L’isolamento volontario di Emily Dickinson

Un isolamento volontario

Un isolamento volontario. Sembra strano pensarci in questo periodo così assurdo, che ci ha visti isolati nelle nostre camere, nelle nostre sale che sono diventate uffici, palestre e ristoranti, senza preavviso. Nell’anno in cui il mondo si è chiuso in casa, tutti hanno limitato i rapporti sociali alle videochiamate e ai social network, tutti sono usciti solo per fare la spesa o prendere qualche cena da asporto. È un po’ strano pensarci ora che siamo tutti stanchi di essere isolati, che anche i più ottimisti hanno perso piano piano la speranza, che la battuta “stay positive” ormai non fa neanche più così ridere.

Un isolamento volontario. Che strano! Chi è così pazzo da decidere volontariamente di isolarsi, di non uscire più, di vivere da solo? Strano, sì, ma forse a qualcuno di così pazzo possiamo dare la possibilità di dirci qualcosa in più sull’isolamento e sulla solitudine. Questo qualcuno che merita la nostra attenzione è una donna anglofona, il suo nome è Emily Dickinson. È una delle più grandi poetesse statunitensi di sempre e dopo infanzia e adolescenza passate con la famiglia, decise di isolarsi lasciandoci testimonianze in forma di versi poetici della sua vita passata in solitudine – e dell’importanza, per lei, del restare da sola.

Note biografiche

Emily Dickinson

Emily Dickinson nacque nel 1830 ad Amherst, in Massachusetts, e trascorse gli anni della giovinezza tra studi poco regolari, scarse amicizie, solitudine interrotta solo da qualche visita a parenti. Frequentò il Collegio femminile di Mount Holyoke, ma si oppose all’educazione cattolica, mostrando un forte spirito ribelle e anticonformista. Tra gli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento scoprì la sua vocazione poetica e visse nella casa in cui era nata e cresciuta.

Il suo primo amore (platonico) scoppiò nel 1855 per il reverendo Charles Wadsworth, che era però già sposato con figli. L’amore per lui si limitò quindi ad essere espresso in numerosi componimenti della Dickinson.

Successivamente, la poetessa decise di isolarsi dal mondo. Soffriva di alcuni disturbi nervosi che la spinsero a rinchiudersi nella sua camera e non uscire neanche per la morte dei genitori. Proprio a questi tempi risalgono le sue riflessioni sulla solitudine: Emily Dickinson credeva infatti che nel rapporto con se stessa e con la sua solitudine risiedesse la felicità, o almeno la sua ricerca.

Si innamorò nuovamente, ma anche quest’amore non ebbe lieto fine. L’amato era un amico del padre ormai defunto: si chiamava Otis Phillips Lord. Da alcune lettere sembrerebbe che la Dickinson volesse sposarlo, ma non le fu possibile. Due anni dopo la morte dell’amato nipote Gilbert, infatti seguì quella di Otis Lord.

La poetessa morì a 55 anni di nefrite ad Amherst e venne sepolta insieme alla famiglia nel cimitero locale.

Viaggiare dentro di sé

Emily Dickinson viaggiò per anni restando ferma immobile nella propria camera. Perseguì una sorta di crescita spirituale, cercò di ricongiungersi a se stessa e lo fece tramite la poesia: un viaggio di dolori e scoperte, di conoscenza profonda, di ricerca.

La sua penna intanto continuò a scrivere e le servì a liberare il cuore, a viaggiare dentro di sé:

One need not be a chamber – to be Haunted –
One need not be a House –
The Brain – has Corridors surpassing
Material Place –

Non bisogna essere una camera – per essere Infestati –
Non bisogna essere una Casa –
Il Cervello – ha Corridoi che vanno al di là
Di un Luogo Materiale –

There is a solitude of space

J1695 / F1696

[1855]

isolamento

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself –

[Finite infinity.]

C’è una solitudine dello spazio
Una solitudine del mare
Una solitudine della Morte, ma queste
Sono comunità
Confrontate con quell’area più profonda
Quell’intimità polare
Un’anima al cospetto di se stessa –

[Finita Infinità.]

(Traduzione italiana di Giuseppe Ierolli)

Per quanto riguarda l’ultimo verso, in alcune edizioni è inserito Finite Infinity, Finita Infinità, ma la mancanza dello scritto originale della Dickinson lascia la questione irrisolta sulla presenza/assenza di quest’ultimo verso.

A ogni modo, con o senza la Finita Infinità, in questa poesia l’autrice parla di solitudini note a ognuno di noi, ma tutte queste, se paragonate a quella di un’anima davanti a se stessa, spariscono.

Proprio quest’ultimo è un tema ricorrente nei componimenti della Dickinson: il ritrovarsi davanti a se stessi. Quell’intima e spaventosa solitudine di quando ci si scopre da soli.

