Brexit: c’è l’intesa, scongiurato il No Deal

In Italia il Post ha sottolineato i diversi toni usati al momento dell’annuncio dell’accordo sulla Brexit, non sbilanciandosi però su ipotetici vincitori e vinti. Le Point in Francia invece non ha dubbi su chi sia l’effettivo sconfitto. Il giornale francese sottolinea che se il Regno Unito avesse voluto davvero “ritrovare la libertà”, avrebbe avuto una sola strada da percorrere: il no deal, vale a dire l’uscita senza accordo.

Irish Times è di tutt’altro avviso. Definisce l’accordo stipulato, per quanto più svantaggioso per l’economia britannica rispetto a quella europea, sicuramente preferibile alla “stupidity of no deal”. Detto questo però, il giornale non risparmia critiche sul concetto in generale di Brexit, paragonandola al motto trumpiano “make America great again”. La differenza è però una e non secondaria: Trump è stato un singolo presidente USA, la Brexit è per sempre.

Prova a fare il punto della situazione anche la BBC, che mette in evidenza le tempistiche dell’accordo. Il referendum si è tenuto nel 2016, il 30 dicembre 2020 il Parlamento inglese è chiamato alla ratifica dell’accordo finale: quattro anni di negoziati.

Non mancano le proteste interne, incluse quelle dell’Irlanda del Nord i cui esponenti a Westminster (DUP, Alliance e SDLP) hanno già annunciato che voteranno contro l’accordo. Rishi Sunak, membro del governo Johnson, nelle pagine della BBC ha tentato di rassicurare la City sull’impatto che potrà avere la Brexit: “Le cose saranno diverse ma stiamo lavorando per rendere la City di Londra il posto più attraente per le aziende di tutto il mondo”.

Il momento dell’annuncio: 24 dicembre 2020

Boris Johnson, il primo ministro britannico, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, hanno annunciato l’accordo per la Brexit. Un documento lungo 1.246 pagine, stilate grazie ai compromessi concordati da ambo le parti.

La presidente della Commissione è stata la prima a indire una conferenza stampa, all’interno della quale alcuni diplomatici europei hanno rivendicato le numerose concessioni strappate a Johnson. I toni utilizzati da Ursula von der Leyen sono però molto lontani dal trionfalismo del primo ministro inglese.

Ben presto però queste rivendicazioni di presunte vittorie o sconfitte dovranno lasciare il passo a quella che sarà la prova vera e propria, cioè il momento in cui si vedranno gli effetti dell’accordo sulle attività economiche e commerciali. Le immagini delle lunghe code di camion e tir che sono circolate negli ultimi giorni, a causa della chiusura dei collegamenti dovuta al Covid, potrebbero diventare la norma e non più l’eccezione.

Il contenuto dell’accordo

I pareri negativi nei confronti dei contenuti dell’accordo si concentrano in gran parte su un punto: l’accordo non prende in considerazione i servizi finanziari, che costituiscono la maggior fetta dell’economia britannica. Si è scelto di dare la priorità ad altri settori, come la pesca e la produzione, che però economicamente non sono tanto rilevanti quanto i servizi.

La pesca ha avuto un ruolo così importante più per ragioni politiche e simboliche che per rilevanza economica. L’accordo stipulato prevede una riduzione del pesce pescato nelle acque inglesi (- 25%) nei prossimi cinque anni e mezzo. Al termine di questo periodo di transizione, il Regno Unito tornerà ad avere pieno controllo e saranno necessari futuri negoziati per concordare l’accesso alle imbarcazioni europee. Si tratta di un risultato decisamente spendibile a livello simbolico e non a caso un punto cruciale nella campagna elettorale pro Brexit. Era dal 1973 infatti che il Regno Unito non poteva definirsi come “uno stato costiero indipendente con il pieno controllo delle nostre acque di pesca”.

Il level playing field è stato un altro punto controverso, letteralmente traducibile in “parità di condizioni”. Un accordo raggiunto per evitare la concorrenza sleale delle aziende del Regno Unito rispetto a quelle europee. Si parla dunque di intesa raggiunta per un livello minimo di standard ambientale, sociale e relativo ai diritti dei lavoratori.

Altrettanto complesso è stato trovare un meccanismo di risoluzione per possibili future controversie. Obiettivo del Regno Unito era evitare l’intervento diretto della Corte di giustizia europea, chiedendo invece un organismo indipendente.

Il mondo universitario non è esente dagli effetti della Brexit. Con l’accordo stipulato il Regno Unito uscirà definitivamente dal programma europeo Erasmus+, che in circa trent’anni ha permesso la mobilitazione di oltre nove milioni di studenti in tutta Europa per ragioni di studio o ricerca. Dal 2021 perciò chi vorrà accedere alle università britanniche potrà farlo solo previo pagamento della retta completa (variabile a seconda delle università, le più prestigiose superano le 30.000 sterline annue). Il programma sarà sostituito dal Turing Scheme, come già annunciato da Johnson, con particolare attenzione agli atenei asiatici e americani.

Il settimanale Internazionale sottolinea molto bene come la firma dell’accordo non equivalga al termine di ogni negoziato. La Brexit così firmata prevede anzi, come già detto, la creazione di circa venticinque commissioni specialistiche, consigli ministeriali e gruppi di lavoro. Tutte queste si occuperanno di tutte le questioni che non sono state trattate dettagliatamente all’interno delle oltre 1.000 pagine di accordo già siglato. Di fatto si rischia l’ingresso in una sorta di negoziato perenne.

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