2025: l’anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai. Un occhio alla ricerca di Focus

Nel 1993 le Nazioni unite istiturono  – prevedendola, da allora, per la data del 22 marzo – la Giornata mondiale dell’acqua

Ed è stato durante quella di quest’anno che si è deciso di porre particolare attenzione al tema dello scioglimento dei ghiacciai; tant’è che il 2025 è stato definito dall’ONU “l’anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai”.

Prendiamo in considerazione alcuni dati che sono stati attenzionati dall’OMM (Organizzazione Meteorologica Mondiale) e dall’UNESCO: il 70% dell’acqua dolce sulla Terra è immagazzinata sotto forma di neve e ghiaccio e circa 2 miliardi di persone dipendono direttamente da questa risorsa.

Perché va ricordato: i ghiacciai non sono solo parte del paesaggio. Rilasciano acqua nei mesi secchi, ospitano forme di vita uniche, conservano dati climatici preziosi e, soprattutto, senza di loro gli ecosistemi alpini, l’agricoltura e la disponibilità idrica cambierebbero – o cambieranno per sempre.

I ghiacciai in Italia: la ricerca di Focus

Molto spesso, quando si parla di “scioglimento dei ghiacciai” – o degli stessi, in generale – la nostra immaginazione si catapulta immediatamente in posti lontani, magari in Antartide o, perché no, su quello più grande del mondo, il ghiacciaio Malaspina in Alaska.

Ghiacciaio Malaspina, Alaska (Wrangell, St.Elias National Park & Preserve): largo 65 km, lungo 45 km ed esteso per 3.900 km².

Ci dimentichiamo, infatti, che anche l’Italia, con le nostre Alpi, dispone di questi colossi naturali. Pensiamo al più grande, il ghiacciaio dell’Adamello, ma anche a quello dei Forni, a quello del Miage… e, soprattutto, ai ghiacciai de La Mare e del Careser, facenti parte del gruppo Ortles-Cevedale, in Trentino.

Focus, nel 2022, ha collaborato con Fabrizio de Blasi (un ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche) per ricostruire la riduzione della loro area, studiandone l’estremo arretramento avvenuto tra il 1840 e il 2017.

I ghiacciai de La Mare e del Careser

Prendendo come riferimento, quindi, il 2017, sia il ghiacciaio de La Mare che quello del Careser scendevano, nella loro quota più bassa, a circa 3.000 metri di altitudine; la differenza importante che intercorre tra i due è un’altra: la forma del terreno su cui si trovano.

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Il ghiacciaio de La Mare si sviluppa lungo un pendio molto inclinato, quindi parte da quote molto elevate e scende verso il basso; ciò significa che, anche se le temperature aumentano, le zone più in alto possono restare fredde abbastanza da conservare il ghiaccio.

Il ghiacciaio del Careser, invece, si estende su una specie di pianoro, una zona relativamente piatta che si trova quasi tutta tra i 3.000 e i 3.100 metri. Qui c’è un problema: quando lo zero termico (cioè la quota a cui la temperatura arriva a 0°C) sale sopra i 3.000 metri, l’intero ghiacciaio rischia di sciogliersi, perché tutta la sua superficie è esposta al caldo.

In pratica, la forma e l’altitudine del terreno fanno la differenza tra un ghiacciaio che può “difendersi” un po’ meglio dal caldo e uno che invece è molto più vulnerabile.

Un inverno troppo secco e troppo caldo: i ghiacciai trentini in sofferenza

Il monitoraggio del 2022, poi, ha evidenziato una situazione particolarmente critica: durante l’inverno – tra dicembre e febbraio – è nevicato molto meno del solito; in alcune zone le precipitazioni sono state appena un terzo o la metà della media. Come se non bastasse, le temperature sono spesso rimaste sopra la norma, rendendo difficile l’accumulo di neve.

Il risultato? I ghiacciai hanno iniziato a sciogliersi già a maggio, molto prima del solito, entrando in sofferenza già in primavera, quando invece dovrebbero ancora essere “protetti” dalla neve invernale.

Poca neve, poca acqua

Ogni anno, tra metà e fine maggio, si misura quanta neve si è accumulata sui ghiacciai: è un dato fondamentale, perché da quella neve dipenderà l’acqua disponibile nei mesi estivi.

Sul ghiacciaio del Careser, queste misure si fanno dal 1967. La neve viene poi convertita in “equivalente d’acqua”, ovvero in millimetri d’acqua che si otterrebbero sciogliendo tutto il manto nevoso. 

