I discorsi d’odio sessisti nel mondo accademico

I discorsi d’odio, in particolare quelli sessisti, non sono una novità e l’ultimo caso si è verificato recentemente. Il professore ordinario di storia contemporanea Giovanni Gozzini dell’università di Siena è stato sospeso dal rettore Francesco Frati dopo le offese sessiste nei confronti della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, durante una trasmissione dell’emittente fiorentina Controradio.

L’onorevole Meloni è stata definita dallo storico come “rana dalla bocca larga, vacca, scrofa” e ancora “ortolana e pesciaiola”. Nonostante le seguenti scuse del professor Gozzini, l’indignazione pubblica ha spinto il Collegio di disciplina dell’Università di Siena a sospendere lo storico dalle attività didattiche in via cautelativa.

Il rettore dell’ateneo si è definito indignato in merito all’accaduto ed ha espresso personalmente la sua vicinanza e solidarietà all’offesa:

Gli attacchi volgari e sessisti di Gozzini pongono a noi tutti una seria riflessione su quanto questi comportamenti, rivolti spesso alle donne, siano gravi, inaccettabili e da stigmatizzare senza riserve. Abbiamo la necessità di difendere l’onore dell’Ateneo e far sì che l’Università di Siena, a sua volta vittima delle dichiarazioni del professore, sia difesa nella sua dignità.

Anche le conduttrici della Radio nella quale erano state fatte quelle dichiarazioni, hanno preso posizione contro il Docente:

Le denigrazioni ci colpiscono tutte. Abbiamo sentito lesa la nostra professionalità e il nostro impegno quotidiano per una corretta rispettosa narrazione di genere.

Hanno poi aggiunto:

Prendiamo le distanze da questo linguaggio discriminatorio e sessista che non ci rappresenta in alcun modo e che combattiamo ogni giorno. È dunque doppia l’amarezza e la rabbia per quanto avvenuto ai ‘nostri’ microfoni. Lo avvertiamo come un abuso degli spazi di libertà e come uno svilimento dell’impegno quotidiano della radio e della sua redazione. Riteniamo di avere subito una mancanza di rispetto anche nei confronti del lavoro di sensibilizzazione che insieme ai colleghi portiamo avanti ogni giorno.

Il caso del professore Bassani dell’Università di Milano

Il professore di Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche all’Università degli Studi di Milano, Luigi Marco Bassani, è recentemente stato al centro di un caso molto simile. Il docente ha commentato le recenti elezioni di Kamala Harris a vicepresidente degli Stati Uniti sul suo profilo Facebook, e per farlo ha scelto una sua interpretazione sessista della favola di Cenerentola applicata alla carriera della senatrice americana.

Sarà d’ispirazione per le ragazze mostrando che se vai a letto con gli uomini giusti e ‘ammanicati’, allora puoi anche fare da spalla a un uomo affetto da demenza. Praticamente è la storia di Cenerentola.

Il post è stato inizialmente pubblicato in inglese e poi è stato rimosso, ma ciò non ha placato le critiche degli studenti. È stato definito sessista e “lesivo alla dignità delle donne” da parte degli studenti e docenti dell’Università di Milano e dallo stesso rettore Franzini che ha definito il pensiero del professore “spregevole” e “vergognoso” prendendo provvedimenti disciplinari.

I discorsi d’odio sessisti

I discorsi d’odio sessisti sono una forma di ‘social shaming’, i quali hanno l’obiettivo di degradare le donne, inculcare paure ed insicurezze contribuendo al mantenimento e rinforzamento della gerarchia sessista e il patriarcato in luoghi pubblici.

Liri Kopaçi-Di Michele, capo della Equality Division del Consiglio Europeo.

I discorsi d’odio sessisti sono un problema molto complesso a cui devono far fronte soprattutto le donne e, come abbiamo visto, sono all’ordine del giorno anche nel mondo accademico.

I discorsi d’odio di questo tipo nascono dal sessismo, ossia la supposizione, l’idea o l’affermazione che ci sia un sesso superiore all’altro. Il sessismo è spesso espresso nel contesto della stereotipizzazione tradizionale dei ruoli sociali della donna e dell’uomo. La conseguenza diretta è la discriminazione del cosiddetto “sesso inferiore” e il perpetuare della disuguaglianza di genere. I discorsi d’odio sessisti includono espressioni che incitano, promuovono, diffondono o giustificano l’odio a partire dal sesso. Quelli nei confronti delle donne avvengono online, offline e in qualsiasi sfera della vita quotidiana: a scuola, in famiglia, al lavoro.

Le conseguenze dei discorsi d’odio sono complesse e molteplici e spesso le vittime rimangono in silenzio. Questi discorsi possono presentarsi sotto tante forme: si può trattare di sessualizzazione delle donne, di insulti sessisti sia dal vivo che sui social media, di body-shaming, di victim-blaming e molto altro.

