sex worker

L’emotività della prostituzione tra realtà e grande cinema.

Il film Anora ha fatto molto parlare di sé agli Oscar 2025, vincendo ben cinque premi principali tra cui miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e miglior attrice protagonista. Diretto da Sean Baker, il film racconta la storia di Anora, una giovane sex worker di New York che si trova coinvolta in una relazione con il figlio di un oligarca russo. La trama esplora temi complessi come il potere, la libertà e le dinamiche di genere, suscitando dibattiti sulla rappresentazione del lavoro sessuale e sul tentativo di una sua normalizzazione nella società moderna. La protagonista, Mikey Madison, ha ricevuto l’Oscar come miglior attrice per la sua interpretazione intensa e sfaccettata, che ha catturato l’attenzione del pubblico e della critica. Il regista Sean Baker ha dichiarato di voler rimuovere lo stigma attorno al lavoro sessuale, ma il film ha anche sollevato critiche per la sua rappresentazione parziale della realtà di molte sex worker.

La protagonista, Ani affronta un viaggio fisico ed emotivo, come sex worker che inizialmente appare forte e indipendente, ma lungo la narrazione rivela la sua vulnerabilità e il desiderio di essere amata ed accettata dalla società più abbiente, di uscire tragicamente dalla disillusione della realtà concreta quotidiana, in un finale superlativo, altisonante e commovente, dal punto di vista umano. La protagonista, Mikey Madison, ha ricevuto l’Oscar come miglior attrice per la sua interpretazione intensa e sfaccettata, che ha catturato l’attenzione del pubblico e della critica. Il regista Sean Baker ha dichiarato di voler rimuovere lo stigma attorno al lavoro sessuale, ma il film ha anche sollevato critiche per la sua rappresentazione parziale della realtà di molte sex worker, presentandolo come una carriera legittima e degna di rispetto, nel tentativo di sensibilizzare il pubblico, promuovendo una maggiore comprensione ed accettazione sociale di una figura femminile così ambivalente e misconosciuta, ancora lontana da una legittimazione ed accettazione sul lato sociale.

Un punto di vista

Il film racconta la storia di Ani-Anora, una giovane donna descritta come una sorta di cenerentola che ha avuto la cosiddetta “libera scelta” sul punto di vista lavorativo. Tuttavia, la pellicola ignora importanti aspetti come lo sfruttamento e la violenza spesso associati a questa seconda realtà, offrendo una visione parziale ed idealizzata, piuttosto che spesso violenta  ed atroce. Anche se il regista Sean Baker ha dichiarato di voler rimuovere lo stigma sul “lavoro sessuale” attraverso uno sguardo apparentemente neutrale, non viene esplorato lo sfruttamento da parte di terzi, così come le complesse dinamiche di potere tra clienti e lavoratori coinvolti, sottolineando la disumanizzazione delle donne ridotte a meri corpi per il piacere degli altri, ignorando  l’analisi della crescente ed abnorme domanda maschile alla base dell’industria del sesso. Il finale del film vede la protagonista non trovare una via d’uscita ma rimanere intrappolata in un ciclo di degrado, lontana da un vero riscatto dal punto di vista umano ed esistenziale, ma piuttosto come una violazione della dignità umana, mascherata da falsa narrazione di libertà. Uno degli studi più influenti è  rappresentato dal “Visual Pleasure and Narrative Cinema” di Laura Mulvey, che introduce il concetto di male gaze, ovvero lo sguardo maschile dominante nella rappresentazione delle donne nel cinema: Mulvey utilizza la psicoanalisi per spiegare come il cinema tradizionale possa costruire il piacere visivo attraverso il voyeurismo e la scopofilia, con il concetto di sguardo in macchina che viene utilizzato da alcuni registi per mettere in crisi il coinvolgimento dello spettatore, evidenziando la sua posizione di osservatore attivo e la natura voyeuristica del cinema. Attraverso questo espediente si rompe la quarta parete, rendendo il pubblico consapevole del proprio ruolo nel processo di visione del film al cinema, con alcuni spettatori che hanno sollevato diverse critiche riguardo alla rappresentazione del “sex work” rispetto alla quantità di scene di sesso presenti nel film, francamente troppo esplicite.

