Ariston

Sanremo 2026: il festival della retorica

Si è da poco conclusa la 76esima edizione del Festival di Sanremo, il secondo e ultimo per Carlo Conti. Tra i co-conduttori di questa edizione Laura Pausini, Can Yaman, Pilar Fogliati, Achille Lauro, Irina Shayk, Bianca Balti, Giorgia Cardinaletti e Nino Frassica.

Trenta gli artisti in gara, con brani che hanno attraversato generi molto diversi: dal punk al folk, dal country al rap, dal funk alla dance, passando per l’elettropop, l’indie rock e la musica elettronica, con contaminazioni di salsa e jazz.

Come da tradizione, alle esibizioni dei cantanti si sono alternati sketch comici, ospiti e brevi momenti di riflessione su temi sociali e di attualità. Ciò che ha creato un distacco dalle edizioni precedenti è stata la modalità con la quale si è scelto di mandare messaggi educativi. 

Durante le cinque serate della kermesse, infatti, abbiamo visto conduttori, co-conduttori e ospiti cercare di diffondere messaggi di grande importanza nella maniera più retorica e vuota possibile.

«No alla guerra», senza specificare quale guerra, per non scontentare nessuno. 

«A proposito di donne – uomini: quando una donna dice “no”, è “no”». Frase detta quasi di sfuggita, tra un commento inopportuno da parte di Conti e un ospite rilevante come Gino Cecchettin. 

«Loro sono la dimostrazione che chi crede nei sogni un giorno può realizzarli», riducendo il discorso alla semplice realizzazione di sogni, senza nemmeno sfiorare il tema delle disabilità e delle neurodivergenze. 

«Episodi di violenza giovanile: dobbiamo interrogarci tutti su questi ragazzi che girano con i coltelli», attingendo alla retorica popolare del “non ci sono più i giovani di una volta”. 

«Per noi sei una mamma d’oro», perché le atlete, in quanto donne, non possono essere nient’altro che mamme, prima di essere – forse – anche altro.

Tutto ciò vi ricorda qualcosa? Volete un indizio?

 

Il problema è il confezionamento: quanto più il messaggio è importante, tanto più la forma lo tradisce. Tutto calibrato per non disturbare, per non dividere, per raccogliere il consenso più ampio possibile. Il che porta a una domanda inevitabile.

Questo Sanremo è stato il più retorico di sempre?

Quest’anno il Festival di Sanremo sembra ancora più pregno di retorica vuota rispetto al solito. Esso nasce sì come festival di musica leggera, per divenire poi, lungo i suoi 76 anni di storia, agorà, chiostro, parlamento laico dell’Italia. Spesso accelera particelle sociali e anticipa la politica; molte volte, invece, frena il cambiamento, portando istanze conservatrici o restando il silenzio su un tema di rilevanza sociale. 

Ad oggi, però, il livello del discorso appare sempre più basso. I temi vengono trattati in maniera sbrigativa, superficiale, democristiana, in brevissimi attimi di tempo tra un cantante e l’altro. Si susseguono quindi il momento disabilità, il momento disagio giovanile, il momento violenza sulle donne, il momento pace. Momenti che durano, appunto, non più di qualche momento, e spesso si riducono a una sola frase, capace di sintetizzare in un cliché questioni complesse di cui si dovrebbe parlare di più – e soprattutto meglio – su un palco come quello del festival.

Quel che è certo è che, fuori dalle serate, il festival comunque saputo alimentare discussioni che si sono estese ben oltre il palco dell’Ariston.

 

Ermal Meta: la bestemmia più grande è il silenzio

Uno dei brani in gara era Stella stellina, una ninna nanna ispirata alla storia di una bambina uccisa nel conflitto di Gaza, trasformata in messaggio sociale e politico. In conferenza stampa, Ermal Meta ha sottolineato quanto parole come “Gaza” e “Palestina” sembrino vietate nei dibattiti pubblici, quasi fossero bestemmie. Il messaggio del cantante è chiaro:

«Il silenzio è il grande tema del mondo di oggi. Questa canzone porta con sé un paradosso ed è quello del mondo in cui viviamo. Se non ascolti il testo ti viene voglia di ballare ed è fatto apposta. Poi ascolti e ti fermi un attimo, poi ritorni a ballare. Questo è lo scrolling. Nulla ci mette in pausa veramente: vediamo gattini, palestra, bambini che muoiono, ancora feste, cantanti di turno, bambini che muoiono. È uno specchio del mondo in cui viviamo. Nel mondo di oggi fanno più rumore gli adulti che i bambini e questo mi preoccupa alquanto. Non si può dire “Gaza”, “Palestina”… non sono queste le bestemmie, la bestemmia è che siano cancellate».