Quali sono i target più vulnerabili dei discorsi d’odio sessisti?

Quando si usa la categoria “donne” è fondamentale ricordarsi che non si tratta di un gruppo omogeneo. Ci sono delle differenze,  alcuni sottogruppi sono più vulnerabili e hanno più possibilità di diventare dei target. Inoltre quando si parla di hate speech e di come muoversi per ridurre le discriminazioni di questo tipo bisogna tenere conto dell’intersezionalità, di fattori come il gender, l’orientamento sessuale, l’etnia, la lingua, le disabilità e la religione.

In generale, i bersagli principali dei discorsi d’odio sono le giovani donne, vittime della mancanza della “social media literacy” (competenze tecniche, cognitive ed emotive richieste nell’utilizzo dei social media) di molti frequentatori del web.

Online e offline, l’utilizzo di un linguaggio denigratorio e di espressioni sessiste è purtroppo ancora normalizzato, spesso presentato solo come faceto, mentre in realtà inculca anche nei ragazzini pensieri sessisti e porta le ragazzine a vedere certi comportamenti come la norma.

Un’altra categoria particolarmente vulnerabile è quella composta dalle donne con una presenza mediatica importante. Tali donne sono giornaliste, attrici, donne in politica e in generale personaggi pubblici sempre sotto i riflettori. Subiscono i discorsi d’odio sessisti dal pubblico, ma anche dai propri colleghi in ambito lavorativo. Devono per esempio spesso far fronte alla diffusione di immagine private, a commenti sull’aspetto fisico, tutt’oggi in fin troppi Paesi (Italia inclusa).

L’impatto dei discorsi d’odio sessisti è estremamente rilevante sia online che offline. L’obiettivo dell’hate speech è l’umiliazione e l’oggettificazione delle donne, la distruzione della loro reputazione, il farle sentire vulnerabili, il controllare i loro comportamenti. Nonostante ciò, spesso la loro gravità viene sminuita. Le donne sono spinte implicitamente ed esplicitamente a conviverci.

Anche il solo assistere ai discorsi d’odio sessisti può avere conseguenze gravi. Alcune donne rinunciano a certi tipi di carriere per la paura di essere vittime di quest’odio e nel momento in cui le donne non possono esprimere il loro coinvolgimento politico o sociale a causa dell’hate speech, la società perde la possibilità di godere della propria diversità.

Hate speech sessista e libertà d’espressione

Quando si parla di hate speech, in particolare della condanna di questo fenomeno, si finisce spesso per discutere anche del diritto alla libertà di espressione e di come possa essere leso. Alcuni, infatti, sostengono che sia inutile focalizzarsi su aspetti poco importanti come le consuetudini linguistiche, ma bisognerebbe concentrarsi sui problemi più gravi e concreti come le violenze domestiche e femmincidi. Il prestare maggior attenzione alle parole che usiamo e al peso che diamo ad esse nel nostro quotidiano, cercando di smettere di reiterare un’ideologia sessista, è da considerare secondo questa prospettiva una forma di censura.

La libertà d’espressione è un diritto fondamentale e internet ha reso sempre più facile per gli utenti la condivisione dei propri pensieri pubblicamente, istantaneamente e in modo anonimo. Ma non è un diritto assoluto, coesiste con altri diritti come quello dell’uguaglianza tra donne e uomini. È perciò importante considerare questi diritti come intersecanti, e non su poli opposti. La scusa del diritto alla libertà d’espressione non può essere accettata come un metodo per giustificare l’hate speech e contemporaneamente silenziare donne e ragazze.

Recentemente,  il riconoscimento della gravità dell’hate speech è cresciuto esponenzialmente e molte organizzazioni internazionali, governative e non, si sono attivate per combattere questo fenomeno.

Il Consiglio Europeo per esempio ha illustrato gli step per intervenire contro i discorsi d’odio sessisti. Risaltano due punti importanti: garantire l’assunzione di una prospettiva basata sulla parità di genere in tutti gli ambiti educativi e nei regolamenti dei media; incoraggiare tutti i soggetti rilevanti ad adottare – e implementare – condotte e narrazioni che affrontino il problema dei discorsi d’odio sessisti al fine di ridurli al minimo.

In conclusione, dobbiamo ricordarci che la mancanza di consapevolezza inficia la volontà di risolvere il problema e contribuisce a mantenere un clima in cui gli aggressori rimangono impuniti. Purtroppo il passo dai discorsi d’odio ai crimini d’odio, come i femminicidi, è molto breve. I discorsi d’odio infatti reiterano pregiudizi e discriminazioni e questi ultimi sono le principali cause della violenza fisica.

Diventa, quindi, imprescindibile riconoscere i discorsi d’odio sessisti, anche in situazioni con autorità pubbliche, anche in ambienti come quelli universitari, e prendere in mano la situazione rivendicando un trattamento dignitoso delle donne in tutti i contesti possibili.

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