più preciso qui non è pittorico ma musicale, e rimane nell’orbita parigina: Erik Satie, compositore eccentrico e figura liminare tra Ottocento e Novecento, inventò un linguaggio fatto di ripetizione, sospensione e quiete ipnotica. Satie arrivò persino a teorizzare la musique d’ameublement – musica pensata per essere sentita senza essere ascoltata, pioniera diretta della musica ambient.

Scegliere di posizionare un INTERLUDIO al centro di un album rap nel 2026 è scegliere di costruire uno spazio in cui la musica smette di premere e comincia semplicemente a stare. È sottolineare l’importanza del silenzio, delle pause, dei vuoti e delle transizioni. Come nelle Gymnopédies di Satie, anche in MONTMARTRE il vuoto non è assenza, è struttura. Le pause non interrompono il disco, contribuiscono invece a definirlo.

 

CI PENSIAMO DOPO (UNPLUGGED): la tela senza cornice

C’è una traccia che interrompe la logica della serie prima ancora che cominci: CI PENSIAMO DOPO (UNPLUGGED), seconda traccia dell’album, è l’unica a portare nel titolo la propria natura sonora. Spogliare una canzone della produzione significa affermare che il testo regge da solo, che la melodia esiste prima del beat. È il gesto dell’artista che porta il cavalletto fuori dallo studio e dipinge en plein air: niente filtri, niente post-produzione, solo la luce naturale, così com’è. In un album costruito sull’atmosfera e sullo strato sonoro, inserire una traccia acustica così presto è quasi una sfida: è dimostrare che sotto le texture nebbiose c’è una canzone vera, che potrebbe esistere anche nel silenzio.

Il “ci pensiamo dopo” del titolo si presta poi a una lettura impressionista: è la logica di chi preferisce catturare il momento invece di pianificarlo, rimandare la riflessione per restare nell’impressione.

 

EHI SIRI e l’assenzio digitale

Se c’è un pittore che risuona con la poetica di Idra è proprio Edgar Degas. Non il Degas delle ballerine patinate, ma quello della malinconia urbana e del romanticismo decadente: il pittore della vita interiore che si manifesta nella postura, nel gesto sospeso, nello sguardo che non incontra nessuno. Al Café de la Nouvelle Athènes, Degas dipinse L’Assenzio: due figure sedute, vicine ma al contempo distanti, in un silenzio che pesa più di qualsiasi dialogo. È il ritratto dell’isolamento urbano prima dell’esistenza di un vero e proprio termine per definirlo.

Idra lavora proprio su quel silenzio. La traccia EHI SIRI, il singolo più immediato dell’album, porta nel titolo stesso il cortocircuito tra presenza e solitudine: si parla a una macchina perché non c’è nessuno a cui parlare, o perché parlare a una macchina ci permette di essere più onesti. Ci troviamo davanti a una scena degasiana: l’artista seduto da solo, la conversazione unilaterale per snodare la matassa di pensieri, la città grigia fuori dalla finestra che si muove con inerzia:

Ehi Siri, tu che cosa prescrivi

Per cambiare i destini in soli 10 respiri

Black city, muri grigi, graffiti

Io ho cambiato confini

Ma c’è ancora quel feeling

EHI SIRI punta tutto sul minimalismo emotivo: la produzione sembra costruita sulla ripetizione ipnotica e il beat sembra non esplodere mai. È questa sospensione continua che crea un senso di alienazione. La traccia evita deliberatamente la catarsi: il beat gira su sé stesso, quasi intrappolato nella propria ripetizione, come una conversazione che continua senza arrivare mai davvero a qualcuno.

 

BELL’ETÀ: dipingere la giovinezza mentre svanisce

C’è una traccia che spezza il ritmo cronologico della serie e introduce un piano diverso: BELL’ETÀ. Il titolo è ironico e al contempo nostalgico, nel modo in cui solo chi è ancora giovane può permettersi di essere nostalgico della propria giovinezza: è come se l’artista si rendesse conto, nel mezzo della giornata, che quella stessa luce che sta dipingendo, di lì a poco, svanirà.

