“Forse sono autistico”: come i social hanno trasformato la neurodivergenza in un’estetica

Di Cecilia Palese e Maria Elena Morgese

Cos’è l’ADHD?

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Creator: Morgan Foley

L’ADHD è un disturbo neurobiologico che può persistere dall’infanzia all’età adulta; i sintomi principali sono disattenzione, impulsività e iperattività. Una valutazione accurata è essenziale per la diagnosi, l’intervento precoce e l’individuazione di comorbilità (ansia, depressione).

Negli ultimi anni, soprattutto su TikTok, Instagram e YouTube, sono aumentati i contenuti che parlano di ADHD in modo rapido, emotivo e spesso semplificato, quasi a rappresentare un segnale di allarme, a cui prestare attenzione con moderazione e buon senso. Molte persone tendono a riconoscersi in alcuni sintomi e a chiedersi se possano o meno avere il disturbo, fenomeno che riflette una crescente ricerca di identità e validazione online.

Negli ultimi anni milioni di video sono stati condivisi con gli hashtag #ADHD e #adhdtest e hanno reso il tema estremamente popolare. Per molte persone questi contenuti possono rappresentare il primo momento di riconoscimento personale in una realtà di isolamento e solitudine sociale.

Come funziona?

I video brevi enfatizzano esperienze comuni (distrazione, procrastinazione, ansia, difficoltà a concentrarsi) che non sono necessariamente ADHD. I creator, a loro volta, condividono vissuti personali che possono essere molto riconoscibili, ma non equivalgono a criteri diagnostici. L’algoritmo tende a mostrare contenuti simili, creando una camera dell’eco che rafforza l’idea di “somiglio a questo, quindi ho l’ADHD”.

Conseguentemente, derivano difficoltà diverse dal confondere l’ADHD con stress, ansia, depressione, burnout, disturbi del sonno (o semplicemente con tratti della propria personalità). Cercare soluzioni fai‑da‑te spesso poco efficaci e dannose, in  quanto è possibile, in questo modo, trascurare condizioni che richiedono attenzione clinica. Soprattutto, potrebbe portare qualcuno a vivere con l’idea di “avere un disturbo” senza avere però avuto una valutazione professionale.

Come si può agire in sicurezza?

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Creator: Laura Di Maso

L’autodiagnosi di ADHD non è consigliata e non deve essere considerata una diagnosi medica. I questionari di autovalutazione online sono strumenti di screening preliminare e non hanno valore diagnostico indipendente (e non sono quindi in grado di sostituire una valutazione clinica).  La diagnosi ufficiale dell’ADHD richiede una valutazione professionale da parte di un esperto sanitario, in grado di rispettare i criteri stabiliti dal Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-5) ad escludere altre patologie spesso concomitanti.

Da ricordare è, inoltre, il fatto che gran parte dei contenuti caricati online risulta imprecisa o fuorviante; ciò alimenta delle autodiagnosi non affidabili (Verma & Sinha, 2024), con circa il 50% dei video più popolari che contiene informazioni incorrette (Sieferle et al., 2025). I contenuti degli esperti (cioè psichiatri e neuropsicologi) risultano nettamente più accurati rispetto a quelli caricati da gente comune, ovvero creator non professionisti, che seguono il paradosso dell’algoritmo che premia il coinvolgimento, non la correttezza scientifica: mentre i video accurati ricevono pochissimi mi piace – solo il 4% dei like totali nell’analisi dei #adhdtest. Tuttavia solo psichiatri, neuropsichiatri o psicologi clinici possono confermare o escludere l’ADHD quale patologia del neurosviluppo sempre più diffusa tra i giovani adulti.

Diagnosi di ADHD nelle donne: cosa emerge dalla ricerca?

Nelle donne i sintomi dell’ADHD sono più interni  (distrazione, sovraccarico mentale, difficoltà organizzative, problemi a mantenere la concentrazione e a seguire la routine giornaliera, con la tendenza a “perdersi nei propri pensieri” più che iperattività motoria). Questi segnali vengono spesso interpretati come tratti caratteriali (“svogliata”, “ansiosa”, “poco costante”) anziché come indicatori di un disturbo neuroevolutivo, con il vissuto comune rappresentato dal pensiero di non avere un disturbo ma, piuttosto, di non funzionare correttamente all’interno della società.

