Il nome dello scrittore argentino Jorge Luis Borges è uno di quelli che non possono mancare in qualunque libreria che rispetti. I suoi testi, sospesi in un delicato equilibrio tra surrealismo fantastico e lucidità filosofica, hanno la capacità di affrontare tematiche universali con una profondità che non si dimentica facilmente. Se è vero che lo scrittore è stato particolarmente prolifico, un buon punto di partenza può essere la raccolta di racconti L’Aleph. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1959, mette chiaramente in luce i tratti peculiari questo autore. In particolare, ne L’immortale, racconto che apre la raccolta, Borges affronta un argomento molto complesso come quello della mortalità umana.
Il cuore del racconto L’immortale è indubbiamente caratterizzato da un buon grado di surrealismo, ma Borges ha l’intuizione di inserirlo in una cornice, che dia al lettore un’illusione di veridicità. Proprio come fece Manzoni ne I promessi sposi, infatti, lo scrittore argentino si serve dello stratagemma del manoscritto: il testo si apre con il racconto del ritrovamento di un manoscritto, appartenente con ogni probabilità a un anziano e misterioso libraio di nome Joseph Cartaphilus. In seguito a questa breve spiegazione, la parola viene data proprio all’autore del testo originario, che ripercorre così la storia della sua lunghissima esistenza.
Provocando da subito un certo disorientamento nei suoi lettori, il libraio di Smirne racconta di essere stato un tribuno romano di nome Cornelio Agrippa, quando era imperatore Diocleziano. L’autore, così, non perde tempo in noiose spiegazioni, lasciando invece che sia il suo pubblico, piano piano, a comprendere il segreto di questo strano personaggio.
Il protagonista delle prime azioni del romanzo rappresenta per molti aspetti il modello dell’eroe coraggioso e assetato di conoscenza: dopo aver scoperto dell’esistenza di un fiume le cui acque hanno il potere di rendere l’uomo immortale, il valoroso giovane decide di intraprendere un viaggio alla ricerca di questa magica fonte e della città che, secondo la leggenda, sorge nelle sue vicinanze. Poco importano, di fronte all’insaziabile curiosità del tribuno, gli avvertimenti dei saggi:
“In Roma, conversai con filosofi che sentenziarono che prolungare la vita degli uomini era prolungare la loro agonia e moltiplicare il numero delle loro morti. Ignoro se credetti mai alla città degli immortali: penso che allora mi bastasse il compito di cercarla”.
Proprio come un eroe romantico, dunque, Cornelio intraprende un viaggio di ricerca il cui scopo, in fondo, è il viaggio stesso. È l’atto stesso del partire, dell’interrogarsi su qualche cosa, a rendere l’ancora giovanissimo “Joseph” più umano che mai. È forse per lui una sfortuna, quindi, il fatto di riuscire effettivamente a trovare la tanto agognata “città degli Immortali”. La meta raggiunta dal viaggiatore, infatti, è molto diversa da come si potesse immaginare:
“Avevo percorso un labirinto, ma la nitida città degli Immortali mi impaurì e mi ripugnò. Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine. Nel palazzo che imperfettamente esplorai, l’architettura mancava di ogni fine. […] Questa città – pensai – è così orribile che il suo solo esistere e perdurare, sia pure, al centro di un deserto segreto, contamina il passato e il futuro e in qualche modo coinvolge gli astri. Finché durerà, nessuno al mondo potrà essere prode e felice”.
La città, insomma, provoca un’enorme angoscia nella mente del viaggiatore, ma la descrizione di essa è certamente eloquente nel suo essere altamente simbolica. Il principio alla base di questo terribile labirinto è il caos, o meglio la totale mancanza di senso. La mente degli immortali, d’altronde, non può concepire altro che questo: l’eternità dell’esistenza, inizia a suggerire l’autore, la priva di qualsiasi significato.
Tale concetto viene gradualmente affermato e reso evidente mediante le vicende del protagonista e narratore delle sue avventure. Momento culmine di questa presa di coscienza è l’incontro con quello che si scopre essere Omero: l’uomo è uno degli Immortali, ma proprio l’eternità della sua esistenza vanifica qualunque scopo, desiderio e merito. Tempo infinito, infatti, significa anche infinite possibilità, e questa enormità in fondo non è altro che un terribile vuoto:
“Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. […] Visti in tal modo, tutti i nostri atti sono giusti, ma sono anche indifferenti. Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, sono dio, sono eroe, sono filosofo e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono”.
Cornelio, così, capisce, seppur troppo tardi, l’importanza della morte nella vita di ogni essere umano: essa è il limite necessario perché le azioni di ciascuno non perdano il loro valore. È proprio la prospettiva di una fine incombente, insomma, a renderci quello che siamo e a rendere irripetibili le nostre esperienze e i nostri sentimenti. Ecco perché l’interminabile vita di Cornelio, alias Joseph Cartaphilus, ha inevitabilmente qualcosa di surreale: nell’eternità, proprio come nella morte, anche l’individualità si confonde e si annulla.
“Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve, sarò tutti: sarò morto”.
Ne L’immortale, dunque, Borges riesce a svolgere una fondamentale argomentazione filosofica, ma senza servirsi dei complessi mezzi del saggio specialistico. Il surreale racconto tocca nel profondo, e insegna ad essere grati delle nostre vite così fugaci, e proprio per questo degne d’essere vissute.
FONTI:
J. L. Borges, L’Aleph, Milano, Feltrinelli, 2018.
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