L’esposizione di Ermal Meta nelle conferenze stampa e sulle piattaforme social ha alimentato un dibattito che ha travalicato i confini del festival: la domanda non era solo sul brano, ma su cosa significhi oggi nominare certi conflitti in uno spazio pubblico e televisivo.

 

J-Ax: politica, governo e finanza

Nelle stesse conferenze stampa, J-Ax e Dargen D’Amico hanno criticato apertamente il modo di fare giornalismo di molte testate, accusate di cercare la polemica più che il contenuto. 

 

J-Ax in particolare è andato ben oltre la promozione del proprio brano, rispondendo a domande dirette sul governo italiano e sul clima politico e criticando direttamente figure politiche italiane, tra le quali Giorgia Meloni e Ignazio La Russa:

«Il governo italiano si muove con un piede in due scarpe. La politica non comanda nulla, amministra, perché sopra c’è la finanza che dice cosa fare. Per noi è anche peggio, perché prima ce lo dice il Presidente degli Stati Uniti e poi ce lo dice la finanza».

Sempre fuori dall’Ariston, si è espresso poi sulla rappresentanza di genere nel Festival, esortando ad ascoltare più donne e commentando le esibizioni delle colleghe presenti.

 

Le Bambole di Pezza: non si è mai troppo femministe

Le Bambole di Pezza si sono presentate a Sanremo con Resta con me, un inno alla sorellanza e alla presenza nei momenti difficili. La punk-rock band tutta al femminile ha raccontato di come il brano sia nato come messaggio di unità e connessione tra persone, una riflessione sull’importanza di restare uniti e presenti gli uni per gli altri. 

Durante una conferenza è esplosa una discussione con un giornalista che le aveva etichettate come “troppo femministe”, insinuando che questa contrapposizione fosse datata. La band ha rifiutato la critica, discutendo apertamente del significato attuale della parità di genere, di cosa voglia dire definirsi “femministe” oggi e di quanto sia fondamentale, oggi più che mai, unire le forze per livellare le differenze sociali.

 

“All eyes on Gaza”: Israele ed Eurovision

Altro tema ampiamente trattato fuori dalle serate del Festival è il tema della partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest. Molti artisti, infatti, tra interviste radiofoniche e dichiarazioni ai giornalisti, mettono in discussione la partecipazione all’Eurovision per la presenza di Israele, o parlano della possibilità di portare versioni dei loro brani che includono riferimenti espliciti a Gaza. Tra questi, Levante si è esposta maggiormente, definendo tale partecipazione problematica in un momento di conflitto:

«Io non ne faccio una questione artistica, ne faccio una questione umana. Non c’è differenza tra Claudia e Levante. Levante non va a cena con Netanyahu e Claudia scende in piazza per la Global Sumud Flotilla, non è così. Sono sempre io e non mi divido».

Altre figure interne al Festival, ad esempio Laura Pausini, si sono invece dichiarate contrarie alla penalizzazione di un artista per motivi politici, in un dibattito che ha poi trovato eco sui social e nelle interviste stampa. 

 

Il dibattito che non va in scena

Fuori dal palco dell’Ariston, il dibattito non si ferma: nelle conferenze stampa del mattino, si accendono discussioni su temi che non trovano spazio durante la diretta – la gestione dei monologhi “impegnati” e il loro ridimensionamento rispetto alle edizioni precedenti; il ruolo del servizio pubblico e il sottile confine tra neutralità e autocensura; il peso degli sponsor e la sensazione che ogni presa di posizione debba essere smussata per non turbare l’equilibrio generale. 

Dentro il teatro, però, tutto questo non c’è. L’atmosfera resta asettica, soporifera: un’impostazione che nasce dalla scelta delle canzoni, degli ospiti, dei co-conduttori. A forza di voler costruire un Festival che non dia fastidio a nessuno, che parli sì di ciò che succede nel mondo, ma solo al volo – giusto il tempo di ribadire che la guerra è brutta, che la violenza è sbagliata, che la pace è bella – si finisce per svuotare il discorso. A forza di togliere, Sanremo sta diventando un contenitore incapace di parlare del mondo e di farsi discorso collettivo, come invece era avvenuto nelle precedenti edizioni. Il Festival di Sanremo ha deciso di rimanere rassicurante, anestetizzato, ma il dibattito non sparisce, semplicemente si sposta: si accende nelle conferenze stampa, esplode nelle interviste, rimbalza sui social, resta solo fuori dal teatro.

 

“Maestà, il popolo chiede pane!Dategli Sanremo.”

