Raised by Wolves

“Raised by Wolves”: la versione blanda dei film di Ridley Scott

Se sei uno spettatore diligente ed esce una nuova serie prodotta da Ridley Scott, non opponi troppa resistenza. Chiedi scusa a qualsiasi cosa stessi guardando, la metti un attimo da parte e poi ti prepari alla maratona. Specialmente se questa serie, come Raised by Wolves, somiglia parecchio ai film di fantascienza più importanti di Scott che, oltre a produrla, ne ha diretto i primi due episodi.

Con Raised by Wolves (creata per HBO Max, trasmessa in Italia da Sky) sembra di tornare dalle parti di Alien e di Blade Runner. Cioè in un futuro piuttosto grigio, popolato da androidi e temibili creature aliene, dove l’umanità non se la sta passando benissimo per colpa dei suoi stessi vizi.

Il vizio che dà forma alla storia stavolta è l’integralismo. Siamo nel 22esimo secolo e la Terra è diventata un invivibile ammasso di macerie, per via di una violenta guerra di religione. Da una parte ci sono i Mitriaci, un ordine derivato dai cristiani e venerante un dio di nome Sol; dall’altra c’è una fazione di atei militanti per i quali la scienza è l’unico credo e anche l’unico strumento di salvezza per l’umanità.

Così, per non lasciare nulla di intentato, gli atei decidono di affidare a due androidi una missione: raggiungere un pianeta lontano chiamato Kepler-22b e portare con sé alcuni embrioni umani. Solo crescendoli lontani da ogni ideale religioso, infatti, si può coltivare la speranza di fondare una nuova umanità che sia priva di vizi autodistruttivi.

Il problema però è che questi androidi – non a caso nominati Madre e Padre – sono capaci di qualsiasi prodezza fuorché prevedere il futuro. Perciò, passato qualche anno, la loro solitaria tranquillità viene sconvolta da una sequela di eventi sempre più preoccupanti. In condizioni di vita sempre meno ottimali, la loro già minuscola tribù si riduce pian piano e scopre anche di non essere più sola. Sul pianeta è appena atterrata una navicella (un’arca, dicono loro con significato molto biblico) di Mitriaci che, dopo un viaggio lungo anni in stato di ibernazione, sono ben riposati per proseguire con la loro guerra. Non tanto per conflitto colonizzatore, quanto perché – secondo il loro credo – permettere agli androidi di crescere dei bambini è un peccato assai grave.

Proseguire oltre con la descrizione di Raised by Wolves è pressoché impossibile: in qualsiasi direzione ci si muova, si rischia di incappare in uno spoiler. Il creatore della serie Aaron Guzikowski ha condensato nel solo incipit un groviglio di effetti che riempiono gli occhi e concetti mistici che la fanno sembrare uno di quei rompicapi distopici (come Westworld, come The Handmaid’s Tale), per risolvere i quali bisogna cercare elementi rivelatori anche fuori dal mondo narrativo.

Raised by Wolves, infatti, è una serie tanto futuristica quanto primitiva, non solo nell’aspetto. Seguendo l’impostazione data dai film precedenti di Ridley Scott, i suoi temi intrecciano due grandi questioni: il limite fino a cui l’intelligenza artificiale possa spingersi prima di sfuggirci di mano; e quanto sia fisiologico per gli umani credere in qualcosa di metafisico per sopravvivere.

Poi basta, però. Una volta seminate queste grandi domande, Raised by Wolves smette completamente di coltivarle. Gli episodi, in totale dieci, si appiattiscono su di un routinario riproporsi di dilemmi educativi che Madre e Padre devono sbrogliare (la gelosia, il lutto e pure il veganesimo), mentre a pochi chilometri di distanza i loro nemici si perdono tra preghiere e piani rocamboleschi per abbattere i due androidi.

Eppure, nel mondo e nei personaggi di Raised by Wolves si percepisce una complessità potenziale molto più profonda di quanto si veda. Madre (l’attrice danese Amanda Collin) è stata creata per uccidere e riprogrammata per accudire; impartisce scienza ma si abbandona a sentimenti fin troppo umani per poter essere un algoritmo. Padre (l’attore inglese Abubakar Salim) è il suo supporto, nonché un generatore automatico di battute che si affievoliscono nel gelo spaziale; ma anche lui sembra rivelare un orgoglio e un senso di protezione affatto artificiali. Infine c’è Marcus (Travis Fimmel, già visto in Vikings), il loro principale antagonista, un uomo che si finge religioso per convenienza e che finisce per avere visioni mistiche (o schizofreniche).

Qualcuno ha detto che il problema principale di Raised by Wolves è che non si sa per quale dei suoi personaggi si dovrebbe parteggiare. In realtà – supponendo che sia voluto – sarebbe anche un esperimento interessante: dare a ognuno i propri fantasmi, poteri, debolezze, aspirazioni con cui empatizzare o entrare in conflitto. La questione, piuttosto, è che tutti questi elementi la serie li dà per scontati, e di tanto in tanto sembra tirarli fuori per rimaneggiare la storia in funzione dello spettacolo. Ogni loro azione e reazione sembra così cascare per caso in un crescendo di assurdità.

O forse, Raised by Wolves ha solo intenzione di tornarci con dovizia più avanti (è già sicuro che ci sarà una seconda stagione). Magari aprendosi al suo mondo precedente, che sembra racchiudere molte spiegazioni e che se ampliato ancora un po’ potrebbe tenere in piedi l’intera serie. Bisogna solo capire come arrivarci senza prima spazientirsi troppo.

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