L’amore fatale è una dicitura scelta da Ian McEwan e messa a titolo di uno dei propri romanzi per riferirsi a un sentimento amoroso perdurante, ossessivo, che provoca sofferenza estrema e che sconvolge irrimediabilmente la vita di chi ne è toccato.
L’innamoramento è sempre un’esperienza estrema: quando ci si innamora, l’altro diventa un’ossessione.
Ma è davvero di amore, qui, che si può parlare? Qual è il confine tra un’ossessione patologica, sintomo di una malattia mentale, che si definisce attraverso il termine “amore” in maniera impropria, e la forma pura, vera e propria di tale sentimento? Sono questi gli interrogativi su cui Ian McEwan, maestro nel narrare i sentimenti, riflette e sui quali costruisce il proprio romanzo. Autore dal talento indiscusso, tra i più conosciuti e apprezzati scrittori viventi a livello mondiale, pubblica Enduring Love (L’amore fatale) nel 1997.
La situazione che dà il motore all’intreccio e che permette l’esistenza stessa della narrazione è a dir poco inverosimile: un incidente con un pallone aerostatico che porterà alla morte di uno di coloro che accorreranno in salvataggio dei coinvolti nell’orribile vicenda. Già il la contesto che dà il via alla storia si presenta come grottesco. Il lettore si trova davanti al difficile stato di provare quasi un senso di divertimento: infatti, la circostanza che egli si trova davanti viene presentata come a dir poco assurda, e d’altra parte non bisogna dimenticare che essa provoca la morte di un soccorritore e la conseguente distruzione della sua famiglia. Quindi vi è una contrapposizione tra una situazione assolutamente improbabile (se non inverosimile), a tal punto da far ridere, e gli effetti drammatici che questa provoca.
Del resto, “grottesco” è un termine che può essere attribuito a numerose parti della storia che costituisce l’intreccio ordito da McEwan: è grottesco che un uomo, Jed, si autoconvinca di amare ed essere ricambiato da un altro uomo sconosciuto, Joe, solo attraverso le sue movenze, i suoi gesti e i suoi sguardi nell’arco di pochi minuti. È grottesco che sempre il medesimo uomo sviluppi un’ossessione per lo sconosciuto che lo porti addirittura a seguirlo, scrivergli continuamente lettere, perseguitarlo, e che la moglie del proprio oggetto amoroso minimizzi incredibilmente l’intera faccenda.
La narrazione, man mano che si snoda attraverso il libro, non fa che provocare sentimenti contrastanti nel lettore, oltre a uno stato apprensivo e ansiogeno: si tratta pur sempre di un caso, per quanto particolare, di stalking, anche se nessuno lo ritiene davvero tale a eccezione del protagonista che vive la vicenda in prima persona e vede srotolarsi davanti ai propri occhi una vera e propria persecuzione.
A rendere ancora più bizzarra la vicenda è, poi, la presenza di un’ossessione di tipo religioso oltre a quella erotica. Questo perché, come anche Joe stesso, il protagonista della vicenda, l’ossessionato Jed Parry è affetto dalla sindrome di De Clérambault. Questo particolare tipo di sindrome subentra, secondo Mullen e Pathe (1994), in personalità come quelle di
“un individuo socialmente inetto, isolato dagli altri, vuoi per ipersensibilità, per diffidenza, o per implicita presunzione di superiorità. Di queste persone si tende a ritenere che conducano esistenze socialmente svuotate… In esse il desiderio di un rapporto è controbilanciato dal timore del rifiuto, come dalla paura di una eventuale intimità, sia sessuale sia emotiva”.
La difficoltà maggiore per il lettore, durante questa lettura, sta proprio nell’accettare che un sentimento universalmente apprezzato e ricercato dalla maggior parte delle persone possa sconfinare in una patologia mentale al punto da provocare tanta sofferenza. Ed è proprio per questo motivo che la scelta dell’argomento da parte dell’autore non sembra unicamente un espediente, una trovata bizzarra, a suo modo geniale, di narrare in maniera differente la storia di una persecuzione. Sembra proprio un modo per interrogarsi e interrogare sulla definizione del sentimento “amore”, quello puro e non patologico.
Essenziale è notare come, man mano che la narrazione prosegue, il matrimonio di Joe si pieghi fino a frantumarsi sotto al peso incombente di questa ossessione subita. E l’abile penna dell’autore, attraverso il suo narratore (Joe stesso), lancia delle esche di comprensione al proprio lettore fin dal primo capitolo, fin dalla primissima pagina:
Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro.
E ancora, sempre all’interno del primo capitolo:
Quel grido segnò un inizio e, naturalmente, una fine. In quell’istante si chiuse un capitolo, o meglio, un intero stadio della mia vita. A saperlo, e a poter disporre di un secondo in più, valeva la pena di concedersi un pizzico di nostalgia.
Quindi, fin dal principio al lettore viene messa dinanzi la realtà dei fatti, non gli viene nascosto nulla: la situazione bizzarra è solo il principio di una catastrofe, di un groviglio ricolmo di sofferenza. Nulla viene nascosto al lettore, tranne il finale inaspettato che chiude il cerchio e fa sì che ognuno possa tirare le somme, decodificando il significato ultimo della storia. Forse non è neanche così tanto rilevante il sopraggiungere a una morale ben definita. Probabilmente ciò che McEwan vuole portare alla luce nel lettore è unicamente uno spunto di riflessione su cosa sia “l’amore fatale”: e questo riesce a farlo benissimo, attraverso una storia scritta, come sempre, con incredibile maestria.
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FONTI
Ian McEwan, L’amore fatale, Einaudi Tascabili, 2005
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CREDITS
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