Ciò detto, nel 2022, sul Careser sono stati registrati solo 495 mm di acqua: praticamente la metà della media storica, pari a 969 mm. Sul ghiacciaio de La Mare, invece, i dati raccolti dal 2003 mostrano un equivalente d’acqua di 607 mm, circa il 40% in meno della media (982 mm).

Per entrambi si è trattato del secondo peggior inverno di sempre, dopo il 2007.

Meno neve in inverno significa meno acqua in estate. E per i ghiacciai – ancora una volta – vuol dire entrare in crisi già a primavera, senza difese contro il caldo.

Focus: il calo per immagini

La particolarità che questo articolo intende analizzare e mettere a fuoco, ad ogni modo, è la formula visiva mostrata da Focus nel tentativo di raccontare questi eventi a 360°. Si tratta di un’infografica interattiva davvero molto interessante, che parte dalle percentuali di ghiaccio del 1850 e arriva a quelle – drammatiche – del 2017.

1850: inizio del declino post‑piccola Era Glaciale (1850)

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Nel 1850 – dopo il Grande Freddo – i ghiacciai mondiali raggiunsero la loro massima estensione post‑glaciale: nel Trentino coprivano circa 130 km², con il limite delle nevi perenni attorno ai 2 550 m slm. Da questo punto di riferimento, la ritirata divenne evidente e, a metà Ottocento, la fusione risultava lenta ma costante, con un equilibrio naturale ancora in atto.

1923-1933: contrazione intermedia e rallentamenti temporanei

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Tra il 1929 e il 1947 (includiamo, quindi, anche il trentennio iniziale), le perdite dell’area glaciale dei grandi ghiacciai alpini erano di circa 2,6 ettari all’anno, cioè un ritmo inferiore rispetto ai tassi della fine dell’Ottocento (8 ettari/anno). Nelle Alpi svizzere le misurazioni fotografiche del periodo 1916‑1947 evidenziavano un calo pronunciato, seppur con qualche fase di stabilità tra gli anni ’40.

1933-1960: fluttuazioni naturali e primi segnali climatici

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Da qui in avanti prosegue la regressione, nonostante le oscillazioni: descritti come pulsazioni, i ghiacciai subirono fasi di arretramento fino ai primi anni ’40, seguite da tentativi di ripresa modesti. Ad esempi,o il ghiacciaio dei Forni mostrò alcuni rigonfiamenti tra il 1930 e il 1950, ma poi riprese un ritiro deciso fino al 1971 .

1961-1987: breve “rinascita” glaciale (soprattutto in Svizzera/Alpi)

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Questo fu un periodo imprevisto: dal 1961 al 1987, incentivati da temperature medie annue più basse (–0,2 °C) e un aumento della neve (oltre 250 mm in più annuo), alcune aree ghiacciate alpine si espansero, riconnettendo superfici frammentate; dal 1963 al 1975, inoltre, aumentarono di almeno 40 ettari nella zona Dente‑Jorasses .

1987-2000: nuova accelerazione della fusione

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Dopo la metà degli anni ’80, il trend si invertì e riprese con forza: i ghiacciai si ritirarono in modo continuo, senza pause, perdendo, in media, 2-5 m/anno; il calo si intensificò visibilmente.

2000-2015: scioglimento drammatico e conseguenze idriche

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Nel nuovo millennio i tassi di perdita glaciale sono aumentati fino a moltiplicarsi per 2/3 rispetto alla media del XX secolo. Il ghiaccio marino artico, ora, registra un declino del 4,7 % per decennio e si dimezza nei mesi estivi. In Antartide l’87 % dei ghiacciai costieri mostra trend di forte regressione.

2015-2017: crisi conclamata

Copyright: FOCUS (Infografica GHIACCIO BOLLENTE: i ghiacciai italiani minacciati)

Questi anni vedono temperature record globali: tra il 2015 e il 2022 si collocano gli anni più caldi mai registrati, con le Alpi che si sono scaldate di oltre 2 °C rispetto all’era pre‑industriale. In Italia il ghiacciaio del Calderone raggiunge il minimo storico della serie nel 2017. Molti ghiacciai montani sotto i 3000 m hanno perso fino al 75 % della massa residua, e i seracchi (blocchi di ghiaccio instabili) cominciano a distaccarsi in modo sempre più frequente (come dimostra la tragedia sulla Marmolada del 2022: una violentissima valanga che costò la vita a 11 persone e ne ferì ulteriori 8).

Fonti

Credits

Immagine di copertina generata con AI

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