Dark Netflix serie tv internazionali

Il monopolio delle serie tv americane è davvero finito?

Facciamo un esperimento velocissimo: provate a elencare cinque belle serie tv che avete visto di recente e poi pensate da quale Paese vengono. Con molta probabilità, almeno una tra queste non sarà una serie americana. Negli ultimi anni, infatti, sempre più serie tv di qualità hanno iniziato a comparire un po’ da ogni parte del mondo e ad attrarre l’attenzione dei teleschermi internazionali. Imbattersi e appassionarsi a un noir scandinavo, una commedia francese o una serie romantica coreana, insomma, è diventato sempre più frequente e normale.

In maniera simile a quanto detto per altri mercati importanti (come quello musicale), qualcuno ha perciò cominciato a parlare di un progressivo indebolirsi del monopolio televisivo che le serie americane avevano mantenuto finora. La questione però è molto più complessa. Per capirla davvero bisogna guardare più a fondo, alle dinamiche economiche, tecnologiche e sociali che hanno portato a questo cambiamento. E che, mentre in superficie sembrano aver incentivato uno scambio tra culture televisive mai visto prima, sotto sotto potrebbero finire per rafforzare ancora di più il monopolio americano.

Com’erano le cose prima

Per tornare all’esperimento velocissimo di partenza, fino a qualche tempo fa il risultato sarebbe stato parecchio diverso. Più o meno da quando la televisione esiste, infatti, il flusso delle serie tv di qualità si è mosso quasi solo in un’unica direzione: dagli Stati Uniti al resto del mondo.

Con l’ingrossarsi di questo flusso e il rafforzarsi della cultura televisiva americana, si è diffusa così la convinzione che le serie tv fossero uno strumento molto potente usato dagli Stati Uniti per imporre al mondo alcuni valori e un’egemonia culturale. Tuttavia la spiegazione è ben più semplice e ha che fare con la diversità. Gli Stati Uniti sono un paese grande e formato da tantissime minoranze diverse: questa complessità si riflette nei prodotti culturali che producono. Se le serie tv americane riescono a diffondersi rapidamente in tutto il mondo, insomma, è perché sono già pensate per un pubblico composto da etnie, provenienze, religioni, diverse.

A questa caratteristica si aggiunge l’organizzazione quasi perfetta raggiunta dal sistema produttivo americano. La quale spiega ancora meglio perché per molto tempo le sue serie tv abbiano mantenuto una specie di monopolio televisivo. Ciò non significa comunque gli altri Paesi non producessero già qualche serie di qualità.

Dieci anni fa, il 90% della creatività era negli Stati Uniti. C’era qualche buona idea locale, ma non viaggiava

ha spiegato al quotidiano cinese «Global Times» Pascal Breton, produttore di Le Bureau, una delle serie francesi più famose nel mondo. In particolare, le produzioni europee subivano le conseguenze della struttura sociale ed economica del continente. Secondo il ricercatore e giornalista Frédéric Martel, l’Europa aveva una popolazione molto più anziana; frammentata in culture e lingue assai diverse; e abituata a una cultura più antica, elitaria e perciò meno predisposta al cambiamento. La mancanza di mercato unico interno, poi, complicava ulteriormente la situazione.

Inoltre, per avere speranza di ottenere un successo globale, le serie tv non anglofone dovevano comunque passare dall’approvazione americana. E all’epoca gli Stati Uniti non erano molto aperti all’idea di acquisire o co-produrre serie tv internazionali. Se lo facevano, era per riempire qualche nicchia televisiva elitaria (come accaduto per l’apprezzata serie tedesca Deutschland 83). Altrimenti preferivano di gran lunga acquistare solo i diritti di serie tv straniere, per poi farne una versione propria (è il caso di In Treatment, The Killing, The Office).

In questo scenario si diffuse rapidamente l’idea che, per l’equilibrio del mercato televisivo internazionale, la globalizzazione fosse un processo piuttosto negativo. Certo, consentiva agli spettatori di tutto il mondo di vedere serie tv di qualità superiore; ma al contempo bloccava le aspirazioni dei Paesi più piccoli di far conoscere le proprie produzioni sui teleschermi internazionali.