È un gesto profondamente impressionista. I pittori di Montmartre non ritraggono il presente in modo trionfale: lo colgono nel momento esatto in cui sta per cambiare. Renoir nel Bal au Moulin de la Galette (1876) dipinge la giovinezza che balla senza sapere che, a breve, smetterà di farlo. BELL’ETÀ funziona allo stesso modo: è un lampo di autocoscienza nella serie di tele, il momento in cui la giornata si accorge di sé stessa.

 

La geografia dell’album tra PARIGI e MONTMARTRE

La penultima traccia si intitola PARIGI, mentre l’ultima è la title track MONTMARTRE. Non è una coincidenza geografica: è una progressione drammatica. Prima il sogno generico, la città-mito, Parigi come idea e ideale; poi il punto specifico, la collina degli artisti, il quartiere dove la bohème non era uno stile ma una condizione di sopravvivenza. È un movimento che va dall’immaginato al vissuto. 

PARIGI e MONTMARTRE fanno da finale cinematografico del disco. Queste ultime due tracce sembrano aprire spazio: le produzioni diventano più ampie, più ariose e meno claustrofobiche. Sembrano quasi fare da ending credits, sebbene il disco non si chiuda davvero: gradualmente si dissolve. 

Anche la durata ridotta dell’album sembra parte della sua poetica: MONTMARTRE non accumula, non prolunga, non cerca monumentalità. Come un’impressione catturata prima che la luce cambi, preferisce sparire presto piuttosto che eccedere.

 

Bohème e la fame dietro l’estetica

Montmartre fu il cuore della vita bohémienne parigina e il simbolo della Belle Époque: un posto dove gli artisti vivevano da giovani e squattrinati, trovando ispirazione nelle strade acciottolate e nella gente che vi abitava. La bohème era una condizione economica prima di essere un’identità artistica.

Idra e la sua band conoscono bene questa distinzione. MONTMARTRE non è infatti un disco sulla Parigi dei turisti: è un album sulla condizione di chi fa arte fuori dai trend di mercato. 

Le produzioni di MONTMARTRE evitano quasi sempre l’impatto frontale. Non cercano il drop, la saturazione o l’aggressività tipica del rap e della trap mainstream italiane. L’impressione generale è casomai quella di un disco che preferisce dissolversi invece di imporsi. 

Le batterie hanno kick morbidi, riverberi larghi, synth annebbiati e spazi vuoti lasciati respirare. È un tipo di produzione molto vicino all’estetica cloud rap: beat eterei, malinconici, costruiti più sull’atmosfera che sull’urgenza ritmica. Le frequenze sembrano velate, i synth non illuminano ma diffondono. 

 

 

La voce di Idra raramente occupa il centro della scena: entra nel beat come una figura impressionista entra nel paesaggio, perdendo definizione per guadagnare atmosfera. E il modo in cui le tracce sembrano immerse in una specie di nebbia sonora fa sì che tutto appaia filtrato, distante, morbido. Lo stesso vale dal vivo, dove il disco prende corpo attraverso una band completa: Antonio Silvestri alla chitarra, Davide Gasbarro alla tastiera, Niccolò Galbiati alla batteria, Alberto Zambianchi al basso e Rebecca Calobrisi alla voce.

MONTMARTRE è un album fatto di luce laterale, di momenti incompiuti, di titoli che sembrano didascalie di dipinti che non vediamo mai per intero. Idra ha vent’anni, un EP alle spalle e un album che suona come qualcuno che sa già come funziona il tempo. E se 150 anni fa, nei vicoli di Montmartre, gli artisti spostavano lo sguardo sulla quotidianità e la gente semplice, oggi Idra decide di fare lo stesso a Milano, dipingendo en plein air il quotidiano dell’anima.

 

 

Credits

Copertina

Foto concessa a titolo gratuito dall’autrice dell’articolo

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