L’ADHD non trattato può attraversare ogni aspetto della vita: relazioni, gestione del tempo, sonno, alimentazione, lavoro, studio, regolazione emotiva. Nelle donne i rischi possono essere particolarmente rilevanti: difficoltà nelle amicizie, vulnerabilità nelle relazioni affettive, bassa autostima, autolesionismo, tentativi di suicidio, difficoltà nelle relazioni interpersonali. Ma gli effetti non si fermano alla sfera psicologica: c’è anche una maggiore incidenza di obesità, disturbi alimentari, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari, come combinazione di impulsività, sonno irregolare, stress cronico e difficoltà nel mantenere uno stile di vita più sano.

Una  ricerca pubblicata sul British Journal of Psychiatry mostra una riduzione significativa dell’aspettativa di vita negli adulti con ADHD e circa 8,6 anni in meno nell’aspettativa di vita nelle donne – dato da interpretare con prudenza, ma indicativo delle vulnerabilità accumulate.

Cosa è utile fare se ti riconosci nei sintomi?

Seppur i social abbiano avuto un ruolo positivo nel rendere più accessibili informazioni sulla salute mentale, soprattutto per adulti e donne che spesso ricevono diagnosi tardive, ci si deve mettere in guardia dai rischi dell’autodiagnosi: molti dei “sintomi” mostrati online sono in realtà comuni ad ansia, depressione, burnout o stress cronico e non bastano per definire un disturbo complesso come l’ADHD.

Considera i contenuti dei social come spunti, non come diagnosi. Se i sintomi sono persistenti e creano difficoltà nella vita quotidiana, parlane con un professionista qualificato (psicologo, psichiatra, neuropsichiatra). E ricorda: una valutazione clinica non è un’etichetta, ma uno strumento per capire meglio se stessi e trovare strategie efficaci.

Parlare di ADHD online ha ridotto lo stigma e spinto molte persone – soprattutto donne e adulti – a cercare finalmente una valutazione professionale, senza dubbio il lato positivo della faccenda social, sebbene la risposta seria possa derivare solo da un percorso diagnostico accurato. Il fenomeno dell’autodiagnosi virale mostra quanto i social influenzino la salute mentale contemporanea. Educazione, empatia e rigore scientifico sono essenziali per trasformare la viralità in consapevolezza autentica nella vita reale come quella social.

Uno sguardo più attento ai social

Tra consapevolezza e spettacolo, la diagnosi è quindi diventata un accessorio. Chiedersi, a questo punto, se in alcuni casi lo sia davvero (o, perlomeno, domandarlo pubblicamente) sembra essere, alle volte, pericoloso.

C’è un momento preciso in cui il feed smette di essere un feed e diventa quasi un ambulatorio. Capita spesso di avere davanti dei video in cui qualcuno elenca dei segnali per cui, in maniera autonoma, decide di avere l’ADHD. ADHD è un acronimo che sta per Attention-Deficit/Hyperactivity-Disorder (vale a dire ciò che in italiano indichiamo come disturbo da deficit di attenzione o iperattività). Di solito, i “sintomi” mostrati nei suddetti video sono cose molto banali: il dimenticare le chiavi quando si esce di casa, il procrastinare, l’avere una moltitudine di schede aperte nel browser… e, magari, molte persone, fruendo di questi contenuti, pensano di identificarsi abbastanza da poter pensare di essere anch’essi affetti da ADHD. 

Un po’ di dati: come viene affrontato l’argomento online?

Ciò che preoccupa, o comunque perplime, è che tutto ciò non si limita a essere una mera sensazione. Una ricerca pubblicata dal Journal of Autism and Developmental Disorders dell’Università di Stanford ha rilevato che i contenuti contenenti l’hashtag #autism hanno accumulato un totale di ben 11,5 miliardi di visualizzazioni, ma la maggior parte delle informazioni nei video informativi non è allineata con la condizione scientifica reale. 

Il dettaglio più interessante, in realtà, non è l’errore, ma il meccanismo: molti creator (che, magari, sono davvero affetti da questo disturbo e ne hanno ricevuto una diagnosi) raccontano esperienze personali senza chiarire che non valgono per tutte le persone con ADHD e che, soprattutto, possono valere anche per coloro che quel disturbo non ce l’hanno. 