Come sono cambiate

Skam Italia 4Benché i risultati più evidenti si siano visti soltanto negli ultimi cinque anni, la situazione ha iniziato a evolversi un decennio fa. E non è certo un caso che i tempi corrispondano con la crescita dei canali a pagamento e dei servizi streaming.

Da un lato, il continuo perfezionarsi e velocizzarsi delle connessioni Internet ha incentivato una richiesta sempre maggiore di contenuti on demand. Dall’altro, il successo di canali via cavo americani di alta qualità (HBO su tutti) ha spinto i loro corrispettivi nel resto del mondo ad ampliare la propria offerta e puntare sulle serie tv, più che sui contenuti di cinema e sport.

Tanto i servizi streaming quanto i canali a pagamento sono partiti dalla necessità di attrarre nuovi abbonati locali, perlopiù seguendo due strategie: fornire al pubblico poche serie di altissima qualità, per differenziarsi dalla tv pubblica e generalista (come hanno fatto Sky Atlantic, Apple TV Plus e per ora Disney Plus); oppure garantire un continuo ricambio di serie originali, anche se non sempre eccellenti (come nel caso di Netflix e Fox).

In entrambi i casi, le serie tv internazionali sono diventate una parte fondamentale della loro economia. Acquisire e co-produrre serie tv non soltanto americane consente infatti di ampliare la propria offerta e al tempo stesso incontrare i gusti di pubblici diversi, come quello africano o asiatico. Di ritorno, le società produttive locali hanno la possibilità di farsi conoscere all’estero, aumentando i propri profitti.

Tuttavia, il motivo per cui vediamo sempre più serie internazionali non riguarda solo dall’appetito dei provider. Anche quello del pubblico – specie la sua parte più giovane – ha avuto un ruolo fondamentale.

Dai Millennial in poi, le ultime generazioni sono abituate a condividere pezzi della propria vita su forum, social e su YouTube. Questo ha permesso loro di entrare in contatto ogni giorno “con persone che vengono da tutte le parti del mondo e che non riflettono necessariamente la loro cultura o lingua,” ha spiegato a «Vox» David Craig, produttore e professore di giornalismo specializzato in linguaggi dei media alla University of Southern California. Questi spettatori sono quindi più aperti a guardare serie tv provenienti da culture diverse e in lingua straniera, soprattutto se rientrano nei loro generi preferiti.

Dark, SKAM Italia, La casa di carta e il segreto del genere universale

Per quanto i tempi siano cambiati, non tutte le serie tv locali sono fatte però per poter avere successo sui mercati internazionali. Quelle che negli ultimi anni sono riuscite a diventare dei fenomeni mondiali hanno tutte una cosa in comune: la loro forza sta perlopiù nella riconoscibilità del genere a cui appartengono. Questo perché, secondo «Vox»

molti fan fedeli a un genere particolare non vedono la lingua come una barriera.

Anzi, questi “generi globali” – come li definisce Craig – hanno un sottotesto e una struttura così standardizzati e forti da poter anche fare a meno della parola. La cosa è evidente in particolare nei teen drama, su cui Netflix ha puntato moltissimo. Si tratta di un tipo di serie tv che si basa su elementi (sesso, inclusività e a volte violenza) ed emozioni che accomunano i suoi spettatori indipendentemente dalle differenze culturali e linguistiche.

È come se, insomma, ognuna di queste serie tv internazionali fosse composta da due fili intrecciati: uno riprende la struttura narrativa tipica degli esempi americani più famosi; l’altro intesse invece elementi tipici della cultura da cui proviene, spesso presi in prestito da film e serie tv locali che sono già conosciuti a livello globale.

Prendiamo ad esempio La casa di carta: l’idea di una storia criminale basata su una rapina spettacolare commessa da un cast corale ricorda i film di Ocean’s. La sua sottotrama sentimentale è tuttavia più tipica delle telenovele che la tv spagnola esporta in tutto il mondo. La serie di fantascienza Dark, invece, ha creato un rompicapo spazio-temporale basato sul surrealismo di Twin Peaks e della famosa serie francese Les Revenants; ma la storia si è spostata dai loro paesaggi montuosi, per trarre inquietudine dalle sconfinate foreste tedesche. SKAM Italia ha seguito per filo e per segno la trama già strutturata dal format norvegese da cui la serie deriva. Eppure ha saputo dare ai suoi adolescenti delle abitudini e un linguaggio nei quali i giovani spettatori italiani hanno potuto riconoscersi in pieno.

