Il dialetto: arricchimento o impedimento?

Idioma nazionale come strumento di comunicazione

Abitiamo in un paese rinomato nel mondo sia per il cibo che per il vino, sia per la tarantella che per il Palio di Siena, sia per la canzone napoletana che per quella romana e così via, e spesso diamo per scontato quanto il dialetto e il suo uso siano strettamente correlati a queste tradizioni.

In effetti, a pensarci bene, non esisterebbero né la canzone napoletana né quella romana senza il napoletano e il romano, non esisterebbero nemmeno alcuni nomi di pietanze tipiche del nostro territorio e, forse, nemmeno parte del teatro italiano, un’altra delle nostre tante eccellenze.

Italia: una penisola di particolarismi dialettali

In Italia, vengono parlati ben trentuno dialetti, di cui ventinove censiti dall’Atlas of the World’s languages in danger, una sorta di atlante delle lingue a rischio estinzione. Ventinove su trentuno attestati, poiché per i restanti tre parlati nelle valli alpine e con affinità al tedesco, l’agenzia Onu non è stata in grado di stimare il numero di persone che li parlino.

dialetto

La diffusione di così tanti particolarismi lessicali ha profonde radici storiche che risalgono a prima dell’Unità italiana del 1861. Non a caso, durante il primo governo del Regno d’Italia, una delle tante questioni da risolvere oltre quella economica e legislativa, era proprio quella della lingua.

Gli italiani infatti, erano uniti solo sotto il punto di vista territoriale, ma ognuno padroneggiava il proprio dialetto locale. Per questa ragione, ad esempio, non si riusciva a comprendere un cittadino della regione o della città vicina. Furono in molti a non comprendere neppure le nuove leggi uguali per tutti, scritte in lingua italiana con espressioni o locuzioni piemontesi (il primo statuto infatti, fu quello Albertino esteso a tutta l’Italia). Tale questione fu risolta con numerosi provvedimenti, tra cui quello dell’obbligo dell’istruzione scolastica fino agli otto anni, che però non riuscì subito a colmare il grande divario tra le diverse regioni della penisola e il grave problema dell’analfabetismo.

Il Novecento

Una svolta epocale sempre in ambito linguistico si verificò con l’avvento della Prima guerra mondiale, nella quale tutti gli italiani provenienti da diverse città e paesi ebbero modo di confrontarsi e di conoscere i diversi dialetti della Penisola, e cercarono così di imparare e di parlare un’unica lingua: l’italiano. Il processo di alfabetizzazione che portò alla conoscenza di una lingua uguale per tutti, fu reso possibile in seguito anche dalla diffusione della televisione e della radio, all’interno delle quali si realizzarono programmi mirati ad insegnare a leggere e scrivere.

Il dibattito tra puristi e tradizionalisti

Oggi l’analfabetismo sembra essere vicino allo 0%, e allo stesso tempo il dialetto è ancora vivo e molto utilizzato. Ciò ha generato così un grande dibattito che si divide in due fazioni: quella purista (coloro che sposano incondizionatamente l’uso dell’italiano puro nel parlato) e quella tradizionalista (coloro che rivendicano il dialetto come patrimonio culturale che deve essere mantenuto vivo). Dunque, quanto è importante l’uso del dialetto?

Il dialetto: radice e identità

In Italia, i dialetti con le loro origini raccontano ognuno una storia unica: rappresentano la nostra etichetta, le nostre radici e la nostra identità. E anche se non possono elevarsi al livello della lingua italiana nazionale, i dialetti trovano spesso, come nel passato, la loro collocazione in altre dimensioni ugualmente importanti: nella musica, nella poesia, nelle barzellette, nel teatro… riuscendo a rendere l’idea prima ancora di ridurla in termini precisi. Il dialetto è un mezzo che identifica tutto; è espressione del popolo in quanto  possiede una forza esplicativa e descrittiva genuina, che scaturisce dal suo verismo; lo strumento che meglio esprime sentimenti, valori, culture, speranze, con cui ripercorrere i sentieri della memoria spesso inquinati dalla nostra frenetica vita moderna.

Una risorsa educativa

Alla luce di questi motivi, di recente la comunità parlante su base nazionale ha cambiato atteggiamento verso l’uso del dialetto. Non è più considerato una “variante” linguistica dei ceti bassi, né simbolo di ignoranza, ma rappresenta una risorsa comunicativa in più nel repertorio individuale, di cui servirsi quando occorre, specie in virtù del suo potenziale espressivo.

Un arricchimento, insomma, e non più un impedimento. Ciò varrebbe anche per il nostro cervello, perché, come rilevano alcuni studi dell’Università di Cambridge, la nostra mente percepisce i termini dialettali come se si trattasse di una lingua straniera, rafforzando così alcune capacità cognitive come l’attenzione e la flessibilità.

Un arricchimento e non un impedimento

I dialetti pertanto, non devono essere visti, o ascoltati, come un fastidioso ricordo, ma apprezzati come un patrimonio tramandato di notevole ricchezza linguistica. La lingua delle nostre emozioni è il nostro bene più prezioso. Come diceva Nelson Mandela:

Parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello. Parlargli nella sua lingua madre significa raggiungere il suo cuore.

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CREDITS

Copertina creata con Canva, a cura di Isabella Pratesi

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