Ban…neet, la ripartenza dei giovani italiani

Neet. Potrebbe sembrare l’ennesimo strumento per lavoro smart di cui ormai pullula il web. Invece è l’acronimo di (Young People) Not in Employment or in Education or Training. Per chi ha scarsa dimestichezza con la lingua inglese, la corrispettiva traduzione italiana suona più o meno come “coloro che non sono impegnati in un lavoro né in percorsi di istruzione o formazione”. A coniare il termine è stato un dipartimento del governo britannico, la Social Exclusion Unit, che aveva l’incarico di monitorare se ci potesse essere una correlazione con l’avvio di carriere criminali. Gli esordi del fenomeno risalgono a circa una ventina di anni fa, nel momento in cui si assiste ad un allungamento dei fisiologici passaggi che portano all’età adulta. Sembra, infatti, che il normale ciclo di vita scuola-lavoro-famiglia sia diventato, nel corso dell’ultimo ventennio, più impervio e accidentato.

Come si assesta la situazione attuale?

Uno degli ultimi aggiornamenti dell’Istat (2019) delinea uno scenario che potrebbe assumere risvolti preoccupanti se già non ritenuti tali. In particolare per l’Italia, come per altri Paesi dell’area mediterranea, che vede ben il 22,2% dei giovani tra i 16 e i 29 anni rientrare sotto l’etichetta neet. Non c’è nemmeno il tempo di gioire per il fatto che ci sia un calo rispetto al monitoraggio del precedente anno, perché, paragonato a quello europeo, il dato italiano risulta essere quasi il doppio della media.

A mero fine di curiosità, i Paesi più virtuosi sono Paesi Bassi e Svezia. Se si analizza il dato più nel dettaglio, si scopre una differenza di genere che vede la percentuale femminile al 24,3% contro il 20,2% di quella maschile. Un trend confermato anche a livello europeo. Concretizzando in numeri si parla di circa due milioni di giovani italiani. Scandagliando ulteriormente, ritorna anche in quest’ambito il divario Nord-Sud con il primato siciliano al 38,6%.

Oltre i numeri e le etichette

Chi si cela dietro queste percentuali? Differenti studi ed indagini (Istat, Unicef Italia, Fondazione Cariplo) concordano sull’identikit del neet medio a partire dal mood che accomuna tutti: il senso di sfiducia che ha il suo zenit nella fascia di età 25-29.

Donna, con livello di istruzione medio (diploma di scuola superiore), domiciliato al sud a casa dei genitori, cittadino italiano e inattivo (ossia non impegnato nemmeno nella ricerca di un impiego). Scarsa fiducia nelle istituzioni compensata da un’alta considerazione delle proprie capacità, con il desiderio di costruirsi una famiglia con almeno due figli e un occhio che punta all’estero.

Percentuali in alcuni paesi europei

 

Le istituzioni come considerano i neet?

Per Francesco Samengo, presidente di Unicef Italia:

Essere neet, ovvero non studiare, non lavorare, né seguire percorsi di formazione, è una condizione di disagio ed esclusione sociale, che priva i ragazzi e le ragazze di una possibilità di futuro, lasciandoli indietro.

Meno empatica la visione dello Stato, per cui rappresentano prevalentemente un salasso come dimostra il dato del 2016, con il costo sociale dei giovani inattivi quantificabile a 36 miliardi di euro che corrisponde al 2% del prodotto interno lordo. Il passo dal disagio economico a quello psicologico e sociale è tristemente breve rischiando, quindi, di fossilizzare irreparabilmente la situazione se non si propongono e attuano interventi mirati in tempi brevi.

Le iniziative non mancano su diversi fronti a seconda della prospettiva che si sceglie di abbracciare tra le diverse possibili. C’è chi vede il gap nella fase di passaggio scuola-lavoro per cui opta per rafforzare e snellire l’iter dei centri per l’impiego; chi lo imputa più ad un mal funzionamento del sistema scolastico troppo isolato e arroccato in un mondo parallelo a quello reale del lavoro, non fornendo strumenti idonei per poter viaggiare in autonomia. Ancora, chi lo ascrive a ragioni di carattere sociale e di svantaggio che dipendono o correlano con luogo di nascita e sistema famigliare.

Indipendentemente dal punto di partenza, i diversi progetti attuati non hanno ancora sortito l’effetto atteso o sperato di abbassare consistentemente la percentuale di neet. Uno dei più recenti e da poco conclusosi (rigorosamente online) nella sua prima sperimentazione, è Neet Equity, promosso da Unicef Italia e che ha coinvolto circa trecento giovani del sud Italia. L’intento era di partire dal basso, ascoltare la voce creativa dei diretti interessati attraverso i LUP4.0 (laboratori urbani partecipati) strumento utilizzato per il concretizzarsi della finalità del progetto ossia “migliorare la capacità del territorio nell’ideazione e costruzione di politiche attive e partecipate che mirino all’inclusione”.

Passi futuri

Un’inclusione che, trascendendo dalla sua etimologia di chiudere dentro, ha più la velleità di non clusterizzare il fenomeno per coglierne, piuttosto, le sue problematicità, possibilità e sfumature. Per questo si pensa alle future azioni, in primis Youth Agenda che si prefigge l’obiettivo (ambizioso oppure utopistico) di inserire i giovani in percorsi scolastici, formativi o lavorativi entro il 2030.

Voglio fare una scelta coraggiosa… ripartire da qui, da Scampia”. Ecco una frase, pronunciata da uno dei giovani coinvolti nel progetto, che sembra perfetta sintesi di ciò che desiderano questi giovani neet, né brama di fuga né velleità esterofile, quanto piuttosto un amore radicato per la propria terra di origine che ai loro occhi ha ancora il potere di non farli sentire fuori gioco. Il bisogno di tornare all’etimologia della parola adolescente come colui che si sta nutrendo per un cambio di prospettiva che non li veda esclusivamente neet quanto, piuttosto, restituisca loro la dimensione di teen.

 

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