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Moderno, l’intervista: quando musica e filosofia si incontrano

C’è chi ama particolarmente la filosofia, chi non la capisce, chi è convinto che sia un mondo a sé stante e chi crede che possa spiegare diverse discipline. Ma in un ambito particolare essa trova la sua massima espressione, quello della musica. Quando due realtà così simili si incontrano accadono inevitabilmente grandi cose. Gli antichi filosofi, d’altronde, parlavano spesso di musica. Oggi, invece, parliamo di filosofia attraverso la voce e le parole di Federico Antonio Petitto, in arte Moderno.

Nella vita per così dire “normale” è professore di filosofia ma, accanto alla sua  professione, fa coesistere l’arte della musica che lo ha portato a esibirsi in tutta Italia con Unminutodisilenzio e Io Non Sono Bogte – per poi dedicarsi alla pubblicazione di tre singoli negli ultimi due anni. Qualche settimana fa è uscito il suo primo album da solista Storia di un occidentale, prodotto presso il CuboRosso Recording di Roma. Un lavoro ricco di temi e di riflessioni che abbiamo cercato di raccontarvi grazie alla disponibilità di Moderno.

L’intervista

Piacere di conoscerti Federico. Quando è nata la tua passione per la musica e in che modo si inserisce nella tua vita di professore di filosofia?

Ho iniziato a suonare abbastanza tardi, a 17 anni, quando il ragazzo di mia sorella portò a casa un basso elettrico. Mi fomentai e da lì iniziai ad ascoltare musica diversa da quella radiofonica; pare scontato ma non lo è: per molti la musica è quella che passa per radio e stop. La sfera musicale si incastra benissimo con la mia vita professionale, anzi, direi che arricchisce il mio modo di insegnare. Senza la musica non avrei superato tanti miei limiti e insicurezze.

Il nome d’arte Moderno, come l’hai scelto? Ha a che fare con qualche riflessione particolare circa la condizione dell’uomo postmoderno che citi nel tuo disco?

Sì, Moderno è il tentativo di “superare” l’era post-moderna in cui viviamo da alcuni decenni. Descrivo una società che ormai incita all’individualismo, all’ipocrisia e alla produttività/consumismo ossessivi. Tanti ragazzi si adeguano a questo sistema, io per primo ci sono cascato. Adesso però ho gli strumenti per cambiare la mia condizione e voglio darli anche a chi mi ascolterà.

Il 27 gennaio scorso è uscito il tuo primo album Storia di un occidentale. Com’è nato questo lavoro e a cosa ti sei ispirato?

È un disco nato da canzoni scritte alcuni anni fa, poi rinnovate in studio. Mi hanno ispirato queste vite che si scontrano per le vie della città, storie di individui occidentali che – ognuno a modo suo – ricercano tutti la stessa cosa: l’infinito. Musicalmente mi sono ispirato all’indie degli anni Duemila, al cantautorato contemporaneo più ispirato e intimista, aggiungendo poi pizzichi di folk, post-rock ed elettronica.

Uno dei temi del disco è la pretesa della cultura occidentale di essere “l’unica fonte di civiltà”, i cui valori andrebbero applicati al mondo intero. Ti va di parlarcene?

Nella storia dell’uomo, la cultura occidentale ha sempre avuto la pretesa di imporre i propri valori su tutto il pianeta. Se però nascessimo in Medio Oriente, in Nepal, in Brasile, in Ciad, avremmo tutta un’altra prospettiva. Vorrei andare oltre i punti di vista individuali per scoprire che è possibile trovare un punto di vista universale, più alto, in cui si cerca di fare gli interessi non più solo egoistici, ma quelli di questa grande palla che gira intorno al Sole.

Quali sono le altre tematiche che fanno da punti cardine nei tuoi pezzi?

Mi sono accorto, riascoltando una dopo l’altra le tracce del disco, che esiste un filo conduttore. C’è la storia di un abitante di questa società occidentale che vive una condizione di continua precarietà psicologica, relazionale ed esistenziale. Potrebbe adeguarsi al contesto di cui fa parte, scegliendo di partecipare a questa corsa al successo e al riconoscimento sociale, oppure di crogiolarsi nel disagio, tendenza sempre più diffusa tra i giovani “senzapalle”. La scelta che fa il protagonista di questa storia è un’altra: migliorare le cose, partendo da sé stesso.

“Un’epoca senza grandi ideali di riferimento, nella quale anche le relazioni sociali e sentimentali sono destinate a liquefarsi in mancanza di un solido immaginario comune”. Così hai affermato tu stesso e, in un anno così particolare come questo, tali parole assumono un significato ancora più rilevante. Credi che la filosofia possa, in qualche modo, essere d’aiuto dal punto di vista sociale?

