Plastica in Malesia: allarme da Greenpeace

L’Italia è il sesto Paese esportatore di rifiuti plastici in Malesia. A livello legislativo, gli Stati dell’Unione Europea possono esportare rifiuti in Paesi extraeuropei solo previo rispetto di due condizioni. Se i rifiuti sono riciclabili e se le imprese destinatarie rispettano gli standard ambientali validi per i siti di smaltimento presenti nell’Unione Europea. Tuttavia, i controlli praticati nei porti non sono sufficienti e, troppo spesso, la plastica contaminata e di difficile riciclaggio finisce in stabilimenti illegali. L’inchiesta di Greenpeace stabilisce che quasi la metà delle 2880 tonnellate di rifiuti plastici è inviata ad aziende non in grado di smaltire correttamente questo tipo di spazzatura. Per questo motivo, si ritrovano frequentemente cumuli di plastica fuori dagli stabilimenti in attesa che essa venga bruciata o semplicemente spostata.

Giuseppe Ungherese è il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia:

Un paese civile non può chiudere gli occhi e scaricare il problema su una nazione dove c’è meno sviluppo. Si tratta di una situazione inaccettabile che conferma, ancora una volta, l’inefficacia del sistema di riciclo e la necessità di adottare misure urgenti per ridurre la produzione di quella frazione di plastica, spesso inutile e superflua, rappresentata dall’usa e getta.

Greenpeace ha consegnato alle autorità il risultato dell’inchiesta prodotta: se le responsabilità saranno accertate i soggetti coinvolti rischiano pesanti sanzioni.

Situazione in Malesia

L’industria malese della lavorazione delle materie plastiche vale circa 770 milioni di euro annui. Tuttavia, l’Italia non esporta solo verso la Malesia, anzi! Al primo posto di questa speciale classifica vi è la Turchia, per un valore totale che si aggira intorno ai 900mila euro annui (per circa 9mila kg di materie plastiche). In precedenza era la Cina a guidare la classifica, la quale recentemente (nel 2018) ha bloccato l’ingresso a determinati tipi di plastica e dunque l’Italia (e molti altri paesi) hanno dovuto ripiegare su altri Stati.

Si stima in generale che la sola Malesia abbia accettato il 20% di tutti i rifiuti plastici spediti da 21 Paesi differenti: si tratta all’incirca di 6 milioni di tonnellate. In prima istanza il danno è ambientale perché nel Paese non sono presenti impianti capaci di smaltire una simile quantità di plastica, ma da non trascurare sono anche le conseguenze sulla salute degli individui. Nelle aree vicine a queste discariche a cielo aperto si è stimato un aumento del 20-30% di pazienti con problemi respiratori e asma rispetto all’anno precedente.

La Malesia, a livello statale, ha fatto un tentativo per tentare di arginare il fenomeno. Lo scorso anno ha chiuso circa 140 fabbriche che smaltivano rifiuti illegalmente e rispedito al mittente 150 container pieni di materie plastiche. Si trattava di 13 differenti Paesi, tra cui Regno Unito, Francia, USA e Canada. In ogni caso, l’investigazione condotta da Greenpeace ha portato alla luce il lavoro di un gran numero di broker che si occupano della burocrazia delle spedizioni, principalmente situati a Hong Kong. Poiché i produttori di plastica hanno la sola necessità di dimostrare che i rifiuti sono stati riciclati per essere legalmente sicuri, i broker preparano i documenti necessari. La spedizione viene negoziata attraverso Hong Kong, ma in realtà i rifiuti arrivano in Malesia. Comunque sia, una volta compilato il documento, le aziende produttrici non possono essere attaccate perché rispettano la normativa vigente.

Tutta la plastica è riciclabile?

No, lo spiega Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia. “Per molto tempo ci è stato detto che il riciclo sarebbe stata la soluzione, è importante ma non basta”. Molta plastica in commercio oggi, seppur differenziata correttamente, non viene riciclata, per esempio quella usata per gli imballaggi.

Modelli ideali da seguire

In Norvegia rendere la plastica e le lattine vuote è la prassi, tanto che ogni anno sono raccolte (per essere riutilizzate) un miliardo di bottiglie e lattine. Si tratta di un metodo messo in pratica anche da altri stati nordici come la Svezia, e al modello si stanno avvicinando anche Germania e Francia. L’obiettivo del governo norvegese, inoltre, è quello di imporre una tassa decrescente per incentivare l’uso della plastica riciclata, che oggi rimane più cara rispetto a quella vergine.

Obiettivi europei

D’altro canto, l’obiettivo che si è posta la Commissione Europea è quello di arrivare a 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata da riutilizzare entro il 2025. In tutta Europa il riciclaggio della plastica resta un settore ancora largamente poco utilizzato e i dati sulle esportazioni ne sono una prova. Sulle circa 27 milioni di tonnellate prodotte annualmente, meno di un terzo è poi inviato agli impianti di riciclaggio. Il resto viene esportato verso Paesi terzi e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

FONTI

Articolo di Internazionale, numero 1345, Angela Giuffrida, L’Italia spedisce illegamente i suoi rifiuti di plastica in Malysia.

Comunicato di Greenpeace

The Guardian

Euronews

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