La lezione che accomuna Minneapolis a Hong Kong

Vi siete mai chiesti cosa sareste disposti a fare per la libertà? Se avreste il coraggio di mettere a repentaglio la vostra vita per lottare per i vostri diritti? Vi schierereste con i ribelli o con gli oppressori? I ragazzi di Hong Kong e quelli di Minneapolis hanno dovuto trovare una risposta a queste domande in fretta.

Da settimane assistiamo a due rivolte tra le più violente degli ultimi anni. Sul fronte occidentale, negli Stati Uniti, le strade si sono riempite di manifestanti che protesta al grido di “Black Lives Matter”. Sul fronte orientale, ad Hong Kong, orde di cittadini si ribellano al controllo di Pechino e alle leggi autoritarie proposte dalla Cina. Le ragioni di questi due fenomeni sono molto diverse. Eppure, è possibile tracciare degli aspetti comuni.

Le proteste di Minneapolis

Il movimento Black Lives Matter si è diffuso dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, il 25 maggio, per mano di un poliziotto. I manifestanti protestano contro la violenza e il razzismo della polizia statunitense e portano alla luce uno storico disagio basato sulle distinzioni economiche e sociali di cui ancora oggi è vittima la comunità afroamericana. Il problema è sia politico che culturale. Da un lato, la politica degli ultimi anni non è stata in grado di realizzare un welfare più equo e accessibile a tutti, malgrado la presidenza di Obama. Dall’altro lato, il controverso rapporto tra bianchi e neri ha ragioni storiche profonde, che hanno creato uno squarcio mai davvero ricucito.

I riot di Hong Kong

I riot di Hong Kong sono meno recenti. È dal 2014 che gli Hongkongers manifestano contro il Governo cinese, che sta cercando di spazzare via il modello “un paese due sistemi” che dovrebbe durare fino al 2047. Giusto qualche giorno fa, la Cina ha approvato una nuova legge sulla sicurezza. Una legge liberticida, dal contenuto poco chiaro, che prevede l’istituzione di una commissione per la gestione della sicurezza nazionale che risponda direttamente al Governo di Pechino. Per alcuni questa è la fine della democrazia e l’inizio di un regime di terrore che colpirà Hong Kong e i suoi abitanti. Lo stesso leader del movimento Demosistō, emblema delle rivolte, si è dimesso e ha rotto le fila. Ma c’è anche chi sostiene che questo non sia l’ultimo atto. Nonostante gli arresti, più di 300 negli ultimi giorni, i manifestanti hanno continuato a riversarsi per le strade e a sventolare le bandiere della Hong Kong indipendente.

Due battaglie molto diverse

Le differenze tra le due proteste ci sono eccome. Si potrebbe dire che i due fenomeni siano l’uno il contrario dell’altro. Nel primo caso, ci si batte per ottenere un’uguaglianza tra bianchi e neri che in realtà non si è mai affermata totalmente. Il Black Lives Matter impone con più forza un sentimento che tra le comunità afroamericane degli Stati Uniti c’è sempre stato perché sempre c’è stata una discriminazione. Ad Hong Kong, invece, si protesta per mantenere la propria libertà. I cittadini lottano contro un sistema dittatoriale che li priva dei diritti fondamentali che hanno sempre avuto. Un sistema dittatoriale che chi è nato e cresciuto ad Hong Kong, città democratica e fondata sugli stessi valori dei Paesi occidentali, non ha mai conosciuto.

Cosa hanno in comune?

Cosa hanno in comune due proteste tanto diverse? Prima di tutto entrambe mettono in luce le contraddizioni delle rispettive democrazie. Il ginocchio premuto dal poliziotto sul collo di George Floyd fino a soffocarlo, davanti agli occhi dei passanti, sconcerta più del solito perché non è successo in un Paese qualsiasi, ma negli Stati Uniti, che si professano da sempre la più grande democrazia occidentale. Allo stesso modo, le rivolte di Hong Kong sgomentano perché la città si è sviluppata secondo modelli e valori occidentali. Gli studenti che protestano sono studenti come noi, nati e cresciuti all’interno di un sistema politico libero che non ha nulla a che vedere con la dittatura del Partito Popolare Cinese. Questo non significa che proteste simili, in Paesi meno democratici, siano meno significative. Ma dimostra quanto possa rivelarsi fragile la democrazia anche dove sembra essere più solida.

Una spada di Damocle per i governi

C’è un’ulteriore analogia tra i due fenomeni. Oltre a mettere in discussione la democraticità dei rispettivi Paesi, le proteste mettono alla prova la capacità dell’amministrazione Trump e del Governo di Pechino di far fronte alle contestazioni. La posta in gioco è alta in entrambi i casi e le manifestazioni potrebbero essere una spada di Damocle. Negli Stati Uniti, a dicembre, ci saranno le elezioni presidenziali e Trump, sfavorito dai sondaggi, ha usato il pugno duro contro i manifestanti per concitare l’elettorato conservatore. Questo non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco. Le proteste si sono fatte più violente e i manifestanti hanno raggiunto anche la Casa Bianca, che è stata blindata.

Ad Hong Kong la situazione è simile. Le rivolte sono sempre state represse violentemente, ma questo non ha mai fermato gli hongkongers che hanno sempre continuato a protestare. Negli ultimi mesi però, la Cina ha avuto gli occhi del mondo intero puntati addosso a causa del Covid 19. La pandemia, infatti, ha incrinato i rapporti tra la Cina e molti altri Stati, mettendo in discussione il suo ruolo di potenza mondiale. Per questo motivo, Pechino ha rincarato la dose contro i manifestanti nel tentativo di mantenere il controllo e dimostrate al mondo la propria autorevolezza.

La lezione di Hong Kong e Minneapolis

Se le rivolte avranno successo nell’ottenimento dell’uguaglianza tra bianchi neri e dell’autonomia di Hong Kong ce lo potrà dire solo il tempo. Per ora possiamo solo imparare l’importante lezione che i manifestanti ci stanno dando. La democrazia e le libertà sono due valori per cui vale sempre la pena lottare, anche a costo della vita, perché dopo che si è persa la libertà, si è perso tutto.

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