In altre parole: il sintomo viene venduto come identità. 

Gli esperti sbagliano meno degli spettatori

Il divario tra chi sa e chi invece guarda è, in realtà, effettivamente misurabile. All’interno della ricerca citata poco sopra, coloro che consumano più contenuti sull’ADHD tendono – com’è ovvio che sia – a ritenere il disturbo più diffuso di quanto sia davvero e, a loro volta, contribuiscono alla diffusione del pensiero di quella specifica eco chamber.

Qui c’è la sociologia ad aggiungere un tassello. Secondo le sociologhe Deborah Lupton e Clare Southerton, la narrazione dominante dell’autodiagnosi su TikTok ruota attorno alle possibilità di auto-ottimizzazione che una diagnosi può offrire. La neurodivergenza, in quel contesto, non va più a spiegare una difficoltà, il motivo per cui quella persona ha agito in maniera “strana” per tutta la vita, così da rivelare finalmente una risposta tangibile. Sui social, tutto ciò svanisce: si tramuta in un vero e proprio brand.

Il risultato collaterale è quello che molti notano e pochi dicono: a forza di “anch’io sono ADHD!” detto per un banale ritardo o una semplice distrazione, la parola perde – purtroppo –  il suo peso. Chi ha una vera e propria diagnosi, che con sé porta fatica, colloqui, preoccupazioni, farmaci e continui controlli, si ritrova a condividere il lessico con chi lo usa come un semplice aggettivo simpatico.

La domanda proibita

E se qualcuno, davanti a un creator che dichiara ogni settimana un disturbo diverso, si chiede (con garbo) se sia tutto vero?

Per capire cosa succede in questi casi basta guardare come viene strutturato il dibattito. Un gruppo di ricercatori di Oxford ha analizzato la comunità Reddit r/FakeDisorderCringe, con al suo interno quasi 300.000 utenti attivi dedicati a “scoprire” coloro che fingono disturbi psichiatrici sui social. Lo scetticismo, hanno notato, si concentra soprattutto su quelle condizioni che hanno visto un aumento recente di diagnosi tra i giovani (come, appunto, l’ADHD).

Dall’altra parte, il fronte opposto ha pronta la sua risposta: è l’accusa di gatekeeping. Chi dubita starebbe, in realtà, “invalidando” tutte le persone che ne soffrono. Un articolo di Psychology Today la riassume così: 

“dubitare dell’autismo di uno sconosciuto significa svalutare l’esperienza vissuta di persone che non si conoscono […] l’autismo è fortemente sottodiagnosticato, specialmente negli adulti”.

Il paradosso

A questo punto nasce il paradosso. La domanda, anche se posta con rispetto, non viene più valutata per il suo contenuto, ma per chi la sta ponendo. Non importa se si scrive “non sono un medico, ma mi chiedo se i sintomi elencati siano davvero specifici di quella malattia”: la risposta, con molta probabilità, sarà una raffica di commenti accusatori di voler ferire delle persone autistiche. L’argomento di fondo (cioè che una moltitudine di contenuti siano spesso sbagliati) sparisce, sostituito da una banalissima ricerca del colpevole.

Risulta necessaria, però, un’osservazione: chiedersi se un contenuto riguardante un disturbo sia accurato e chiedersi se una persona sia davvero autistica sono due domande diverse. La prima è legittima, mentre la seconda rappresenta, a onor del vero, la ricerca di una “diagnosi a distanza”, da sottoporsi a un estraneo. Nessuno online possiede gli strumenti per farla; chi vuole davvero porre una critica costruttiva dovrebbe limitarsi alla prima domanda.

L’odio che circola davvero

Il paradosso ha un lato amaro: l’odio esiste, è reale.

Sul versante dello scetticismo degenerato, un’analisi di Index on Censorship parla di moltissimi creator accusati di “fakeclaiming” per attenzione e riporta che il doxxing nei loro confronti (cioè la pubblicazione dei dati personali – come indirizzo e numero di telefono – su più canali di informazione) ha portato, per molti, a minacce di stupro e di morte. 

