Il gelso diventa vermiglio per Piramo e Tisbe

Ci sono, nella Commedia dantesca, versi talmente letti da rendere superflua (o quasi) l’enunciazione della trama.
Tra questi, in testa sicuramente il canto quinto dell’Inferno, e cioè l’incontro di Dante con Paolo e Francesca.

Seguiamo Dante nel suo percorso infernale:

“Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.”

Dante è entrato nel secondo Cerchio e si trova, come subito intende, tra i “peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento”. I lussuriosi sono trascinati da una bufera incessante, che simboleggia la forza della passione sessuale, quella cui non seppero opporsi in vita.

Due anime volano accoppiate e Dante manifesta il desiderio di parlare con loro.
Francesca comincia a parlare: lei è figlia del signore di Ravenna e lui è suo cognato Paolo Malatesta, fratello di Gianciotto, l’uomo che la donna aveva sposato per mettere pace tra le famiglie. Quando Gianciotto scopre la relazione, uccide entrambi.

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”, è perverso che l’incontinenza non si sia limitata all’atto fisico.

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, Francesca ammette il peccato.

“Amor condusse noi ad una morte”, il richiamo è cupo, il tono solenne. È Amore che governa.

Riassumendo: il peccato riguarda il cor gentile, la ragione si è sottomessa. Francesca ammette il peccato, ma senza accusarsi; si difende, anzi, con una razionalizzazione del sentimento che segue le tre terzine legate dall’anafora di Amore. Il tono si fa grave, Amore è il demone della sensualità. Dante sembra voler citare Andrea Cappellano, ma nel suo testo Amore non esercita questo potere su chi è amato.
Francesca arriva a stravolgere una massima che appartiene all’amore sacro: solo l’Amore per Dio sarebbe in grado di suscitare amore.
E poi il tono cupo del terzo richiamo: Dante rivela il reale sotto testo del’episodio, schermato dal richiamo alla storia tra Lancillotto e Ginevra.

All’invito di Dante, Francesca racconta anche dell’origine del loro amore. Lei parla, Paolo piange e Dante… sviene.

Tra i lussuriosi morti violentemente ci sono vari personaggi del mito e della letteratura, come Didone, Achille, Tristano. Dante intende svolgere un discorso intorno alla letteratura amorosa, per condannarla in quanto fonte potenziale di peccato. La sua intenzione è, probabilmente, di ritrattare parte della sua precedente produzione poetica. Paolo e Francesca rappresenterebbero, quindi, un episodio di cronaca ben presente ai lettori contemporanei, quello più idoneo a metterli in guardia. Questa è l’interpreazione più avvalorata e accreditata.

Eppure lo svenimento di Dante è stato all’origine di molte altre esegesi.
Dante intendeva risarcire i due amanti clandestini per la loro morte? È generica compassione la sua? O la riabilitazione di un amore clandestino?
Tutte interpretazioni di un lettore speranzoso in un autore complice, in una comprensione, come spesso avviene nella storia degli amori letterari.

Come avviene nella storia del gelso.
L’amore di Piramo e Tisbe era contrastato dai parenti, e i due, vicini di casa, erano costretti a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro abitazioni. Programmano la loro fuga d’amore. Nel luogo dell’appuntamento, vicino ad un gelso, Tisbe, arrivata per prima, incontra una leonessa, che, in uno scontro, straccia e macchia di sangue il velo della donna. Piramo trova solo il velo macchiato dell’amata e, credendola morta, si suicida. Sopraggiunge Tisbe che lo trova in fin di vita; Piramo riapre gli occhi e riesce a guardarla prima di morire. Per il grande dolore, anche Tisbe si lancia sulla spada dell’amato sotto il gelso. Le preghiere di Tisbe scuotono gli Dei al punto che trasformano i frutti del gelso, intriso del sangue dei due amanti, in color vermiglio.

Il gelso diventa vermiglio per Piramo e Tisbe; e Dante sviene per Paolo e Francesca?


 

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