Così si potrebbe proseguire con centinaia di esempi fino ad arrivare all’ultimo successo globale di Netflix, Lupin. La serie tv francese, ha notato il «Global Times», non usa solo il Louvre come gancio per gli spettatori internazionali. Dentro c’è un bel po’ di alcuni film di Luc Besson (Il quinto elemento, Léon) molto conosciuti nel mondo. E infatti, andando a scorrere i titoli di coda, parte della squadra produttiva di Lupin ha trascorsi lavorativi proprio con Besson.

Quindi, niente più monopolio americano?

Non proprio. O almeno, non per il momento. Il mercato delle serie tv internazionali non è ancora cresciuto così tanto da poter impensierire quello americano. Inoltre non bisogna dimenticare che gran parte delle serie tv locali sono finanziate – in parte o per intero – da società e produttori americani. Dieci anni fa, Frédéric Martel disse che

è evidente che la crescita degli altri non avverrà a scapito degli Stati Uniti, ma a loro vantaggio.

A giudicare dalla situazione attuale, si può dire che Martel avesse inquadrato perfettamente la situazione. Oggi Netflix è presente in 190 Paesi; è diventata da poco il secondo gruppo televisivo in Europa (con sedi in Spagna, Francia e a breve anche in Italia, a Roma) e ha avviato corsi di formazione per sceneggiatori africani. Sul fronte dei singoli contenuti, invece, sempre più produttori americani stanno esplorando il mercato culturale internazionale, in cerca di storie da trasformare in serie tv dal buon potenziale.

Di conseguenza, oggi come vent’anni fa, la tipologia dei progetti da produrre dipende ancora parecchio dal gusto americano. Le commedie, ad esempio, sono difficilissime da esportare: la loro capacità di far ridere si basa su riferimenti culturali molto specifici e stretti. (Le sitcom americane ci sono riuscite, poiché basate su una cultura che gli Stati Uniti avevano già da tempo esportato nel mondo).

Infine – non per cinismo – è bene far notare che per i servizi streaming questa forte crescita di serie tv internazionali è una scelta in parte obbligata. In Europa, infatti, queste piattaforme devono inserire in catalogo una quantità fissa di contenuti locali (il 20 per cento in Italia), in modo da promuovere le produzioni del continente.

Il lato positivo

Lupin Netflix serie tv internazionaliC’è senz’altro e sta nel fatto che il mercato delle serie tv internazionali sia in fortissima espansione e ci si aspetta che cresca ancora di più. Infatti, con l’aumentare della concorrenza, la serie tv internazionali di qualità sono diventate una risorsa essenziale e strategica per i servizi streaming e i canali a pagamento. Non solo per guadagnare nuovi abbonati nel mondo, ma anche per non perdere quelli americani.

Il segno che un po’ li abbiano già convinti – e che qualcosa stia già cambiando – secondo «Vox» si colloca nel 2019. Ossia quando HBO mandò in onda le sue due prime serie tv sottotitolate, ottenendo i pareri favorevoli di pubblico e critica. Una era L’amica geniale, la serie italiana co-prodotta con Rai Fiction e tratta dai libri di Elena Ferrante. (Un esempio di rottura del monopolio americano anche in campo editoriale, per giunta, di cui parleremo nel prossimo articolo.) L’altra era Los Espookys, una commedia americana in lingua spagnola che generò anche diversi meme: grande segno di successo pop al giorno d’oggi.

Certo, la strada è ancora piuttosto lunga. C’è ancora da convincere i principali canali generalisti americani, che scartano i copioni che hanno più del 30 per cento di battute in lingua straniera. C’è ancora da prendere il coraggio di promuovere le serie tv internazionali in prima serata. E per ora è difficile che queste serie ottengano grandi ascolti o premi prestigiosi. La loro forza però sta nell’originalità culturale delle storie che raccontano.

Le persone le guardano, sia negli Stati Uniti che all’estero,” ha scritto «Vox». “E le storie che connettono un pubblico internazionale sono diventate veicoli per comprendere le idee e i valori che trascendono la differenza culturale.”

FONTI

Vox.com

Globaltimes.cn

Nytimes.com

Frédéric Martel, Mainstream, Feltrinelli, 2010

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