Eppure sarebbe sbagliato concludere che Sanremo abbia smesso di essere uno specchio del Paese. Il riflesso dell’Italia è sempre lì, ma non più sotto le luci dei riflettori. E forse è proprio questa la contraddizione più evidente: mentre sul palco si evita il conflitto, intorno al Festival il conflitto esiste eccome, solo che non entra in scena. È come se esistessero due Festival paralleli: uno televisivo, rassicurante, calibrato al millimetro per non urtare nessuno; e uno laterale, più vivo e conflittuale, che però resta confinato fuori dal perimetro della diretta. Il risultato è paradossale: il luogo che dovrebbe essere il centro del discorso pubblico nazionale diventa lo spazio più prudente, mentre il dibattito si sposta ai bordi, nei corridoi, nelle dichiarazioni a margine.

E allora la domanda diventa inevitabile: dov’è davvero il dibattito, a Sanremo? Perché se dentro l’Ariston tutto sembra filtrato, addolcito, ridotto a slogan universalmente condivisibili – la pace, le donne, i giovani, i sogni – fuori succede l’esatto contrario. Nelle conferenze stampa si parla di Gaza e Palestina senza giri di parole; si critica apertamente il governo; si discute di rappresentanza di genere, di femminismo, di giornalismo, di boicottaggi all’Eurovision. Gli artisti prendono posizione, litigano con i giornalisti, si espongono. E quelle parole, pronunciate al mattino davanti ai microfoni della sala stampa o nel pomeriggio ai margini di un’intervista radio, fanno molto più rumore delle frasi neutre pronunciate in prima serata. 

 

Sanremo: sono (sempre state) solo canzonette?

E in fondo, che Sanremo sia sempre stato un termometro del Paese non è certo una novità. È sempre stato così, anche quando faceva finta di non esserlo. 

Negli anni Sessanta e Settanta, mentre fuori dal teatro esplodevano contestazioni e trasformazioni sociali, il Festival rappresentava l’Italia ufficiale, quella più conservatrice. Ma proprio per questo iniziava ad assumere il ruolo di specchio politico del Bel Paese: l’assenza di certi temi era essa stessa una presa di posizione.

Negli anni Ottanta e Novanta il Festival ha iniziato ad aprirsi di più: si sono affacciate canzoni sulla guerra, sull’emigrazione, sull’AIDS, sulla mafia. Sanremo si spogliava della maschera rassicurante dell’epoca del dopoguerra e cominciava a intercettare l’aria del tempo. 

Negli anni Duemila l’impegno è diventato più esplicito. Ci sono stati monologhi sulla violenza contro le donne, sulla memoria della Shoah, sull’omofobia. Con le edizioni più recenti – in particolare durante la direzione artistica di Amadeus – il Festival ha fatto della contaminazione tra musica e temi sociali un elemento strutturale: basti pensare ai discorsi sull’inclusione, alle artiste che hanno parlato di body positivity, identità di genere, diritti civili. Anche le polemiche facevano parte del gioco: dal bacio tra Fedez e Rosa Chemical alle discussioni sulla fluidità di genere di Måneskin e Achille Lauro, fino ai monologhi femministi che dividevano e tuttora dividono l’opinione pubblica.

 

Insomma, Sanremo non è mai stato neutrale. Ha alternato momenti di conservazione e momenti di rottura, ma è sempre stato un luogo in cui il Paese si guardava e litigava su ciò che vedeva e viveva. Ed è proprio per questo che l’edizione attuale sembra diversa: non perché manchino i temi, ma perché sembrano neutralizzati. Un tempo le polemiche esplodevano in diretta, dentro il teatro; oggi si consumano prima o dopo, nelle conferenze stampa, nei corridoi, sui social. 

 

A cosa serve oggi il Festival di Sanremo?

La risposta non è semplice, ma di certo non può limitarsi all’intrattenimento. Per oltre settant’anni, Sanremo ha funzionato come uno specchio imperfetto dell’Italia – a volte distorto, a volte nitido, spesso scomodo – ma sempre capace di riflettere qualcosa di reale. La paura è che quel riflesso stia sbiadendo, ma Sanremo non ha perso il potere di unire l’Italia più del 2 giugno, in una settimana in cui gli italiani votano quasi più delle elezioni. 

Se quindi è vero che, per gli italiani, nella settimana di Sanremo si ferma il mondo, l’imperativo morale del Festival è quello di impegnarsi affinché la musica veicoli i messaggi più importanti non per fermare il mondo, ma per fermare noi, per incoraggiarci a riflettere e per spronarci a cambiare le cose. 

Le canzoni in gara, le polemiche fuori dal palco, i monologhi che non ci sono stati, le dichiarazioni coraggiose di alcuni artisti in conferenza stampa. Tutti questi ingredienti ci dicono che il materiale grezzo per un Festival che conta c’è ancora, quello che manca è il coraggio di portarlo in scena e di lasciare che la musica faccia quello che ha sempre saputo fare: fare domande scomode, toccare nervi scoperti, e dare forma alle contraddizioni del presente. Non smettiamo quindi di ricordarci che il mondo cambia anche una canzone alla volta.

 

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