E c’è poi l’odio più antico, quello che usa la neurodivergenza come insulto, come battuta (non l’oggetto di questo articolo, ndr.). In Italia è bastato un comizio: famosissima l’occasione in cui, dal palco del Circo Massimo, Beppe Grillo definì l’autismo “la malattia del secolo” (utilizzando la terminologia per deridere i politici); tutto ciò tra le risate del pubblico, con un’unica voce fuori dal coro rappresentata dal padre di un bambino autistico. 

Il punto, però, è un altro: preservare le persone

È importante ricordare che le neurodivergenze possono presentarsi insieme ad altre condizioni, anche legate alla salute mentale, e che alcuni sintomi possono sovrapporsi o essere confusi con quelli di altri disturbi. Per questo, attribuirsi un’etichetta diagnostica senza un adeguato approfondimento può portare a interpretazioni parziali del proprio vissuto e, in alcuni casi, a trascurare difficoltà che richiederebbero un’attenzione diversa.

Sono passati pochi giorni dalla Giornata mondiale della salute mentale, che quest’anno è caduta sabato 10 ottobre. I social, come sempre accade, si sono riempiti di post, hashtag e slogan sul “parlarne di più”. Il 12 ottobre è arrivata la notizia della morte di RJ Mitte, l’attore che per anni è stato il volto di Walter Jr. in Breaking Bad, affetto, nella vita reale, da paralisi cerebrale e da sempre impegnato nel sostegno alle persone affette da disabilità. 

Ad oggi, i media riferiscono che il ragazzo, di soli 34 anni, si sarebbe tolto la vita.

Non sappiamo altro (e non spetta a noi ipotizzare). Ed è proprio questo il punto. Una vita si è interrotta, ma la reazione automatica del web ci racconta di quanto, ormai, siamo abituati a trattare la sofferenza come un mero materiale da fruire. Lo stesso riflesso che trasforma una difficoltà in un format, un sintomo in un’estetica, un disturbo in un tratto della personalità da esibire.

La salute mentale non è un genere di contenuto, né un’identità da collezionare. È una condizione fragile, che riguarda persone reali, con nomi, famiglie, giornate di gioia e giornate difficili. Per questo va preservata, sempre. Preservarla significa anche non “usarla”: non gonfiarla quando porta visualizzazioni, non svuotarla quando diventa un meme, non pretendere di giudicarla dall’esterno quando qualcuno ne parla. 

Chi vive quotidianamente queste esperienze merita che le parole vengano utilizzate con il loro giusto peso, perché dietro ogni definizione (o meglio, diagnosi) ci sono persone che cercano di comprendere sé stesse e di trovare il sostegno di cui hanno bisogno.

Fonti

Karasavva V. et al., A double-edged hashtag: Evaluation of #ADHD-related TikTok content, PLOS One, 2025. Sintesi UBC: https://news.ubc.ca/2025/03/adhd-misinformation-on-tiktok/

Copertura dello stesso studio: https://www.sciencealert.com/tiktok-misinformation-is-warping-young-peoples-understanding-of-adhd

Intervista a Karasavva (Science Friday): https://www.sciencefriday.com/segments/study-of-top-100-adhd-tiktoks-misinformation/

Aragon-Guevara D. et al., The Reach and Accuracy of Information on Autism on TikTok, J Autism Dev Disord, 2023. Sintesi: https://www.psypost.org/a-disturbing-number-of-tiktok-videos-about-autism-include-claims-that-are-patently-false-study-finds/

Yeung et al., 2022, Canadian Journal of Psychiatry (citato in italiano da Unobravo): https://www.unobravo.com/post/adhd-e-tiktok-i-rischi-dellautodiagnosi-sui-social-77d56

Lupton D., Southerton C., #ActuallyAutistic, Historical Social Research, 2024: https://www.gesis.org/hsr/abstr/49-3/08lupton-southerton

Bell V., White R., Foulkes L., Understanding the countermovement to online presentations of psychiatric disorder perceived as “faked”, 2026: https://www.psych.ox.ac.uk/publications/publication_modal/2289855

Index on Censorship, sul “fakeclaiming”: https://doi.org/10.1177/03064220231183822

Now Then Magazine: https://nowthenmagazine.com/articles/social-media-platforms-neurodiverse-autism-adhd

Psychology Today, The Ridiculous Trend of Gatekeeping Autism: https://www.psychologytoday.com/us/blog/unmasking-with-confidence/202506/the-ridiculous-trend-of-gatekeeping-autism

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