La poesia di Adam Zagajewski: abbracciare la molteplicità

Se è vero che per comprendere molti poeti i dati biografici risultano superflui, ciò non vale per il polacco Adam Zagajewski. L’autore nacque al tramontare della seconda guerra mondiale, nel 1945, a Leopoli, città che proprio in quell’anno, secondo gli accordi di Jalta, smise di essere polacca per divenire invece ucraina. La vita di Zagajewski è dunque caratterizzata, fin dalla sua primissima infanzia, dal continuo migrare e spostarsi in città che egli osserverà sempre con occhio di straniero: da Leopoli con la famiglia dovette trasferirsi a Gliwice, in Slesia; da lì a Cracovia per gli studi universitari, e da Cracovia, infine, in giro per l’Europa e per il mondo.

Alla luce di ciò non stupisce, dunque, quanto affermato dalla studiosa e traduttrice Krystyna Jaworska, ovvero che il viaggio, nell’opera di questo poeta, diventi un’immagine di fondamentale importanza, sino a farsi metafora della vita stessa. La condizione di viaggiatore ed eterno straniero di Zagajewski lo pone in una posizione privilegiata da cui osservare il mondo con attenzione e meraviglia. E ciò che gli occhi dell’autore registrano è un’enorme complessità, il caos di una molteplicità incontenibile. Ma Zagajewski non sembra lasciarsi spaventare dall’immensità del reale con tutte le sue contraddizioni e, conscio dei propri umani limiti, sceglie lo strumento poetico per abbracciare il caos e tentare di comprenderlo. In Ode alla molteplicità leggiamo:

“Non capisco tutto e mi rallegro

persino che il mondo come un oceano

inquieto superi la mia capacità

di comprendere il senso dell’acqua, della pioggia,

dei bagni nello Stagno del Fornaio, vicino

al confine boemo-tedesco, nel settembre

del 1980; dettaglio questo senza particolare

significato, un profondo stagno germanico”.

Comprendere ogni cosa è impossibile, ma abbandonarsi alla molteplicità e lasciarsi ispirare da essa può essere persino fonte di gioia: lo scopo del poeta non è quello di appiattire le differenze, ma piuttosto quello di rappresentarle, di comprenderne l’intrinseca armonia. Non a caso, il componimento appena citato termina con queste parole: “[…] La poesia cresce sulla / contraddizione, ma non la ricopre”.

Simbolo perfetto di questa visione del mondo come groviglio di differenze e contraddizioni diventa così, inevitabilmente, proprio la città di Leopoli. Estremamente significativo a questo proposito è il componimento Andare a Leopoli, nel quale Zagajewski si immagina di tornare nella città natia, sebbene questa non sia più quella di un tempo e non potrà mai esserlo di nuovo. Ogni potenza ha cercato di attribuire un nuovo nome, una nuova bandiera a questa città, tanto che il poeta arriva persino a dubitare della sua esistenza: “se Leopoli esiste / sotto la fodera delle frontiere e non solo nel mio / nuovo passaporto”. Ma nonostante i numerosi tentativi di trasfigurazione, là, “sotto la fodera delle frontiere”, l’essenza della città rimane immutata e una meravigliosa e indomabile molteplicità continua a rappresentarne l’unico vero volto:

“C’era sempre troppa Leopoli, nessuno sapeva

 capirne i quartieri, sentire

il sussurro di ogni pietra bruciata

dal sole, la chiesa uniate di notte taceva in modo

del tutto diverso dalla cattedrale, i gesuiti battezzavano

le piante, foglia dopo foglia, ma quelle crescevano,

crescevano immemori e la gioia si celava ovunque”.

Leopoli, dunque, è una metafora del mondo e della sua complessità, dell’impossibilità di racchiuderlo in strette cornici e definizioni tanto rassicuranti quanto riduttive. Ma la varietà, si sa, non piace ai regimi e la selvaggia Leopoli, un tempo spontaneo giardino o veste multicolore, è ora vittima di meccanici sarti e freddi giardinieri:

“c’era troppa Leopoli e ora non ce n’è

affatto, cresceva irrefrenabile e le forbici

tagliavano, i freddi giardinieri come sempre

a maggio, senza pietà né amore,

ah aspettate che giunga il caldo

giugno con le morbide felci, il campo

sconfinato dell’estate, cioè la realtà.

Ma le forbici tagliavano lungo la linea e attraverso

l’ordito, sarti, giardinieri e censori

tagliavano il corpo e le ghirlande, le cesoie

indefesse lavoravano, come in un gioco da bambini

dove ritagli il profilo di un cigno o di un cerbiatto”.

Anche questo immaginario ritorno a Leopoli è, a suo modo, un’ode alla molteplicità, all’irriducibilità del reale. L’atteggiamento di Zagajewski, insomma, è simile a quello di un filosofo, sempre pronto ad allargare il proprio campo visivo, nel tentativo di non tralasciare alcun aspetto nella sua analisi dell’esistenza. Un tale punto di vista, tuttavia, porta inevitabilmente a scontrarsi con una serie di paradossi e contraddizioni, sui quali il poeta si sofferma a riflettere con la sua lente filosofica.

Con il suo stile apparentemente semplice e lineare, dunque, l’autore ci porta per mano a seguire i suoi complessi ragionamenti, a instaurare un dialogo con lui e con i suoi maestri. Così, ad esempio, in Lava si interroga sulla duplice natura del tempo, fluida e lineare, affascinando il lettore con la propria surreale interpretazione del paradosso:

“E se Eraclito e Parmenide

avessero ragione contemporaneamente

e due mondi esistessero affiancati

uno tranquillo, l’altro folle; una freccia

scocca immemore, e l’altra indulgente

la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,

gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,

le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo

si struggono in una crudele fiamma rugginosa”.

Con incredibile finezza e profondità, l’autore ci rende consapevoli dell’inarrestabilità del tempo, del suo eterno fluire che tutto riporta al nulla senza fine. È un tema, questo, molto caro al poeta, che spesso nei suoi componimenti utilizza immagini “eraclitee” come quella del fiume. Ma come accettare la consapevolezza di una così profonda precarietà? Come conciliare il moto perpetuo dell’esistere all’illusione di immobilità senza cui non possiamo vivere? Con la poesia, sembra rispondere il nostro poeta. Se ogni cosa muta in continuazione ed è destinata al nulla, la poesia (e l’arte in generale, come spiegato qui) ha il potere di fermare il tempo, o meglio, di porsi al di sopra di esso e salvare almeno alcuni attimi, più o meno insignificanti, intatti. Prova a cantare il mondo mutilato, ecco la proposta del poeta in una sua omonima poesia:

“Dovresti celebrare il mondo mutilato.

Ricorda quegli attimi, quando eravate insieme

in una stanza bianca, e la tenda si mosse.

Torna col pensiero al concerto, quando la musica esplose.

[…]

Canta il mondo mutilato

e la piccola penna grigia persa dal tordo,

e la luce delicata che erra, svanisce

e ritorna”.

 

FONTI:

A. Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Milano, Adelphi, 2012

Krystyna Jaworska, La poesia tra incanto e ironia, in A. Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Milano, Adelphi, 2012

poesia.blog.rainews.it

CREDITS:

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