Il voyeurismo

Il termine deriva dal francese “voyeur” che significa “colui che guarda“. Si tratta di un comportamento caratterizzato dal piacere di osservare persone in situazioni intime, spesso senza il loro consenso. Può essere considerato una forma di parafilia: in alcuni casi può diventare un disturbo, ovvero quando interferisce con la vita quotidiana delle persone che non sono consenzienti.  Sebbene l’atto di osservare possa essere parte della curiosità umana, il voyeurismo patologico può portare a problemi legali e relazionali. Il voyeurismo nel cinema è un tema affascinante che esplora il piacere dello spettatore nel guardare spesso in modo intrusivo tutto ciò che accade sullo schermo, con particolare attenzione alla relazione tra il pubblico e l’immagine cinematografica. Da ricordare come anche alcuni film hanno esplorato direttamente il voyeurismo, sia attraverso la trama che con tecniche cinematografiche specifiche: un classico come “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock mette in scena un protagonista che osserva segretamente i suoi vicini, creando tensione e riflessione sul ruolo dello spettatore, mentre il film “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick gioca con il voyeurismo in modo più esplicito, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza visiva che sfida i confini della moralità della società moderna. Alcune recensioni hanno riportato come il film si avvicinasse troppo ad un’estetica voyeuristica, mentre altri hanno difeso la scelta del regista interpretata come un ritratto realistico della vita della protagonista, racconto spettacolarizzato dal regista che vuole e riesce così ad esprimere emozioni vere ed umane. Da ricordare nell’era della globalizzazione virtuale il cosiddetto voyeur social, quella condizione in cui le persone trascorrono la maggior parte del tempo a guardare il contenuto pubblicato su internet, che può diventare un disturbo se spinge l’individuo a spiare l’intimità delle persone in maniera troppo spinta ed ossessiva, guidati soprattutto dall’oversharing crescente che spopola sui social nonostante i filtri e le nuove restrizioni imposte da Meta.

Il sex work in Italia

La favola di Anora vorrebbe stimolare un dibattito più ampio e sfaccettato sul tema, ma il suo impatto dipende molto da come il pubblico riesca ad interpretare  il messaggio del film attraverso il linguaggio moderno dei giovanissimi. Il cosiddetto “sex work” continua a rappresentare in Italia un argomento complesso e controverso. La legge Merlin del 1958 è stata promossa dalla senatrice socialista Lina Merlin, come normativa che ha abolito le case di tolleranza note anche come “case chiuse” ed ha introdotto il divieto di regolamentazione statale, rendendo illegali lo sfruttamento ed il favoreggiamento della prostituzione, sebbene non abbia criminalizzato la prostituzione volontaria, considerata come una scelta personale protetta dalla Costituzione italiana. L’obiettivo principale della legge era quello di combattere lo sfruttamento delle donne e migliorarne le condizioni di vita. Tuttavia il fenomeno non è scomparso, ma si è spostato in strada ed online, spesso in condizioni di maggior pericolosità ed emarginazione, quindi di attrattività per le nuove generazioni, meno consapevoli del degrado e lo sfruttamento che ruotano attorno all’industria del sesso, fino alla vera e propria violenza del corpo femminile, seppur consenziente.

Dal punto di vista del botteghino, Anora ha registrato un successo notevole, dimostrando come i premi Oscar possono tutt’oggi influenzare positivamente gli incassi. Il film affronta con realismo e senza romanticismi il tema del lavoro sessuale, rappresentando le esperienze di chi lo pratica: non ci sono stereotipi, drammi o pietismi, con l’obiettivo del regista che rimane rivedere lo stigma legato al lavoro sessuale, mostrando come possa rappresentare un lavoro legittimo che dovrebbe essere rispettato e depenalizzato così all’interno della finzione narrativa, mascherata da falsa narrazione di libertà e dignità personale, come nella realtà della vita della protagonista, vera ed umana al pari di tutti gli altri personaggi.

 

Fonti

Cosmopolitan.com

Avvenire.it

recitazionecinematografica.com

Credits

Immagine di copertina generata da AI

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