RELIGIONE E PROSTITUZIONE

 

Di Valentina Sala

Prostituzione e religione, due mondi lontani, binari paralleli apparentemente destinati a non incontrarsi mai.
Ma sfatiamo questo mito: oltre alla figura di Maria Maddalena, da noi tutti conosciuta come la peccatrice che il buon Gesù salvò da una dolorosa e cruenta lapidazione, c’era un’epoca in cui il fenomeno tanto disprezzato della prostituzione e la religione andavano a braccetto, senza vergognarsi l’una dell’altra.
Correva il III millennio a.C. quando nella ridente e fertile Mesopotamia troviamo le origini della pratica della prostituzione sacra. È immaginabile lo sconforto nel sapere che la prostituzione era ritenuta sacra, ebbene si, è così. Ogni anno infatti avveniva la pratica dell’ierogamia, usanza culturale che vedeva come protagonista il matrimonio tra il sovrano, che impersonava il dio Dumuzi, e una prostituta, che impersonava la dea Isthar.
Il matrimonio sacro avveniva nel tempio e il suo fine, non di poco conto, era quello di assicurare fecondità della terra, degli armamenti e la prosperità del paese e del popolo.
Queste donne, che esercitavano la prostituzione per fini sacri, erano chiamate kharimatu ed eseguivano la loro professione nel santuario di Ishtar, e persino lo storico Erodoto fece la loro conoscenza.
Tali sacerdotesse, che oggi considereremmo semplicemente donne di facili costumi e passeggiatrici, all’epoca venivano stimate e rispettate , nonostante la loro professione non rispecchiasse quel codice morale accettato dalla società, che anche all’epoca aveva un ruolo fondamentale.
La prostituzione non era una semplice professione scelta da donne annoiate dalla loro vita coniugale, ma bensì era un vero e proprio status che il destino conferiva loro.
Nonostante fossero donne di tutti, incapaci di fornire una vera e propria discendenza e una famiglia in stile “Mulino Bianco” che tanto apprezziamo oggi, non erano disprezzate nè colpevolizzate per la loro professione in quanto avevano il ruolo di protettrici del destino dell’intera popolazione.
Gli anni passarono e si arrivò ad un’epoca in cui la prostituzione venne istituzionalizzata dando il via alla prostituzione rituale, che aveva la funzione di invocare l’aiuto degli dèi che decidevano per le sorti della popolazione, e che grazie a riti profani potevano essere convinti a donare il loro aiuto alla gente e ad assicurarsi così terre fertili, uomini fertili e animali fertili.
Con l’avvento delle religioni monoteiste, in cui la moralità è padrona, la pratica della prostituzione venne messa all’indice, per via delle pretese moralizzatrici del Dio unico, che vietava indubbiamente di legare qualcosa di così naturale come la sessualità alla sfera dei culti sacri.
Anche se i primi cristiani non ce la raccontano giusta. Infatti, erano presenti delle vere e proprie cerimonie all’interno della liturgia che rappresentano quella che era la pratica della prostituzione sacra, come i culti della Madonna o le processioni delle ragazze vergini che derivano da quella pratica tanto disprezzata, ma che veniva opportunamente filtrata dalla morale cristiana.

E così si sfata il mito dell’incongruenza tra religione e prostituzione. Quella che oggi viene disprezzata dagli uomini di fede e additata come se fosse una malattia, un tempo era una pratica accettata e addirittura rispettata.

A cura di

Prostituzione e religione, due mondi lontani, binari paralleli apparentemente destinati a non incontrarsi mai.
Ma sfatiamo questo mito: oltre alla figura di Maria Maddalena, da noi tutti conosciuta come la peccatrice che il buon Gesù salvò da una dolorosa e cruenta lapidazione, c’era un’epoca in cui il fenomeno tanto disprezzato della prostituzione e la religione andavano a braccetto, senza vergognarsi l’una dell’altra.
Correva il III millennio a.C. quando nella ridente e fertile Mesopotamia troviamo le origini della pratica della prostituzione sacra. È immaginabile lo sconforto nel sapere che la prostituzione era ritenuta sacra, ebbene si, è così. Ogni anno infatti avveniva la pratica dell’ierogamia, usanza culturale che vedeva come protagonista il matrimonio tra il sovrano, che impersonava il dio Dumuzi, e una prostituta, che impersonava la dea Isthar.
Il matrimonio sacro avveniva nel tempio e il suo fine, non di poco conto, era quello di assicurare fecondità della terra, degli armamenti e la prosperità del paese e del popolo.
Queste donne, che esercitavano la prostituzione per fini sacri, erano chiamate kharimatu ed eseguivano la loro professione nel santuario di Ishtar, e persino lo storico Erodoto fece la loro conoscenza.
Tali sacerdotesse, che oggi considereremmo semplicemente donne di facili costumi e passeggiatrici, all’epoca venivano stimate e rispettate , nonostante la loro professione non rispecchiasse quel codice morale accettato dalla società, che anche all’epoca aveva un ruolo fondamentale.
La prostituzione non era una semplice professione scelta da donne annoiate dalla loro vita coniugale, ma bensì era un vero e proprio status che il destino conferiva loro.
Nonostante fossero donne di tutti, incapaci di fornire una vera e propria discendenza e una famiglia in stile “Mulino Bianco” che tanto apprezziamo oggi, non erano disprezzate nè colpevolizzate per la loro professione in quanto avevano il ruolo di protettrici del destino dell’intera popolazione.
Gli anni passarono e si arrivò ad un’epoca in cui la prostituzione venne istituzionalizzata dando il via alla prostituzione rituale, che aveva la funzione di invocare l’aiuto degli dèi che decidevano per le sorti della popolazione, e che grazie a riti profani potevano essere convinti a donare il loro aiuto alla gente e ad assicurarsi così terre fertili, uomini fertili e animali fertili.
Con l’avvento delle religioni monoteiste, in cui la moralità è padrona, la pratica della prostituzione venne messa all’indice, per via delle pretese moralizzatrici del Dio unico, che vietava indubbiamente di legare qualcosa di così naturale come la sessualità alla sfera dei culti sacri.
Anche se i primi cristiani non ce la raccontano giusta. Infatti, erano presenti delle vere e proprie cerimonie all’interno della liturgia che rappresentano quella che era la pratica della prostituzione sacra, come i culti della Madonna o le processioni delle ragazze vergini che derivano da quella pratica tanto disprezzata, ma che veniva opportunamente filtrata dalla morale cristiana.