Non c’è bisogno di conoscere tutta la storia della filosofia per difendersi da questo periodo storico. L’essere umano è prevedibile: sceglie la via più comoda per garantirsi la sicurezza. La filosofia, diceva Kant, è invece il coraggio di usare la propria intelligenza. Se iniziamo a mettere in discussione in modo serio e combattivo alcuni dogmi della civiltà contemporanea (corsa al profitto, opportunismo, materialismo ecc.) possiamo liberarci da certe catene e ricreare una “missione” comune.

Il pensiero di Lyotard è punto di partenza e parte integrante dell’intero album. Egli parlava del concetto di postmodernità riferendosi al venir meno della forza di coesione e l’avvento di una diffusa instabilità e precarietà. Ti ritrovi dunque in queste parole? In che modo il tuo album si inserisce in questa prospettiva filosofica?

È stato Lyotard a raccontare l’avvento di questa fase post-moderna a partire dagli anni Settanta-Ottanta. Dopo le grandi ideologie politiche, le grandi religioni, le guerre mondiali, di universale cosa è rimasto? Il capitalismo che prima sfruttava gli operai adesso ha creato gli smart-workers. Il potere oggi non è più quello dei dittatori del Novecento, ma quello di un sistema che ci fa sentire vivi solo se siamo “performanti”.

Come ha influito la figura di De André nella stesura dei brani?

Mi ha ispirato Storia di un impiegato, il disco più politico di De André. Ho immaginato cosa sarebbe successo se il protagonista di quell’album fosse vissuto nel mondo attuale. Non ho ovviamente la pretesa di raggiungere le vette toccate dal Faber, di cui tra l’altro non conosco nemmeno l’intera discografia. È stato solo uno spunto da cui partire per un’altra storia, quella di un ragazzo che vive nel ventunesimo secolo, si fa condizionare da un certo sistema di valori e non si assolve dalle sue responsabilità, ma anzi capisce che è ora di trasformare la sua vita.

modernoIl tuo lavoro mostra che musica e filosofia possono coesistere. Quale tra questi due mondi senti più tuo? Credi che questo tuo album sia solo l’inizio di un percorso duraturo?

Assolutamente sì. Il lavoro da insegnante, che tra l’altro deve ancora trovare una sua stabilità professionale, si sposa perfettamente con le riflessioni che ogni giorno mi attraversano. Lo studio quotidiano mi aiuta a vedere la realtà con un filtro che mi piace molto e che cerco di trasmettere sia quando suono, sia quando insegno. Non c’è un primo posto: la musica riflette dentro di me e la filosofia suona.

Esiste anche una relazione tra il metodo di insegnamento e la creazione di una canzone?

C’è bisogno di un pizzico di ispirazione anche quando insegni. Per scrivere una canzone o preparare una lezione bisogna trasformare dei contenuti che hai raccolto dentro di te. Mi piace rielaborarli in modo sempre avvincente, quasi poetico. In una canzone vado più a briglie sciolte, in una lezione devo essere più ordinato, altrimenti gli studenti mi guarderebbero come un alieno. Adoro, però, lanciare spesso degli input improvvisi che facciano viaggiare l’immaginazione.

La filosofia può, al giorno d’oggi, essere lo strumento attraverso il quale diventare “persone migliori”? Sarebbe opportuno studiarla già da piccoli (con le dovute accortezze) secondo te?

Hai colto un’altra mia passione: la filosofia per i bambini. Esiste già una letteratura su questo tema, nata in Germania negli ultimi decenni. Credo che “filosofare” faccia parte della natura umana, quindi chi afferma che sia soltanto una materia per accademici noiosi, non è in realtà un uomo ma una bestia. Bisogna insegnare fin da piccoli a riflettere al meglio, con costanza quotidiana. Il risultato sarebbe secondo me un incremento della popolazione pensante!

C’è una cosa che ripeti spesso ai tuoi ragazzi? Come hanno preso il tuo essere artista?

Mi seguono su Instagram e a lezione mi citano a tradimento! Le riflessioni di cui parlavo prima spesso le condivido con loro. Dall’altra parte vedo dei cervelli che fumano e che mi restituiscono le stesse riflessioni ma infiammate di vita. Ripeto spesso ai ragazzi di non spegnere mai quella “fiamma”, quella voglia di criticare e trasformare la realtà, insomma quella sana volontà “rivoluzionaria”. Solo loro hanno l’energia e l’incoscienza per costruire il mondo che desiderano. Se si adeguano anche loro, è finita.

Vi abbiamo convinti ad ascoltarlo? Noi speriamo vivamente di sì!

FONTI

Materiale gentilmente offerto da Conza Press

CREDITS

Copertina gentilmente offerta da Conza Press

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