L’importanza dello storytelling in “Lighthousekeeping” di Jeanette Winterson

Lighthousekeeping (Il custode del faro nella traduzione italiana) è l’ottavo romanzo di Jeanette Winterson, la scrittrice inglese che nel 2018 ha ricevuto il titolo di Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico per i suoi “servizi alla letteratura”. Winterson è sempre stata una scrittrice eclettica, etichettata come postmoderna per i suoi primi lavori, amata dalla critica negli anni 80, poi ampiamente criticata negli anni Novanta, continua a scrivere seguendo una linea assolutamente originale. Il suo ultimo romanzo, Frankissstein, è stato candidato nel 2019 al Booker Prize.

Lighthousekeeping è un romanzo in cui si intrecciano due linee temporali: una ambientata nel presente in cui la protagonista, Silver, impara il lavoro di guardiano del faro e una ambientata nel XIX secolo in cui ​Babel Dark ​vive una doppia vita che viene ad intrecciarsi con quelle di Stevenson e Darwin. Le due storie sono tenute insieme dal personaggio di Pew, il guardiano del faro, che insegna a Silver il proprio mestiere e, almeno inizialmente, racconta la storia di Dark.

Uscito nel 2004 il libro fu accolto da pareri contrastanti, alcuni lo videro come un ritorno di Winterson allo splendore dei suoi primi scritti, altri come l’inizio di un nuovo ciclo, in positivo o in negativo. Certo è che questo romanzo, pur continuando a discutere i temi fino a quel momento trattati da Winterson, ne fa emergere con prepotenza un altro: lo storytelling. Questo tema non era del tutto nuovo per la scrittrice, ma fino ad allora era rimasto sottotraccia, messo in secondo piano da altre riflessioni, Lighthousekeeping invece sembra essere una vera e propria esplorazione di cosa significhi raccontare storie e quanto sia importante.

Pew insegna a Silver che la parte essenziale del lavoro del guardiano del faro è quella di conoscere le storie per poterle raccontare: il verbo del titolo, “lighthousekeeping”, diventa quindi sinonimo di storytelling e il guardiano del faro diventa come un aedo, non c’è da stupirsi quindi del fatto che Pew sia cieco come era Omero secondo la leggenda. L’idea stessa di storytelling è legata alla trasmissione orale delle storie, al potere che queste hanno nel passare da una generazione all’altra. Con l’automatizzazione del faro finisce anche la trasmissione orale, sembra l’arrivo di un’epoca diversa, ma le storie non vengono mai perse, sono conservate nei libri che Silver inizia a leggere avidamente nella seconda parte del romanzo, quasi ad attestare l’impossibilità dell’umanità di fare a meno delle proprie storie.

“Tell me a story” è, non a caso, la frase che riecheggia durante tutto il libro e che difatti ne costruisce la struttura narrativa su due linee temporali. Questa frase permette anche di trovare nel racconto una certa circolarità: la prima volta che viene detta Pew avvisa Silver dell’impossibilità di trovare una storia che abbia una fine, mentre l’ultima volta che viene ripetuta la richiesta è quella di raccontare una storia particolare, “questa”, quella del libro.

Il lungo titolo del secondo capitolo, “A beginning, a middle and an end is the proper way to tell a story. But I have difficulty with that method, diventa quindi una sorta di dichiarazione di poetica, ma anche una riflessione su come le storie non possano avere una fine o essere lineari perché le storie restano con noi e su di esse costruiamo chi siamo come individui e come comunità. È Pew stesso a consigliare a Silver di “raccontarsi” come una storia perché, come dice l’autrice in un’intervista, è liberatorio vederci come storie e non come fatti, quando ci vediamo come storie possiamo cambiare la nostra narrazione, quando ci vediamo come fatti no. Lo stesso primo romanzo dell’autrice, Oranges Are Not the Only Fruit, è per ammissione di Winterson stessa un tentativo di costruzione del suo passato (anche se Winterson è molto chiara quando dice che vuole che le sue opere siano lette solo come opere di finzione).

Non è solo la nostra identità che prende forma dalle storie, queste ci aiutano a dare un senso al mondo che ci circonda: l’uomo si è sempre costruito grandi narrazioni per spiegarsi non solo come funziona il mondo, ma anche il suo ruolo in esso, il senso della propria vita.

Jeanette Winterson si spinge oltre questa concezione e in un’intervista riguardo al libro afferma: “the telling of stories is not about imposing an order, it’s about revealing an order which is implicit in a situation but perhaps concealed, perhaps well hidden” e quindi l’arte diventa un mezzo per scoprire un pattern autentico nelle nostre vite, cosa che accade anche nel romanzo in cui Silver usa la storia di Dark come una sorta di mappa che possa aiutarla a scoprirsi e a comprendere dove sta andando la sua vita.

Una considerazione interessante è quella fatta da Pew sulle storie; dice a Silver che sono le luci dei fari a connettere il mondo e, visto che il custode del faro è il narratore, le luci non possono che essere le storie che questo racconta: sono le storie a connettere il mondo. Questa è un’idea che Winterson ha sempre portato avanti a partire dalla sua convinzione che la letteratura abbia una vocazione popolare proprio per la sua capacità di stabilire contatti e di formare l’identità culturale di un popolo.

Le storie e la letteratura sono spesso viste come una semplice via di fuga e anche in questo romanzo ad un certo punto la protagonista sembra cercare riparo dalla realtà nei libri, ma in realtà quello che cerchiamo nelle storie è diverso. Certo, esiste la narrativa di intrattenimento e la gioia di perdersi in una storia è immensa, ma anche queste esperienze ci offrono qualcosa in più: un conforto. Perché come dice Jeanette Winterson “Storytelling teaches us to be unafraid of the exuberance and the unruly, untamed nature of life, of our lives”. 

FONTI

Jeanette Winterson, Il custode del faro, Mondadori, Milano 2006

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