E così si sfata il mito dell’incongruenza tra religione e prostituzione. Quella che oggi viene disprezzata dagli uomini di fede e additata come se fosse una malattia, un tempo era una pratica accettata e addirittura rispettata.

A cura di

Prostituzione e religione, due mondi lontani, binari paralleli apparentemente destinati a non incontrarsi mai.
Ma sfatiamo questo mito: oltre alla figura di Maria Maddalena, da noi tutti conosciuta come la peccatrice che il buon Gesù salvò da una dolorosa e cruenta lapidazione, c’era un’epoca in cui il fenomeno tanto disprezzato della prostituzione e la religione andavano a braccetto, senza vergognarsi l’una dell’altra.
Correva il III millennio a.C. quando nella ridente e fertile Mesopotamia troviamo le origini della pratica della prostituzione sacra. È immaginabile lo sconforto nel sapere che la prostituzione era ritenuta sacra, ebbene si, è così. Ogni anno infatti avveniva la pratica dell’ierogamia, usanza culturale che vedeva come protagonista il matrimonio tra il sovrano, che impersonava il dio Dumuzi, e una prostituta, che impersonava la dea Isthar.
Il matrimonio sacro avveniva nel tempio e il suo fine, non di poco conto, era quello di assicurare fecondità della terra, degli armamenti e la prosperità del paese e del popolo.
Queste donne, che esercitavano la prostituzione per fini sacri, erano chiamate kharimatu ed eseguivano la loro professione nel santuario di Ishtar, e persino lo storico Erodoto fece la loro conoscenza.
Tali sacerdotesse, che oggi considereremmo semplicemente donne di facili costumi e passeggiatrici, all’epoca venivano stimate e rispettate , nonostante la loro professione non rispecchiasse quel codice morale accettato dalla società, che anche all’epoca aveva un ruolo fondamentale.
La prostituzione non era una semplice professione scelta da donne annoiate dalla loro vita coniugale, ma bensì era un vero e proprio status che il destino conferiva loro.
Nonostante fossero donne di tutti, incapaci di fornire una vera e propria discendenza e una famiglia in stile “Mulino Bianco” che tanto apprezziamo oggi, non erano disprezzate nè colpevolizzate per la loro professione in quanto avevano il ruolo di protettrici del destino dell’intera popolazione.
Gli anni passarono e si arrivò ad un’epoca in cui la prostituzione venne istituzionalizzata dando il via alla prostituzione rituale, che aveva la funzione di invocare l’aiuto degli dèi che decidevano per le sorti della popolazione, e che grazie a riti profani potevano essere convinti a donare il loro aiuto alla gente e ad assicurarsi così terre fertili, uomini fertili e animali fertili.
Con l’avvento delle religioni monoteiste, in cui la moralità è padrona, la pratica della prostituzione venne messa all’indice, per via delle pretese moralizzatrici del Dio unico, che vietava indubbiamente di legare qualcosa di così naturale come la sessualità alla sfera dei culti sacri.
Anche se i primi cristiani non ce la raccontano giusta. Infatti, erano presenti delle vere e proprie cerimonie all’interno della liturgia che rappresentano quella che era la pratica della prostituzione sacra, come i culti della Madonna o le processioni delle ragazze vergini che derivano da quella pratica tanto disprezzata, ma che veniva opportunamente filtrata dalla morale cristiana.

E così si sfata il mito dell’incongruenza tra religione e prostituzione. Quella che oggi viene disprezzata dagli uomini di fede e additata come se fosse una malattia, un tempo era una pratica accettata e addirittura rispettata.

Images:copertina

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