I might be lonelier

F535 [1863] / J405

albero isolato

It might be lonelier
Without the Loneliness –
I’m so accustomed to my Fate –
Perhaps the Other – Peace –

Would interrupt the Dark –
And crowd the little Room –
Too scant – by Cubits – to contain
The Sacrament – of Him –

I am not used to Hope –
It might intrude upon –
It’s sweet parade – blaspheme the place –
Ordained to Suffering –

It might be easier
To fail – with Land in Sight –
Than gain – My Blue Peninsula –
To perish – of Delight –

Si può essere più soli
Senza la Solitudine –
Sono così abituata al mio Destino –
Che forse l’Altra – Pace –

Interromperebbe il Buio –
E affollerebbe la Stanzetta –
Troppo scarsa – in Metri – per contenere-
Il Sacramento – di Lui –

Non sono avvezza alla Speranza –
Che potrebbe intromettersi –
La sua dolce sfilata – profanerebbe il luogo –
Consacrato alla Sofferenza –

Può essere più facile
Perdersi – con la Terra in Vista –
Che raggiungere – la Mia Azzurra Penisola –
Per morire – di Piacere –

I primi due versi di questa poesia sono molto famosi e vengono spesso resi nelle traduzioni con la prima persona, mentre Giuseppe Ierolli preferisce mantenere la struttura originale per mantenere l’ingresso della prima persona al terzo verso e il parallelismo con il tredicesimo.

Emily Dickinson è a conoscenza di cosa sia la solitudine e teme che nella sua stanza, nella sua vita, non ci sia abbastanza spazio per altro: potrebbe essere troppo affollata anche per quel “Lui”. La speranza poi è un’intrusa, che viola il luogo sacro della sofferenza. L’ultima strofa infine racconta di come sia estremamente più facile lasciarsi andare, anche vedendo la riva, piuttosto che arrivare all’azzurra penisola, alla meta sognata, per morire di piacere.

Da una parte la Dickinson sembra compiacersi della solitudine, ma dall’altra, al contempo, si evince una sorta di rabbia verso questa scelta, che è comunque più facile della lotta che la porterebbe alla conquista del diritto di morte di piacere e di gioia.

The Loneliness One dare not sound

J777 [1863] / F877 [1864]

Emily Dickinson

 

The Loneliness One dare not sound—
And would as soon surmise
As in it’s Grave go plumbing
To ascertain the size—

The Loneliness whose worst alarm
Is lest itself should see—
And perish from before itself
For just a scrutiny—

The Horror not to be surveyed—
But skirted in the Dark—
With Consciousness suspended—
And Being under Lock—

I fear me this—is Loneliness—
The Maker of the soul
It’s Caverns and it’s Corridors
Illuminate—or seal—

La Solitudine Nessuno osi sondare –
E si preferisca supporre piuttosto
Che nella sua Tomba scandagliare
Per accertarne la dimensione –

La Solitudine il cui peggior timore
È doversi accorgere di sé –
E perire di fronte a se stessa
Solo per uno sguardo –

L’abisso non può essere esaminato –
Ma costeggiato nel Buio –
Con la Consapevolezza sospesa –
E l’Esistenza sotto Chiave –

Ho paura che questo – sia la Solitudine –
Il Creatore dell’anima
Le sue Caverne e i suoi Corridoi
Illumini – o sigilli –

 

Questa volta la solitudine non è più vista come una scelta, come una capacità di fare a meno del mondo, ma piuttosto come un abisso, un vuoto oscuro. La più grande paura è la consapevolezza di sé che può giungere guardandosi allo specchio.

Inizialmente vi è un’esortazione a non investigare troppo la solitudine, ma poi la stessa solitudine diventa attiva e sfugge a se stessa. Nella terza strofa arriva l’abisso, che va costeggiato sospendendo la consapevolezza.

L’autrice si chiede infine quale sia la vera solitudine, se quella che lei stessa ha celebrato come conquista o quel vuoto descritto in questa poesia.

Ieri e oggi

Oggi più che mai pensare all’isolamento e alla solitudine fa un effetto strano, crea un fastidio nascosto, un prurito insopportabile. Forse perché ci è stato imposto dalla situazione, forse perché siamo più spaventati, più deboli. O magari, invece, perché sono le persone come Emily Dickinson a essere forti e noi semplicemente normali.

Nel prossimo articolo di questa serie sull’isolamento indagheremo sulla volontà dell’isolarsi e la paura di essere isolati, parleremo dei social network e di internet, ma anche dell’epoca covid, tra pro e contro della necessità di isolarsi e vivere online.

FONTI

Emily Dickinson, The Complete Poems of Emily Dickinson, 1976

wikipedia.org

emilydickinson.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caro lettore, per noi de Lo Sbuffo l'educazione ad un uso consapevole del web è fondamentale. Se puoi, ti chiediamo di dedicare due minuti del tuo tempo alla lettura di questo articolo di Accademia Civica Digitale.

Con la cultura per un web migliore!

Grazie,
Lo Sbuffo