Francesco Giubilei, presidente del movimento Nazione Futura e collaboratore presso Il Giornale, ha pubblicato un tweet sul suo profilo di X il 5 giugno 2025.
L’editorialista conservatore, dinnanzi allo scontro pubblico tra il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e l’imprenditore Elon Musk, ha voluto dir la sua, presentando provocatoriamente il litigio dei due esponenti della destra anti-establishment statunitense come una ghiotta opportunità per la sinistra americana di riguadagnare terreno “sciacallando” sull’accaduto. Lo schierarsi di Giubilei a favore di un fronte compatto dell’alt-right americana può essere percepito come un vademecum che valga sia per il nativista Trump sia per il tecnocrate Musk: la compattezza davanti alla minaccia della sinistra è fondamentale non soltanto in territorio americano, ma anche e soprattutto oltre i confini a stelle e strisce.
A onor del vero, un dubbio può sorgere alla lettura del tweet: si può parlare di sinistra in una nazione che ha visto il maccartismo, il randismo prendere piede e in cui il principale oppositore dei Repubblicani, il Democratic Party, da un punto di vista etico eurocentrico segue un orientamento centrista e liberale (almeno nelle linee generali del partito, senza considerare le frange minoritarie nella coalizione).
La sinistra negli Stati Uniti, invero, non è equiparabile a quella del Vecchio Continente. Occorre, dunque, fare chiarezza sulla storia dell’American Left per poter comprendere più profondamente il tweet di Giubilei.
Un partito comunista statunitense?
In quei cinquanta Stati la sinistra operaia o marxista è stata marginale ‒ rimanendo pressocché assente ‒ per lungo tempo nella grande scena politica. Ciò non vuol dire che non sia esistito il comunismo americano, che anzi ha visto anche il proprio concretizzarsi attraverso un partito, il Communist Party of the United States of America, bensì che non ha avuto una posizione preminente negli USA. Eppure, ci fu un tempo in cui il CPUSA era emerso come una delle più interessanti espressioni della sinistra radicale mondiale: nel primo dopoguerra cominciò a farsi strada nella politica del Paese, s’addentrò nei contesti sindacali e fu avvicinato da numerosi attivisti.
L’impossibilità di adattare a quel particolarismo socioculturale che corre dall’Atlantico al Pacifico la struttura organizzativa proposta dall’URSS di Lenin, però, minò le fondamenta del Party. Nell’immediato secondo dopoguerra il tentativo d’attuazione di varie strategie ‒ riformista e rivoluzionaria ‒ fallì, la repressione maccartista diede infine il colpo di grazia.
Secularism e new left
A partire dagli anni Sessanta la new left, rotte oramai le righe del CPUSA, tentò un nuovo iter della sinistra americana. Il periodo della secolarizzazione aveva mobilitato giovani e giovanissimi, soprattutto studenti, pacifisti, attivisti per i diritti dei neri, tutti in aperta rottura con la vecchia organizzazione di sinistra, oltre che con ogni istituzione, statale o religiosa che fosse. Ma la mancanza di strutturazione interna relegò le idee a singoli movimenti, che non riuscirono davvero a far breccia nello Stato, finendo inevitabilmente per dileguarsi col tempo.
Democratici, non necessariamente di sinistra!
L’ultimo ventennio del Novecento ha, per l’appunto, registrato una forte marginalizzazione della sinistra negli spazi dell’istituzione statunitense. Parallelamente, però, come un homo novus il Partito Democratico ha cominciato l’ascesa che avrebbe caratterizzato il sostanziale bipolarismo statunitense attuale.
Come s’è detto, non possiamo pensare tale Party come partito di sinistra tout court. Forza di centrosinistra moderata, non ha mai riscoperto ‒ o rivendicato esplicitamente ‒ radici ricollegabili a Marx o al socialismo europeo, optando comunque per un progressismo sociale opposto alla visione conservatrice del Grand Old Party.
Vero riformatore democratico può essere considerato Sanders, che ha consentito a temi cari (anche) alla sinistra europea di scendere in campo a partire dal terzo lustro del Duemila, tra cui:
- lotta ecologista e giustizia climatica;
- welfare universale;
- giustizia economica;
- accesso all’istruzione gratuita.
Com’è ravvisabile, ci troviamo davanti a una nuova serie di bisogni visceralmente saldata alle necessità delle classi più basse, del popolo, degli ultimi.
… eppure, i poveri sono i conservatori
È chiaro che il ventaglio di nuovi riformatori e progressisti nel tessuto del Partito Democratico statunitense ha permesso al dibattito di slittare ancor più a sinistra sin dal 2016. Ma è anche vero che le difficoltà d’organizzazione di questa pletora d’idee e l’inefficacia comunicativa non hanno fatto brillare gli ammodernatori del Party.
Lo stesso ex presidente Biden ha riconosciuto apertamente lo slittamento del voto operaio verso i Repubblicani, denunciando una crescente percezione di distanza tra il Partito Democratico e la classe lavoratrice. La sinistra americana contemporanea, malgrado sia riuscita a ritagliarsi spazi significativi nel discorso pubblico, resta ad oggi sprovvista di un contorno pienamente delineato; è sospesa tra la tentazione di integrarsi nel sistema democratico e l’urgenza di dar vita a un’autentica alternativa di massa.
Il n’y a pas de solution parce qu’il n’y a pas de gauche
Ci troviamo innanzi ad una matassa che va sciolta ancor prima di poter dare un giudizio critico convincente: la sinistra americana è in evoluzione ma è al contempo stata caratterizzata da innumerevoli ‒ e notevolissimi ‒ alti e bassi. Forse non raggiungerà mai la fisionomia della sinistra europea, forse sperimenterà prima del Vecchio Mondo la foggia di una sinistra “autentica”. Fatto sta che oggi negli USA un barlume di socialismo è immediatamente stigmatizzato, cacciato via come una strega.
Si notino, a tal proposito, le bagarre d’inizio giugno scorso tra Bannon e Musk. L’“ideologo” del tycoon newyorkese, al cospetto delle uscite del CEO di SpaceX, ha minacciato di nazionalizzare l’azienda; prontamente Musk e una serie di accoliti hanno ribaltato l’intimidazione, additando il repubblicano quale «communist» (in aggiunta a improperi abilisti).
Il tabù ha minacciato e minaccia una mobilitazione concreta e organizzata della sinistra statunitense. La fitta frammentazione ha, difatti, impedito l’insediamento della old e della new left nei palazzi del potere degli USA.
Alla luce di tutto ciò, come potremmo esprimerci sulla quaestio d’oltreoceano in termini eurocentrici? Come potremmo sfruttare paradigmi mediterranei per descrivere un mondo completamente altro, quasi “esotico” per noialtri? Nel persuadere alla compattezza della destra mondiale, Giubilei non ha fatto i conti con la visione emica della realtà, dando per scontato ‒ poco prudentemente ‒ che la politica americana funzionasse alla pari di quella italiana, dimostrando di essere scevro dal particolarismo.
D’altra parte, non è del tutto un errore: il sostegno ai diritti civili e della comunità LGBT, alle minoranze etniche e religiose, alla fruizione pubblica della sanità et cetera è caro tanto alla nuova sinistra europea quanto a quella statunitense. Nonostante la diffidenza verso ogni riflesso socialista, la deficienza di diritti sindacali e una pressione fiscale non così impattante, si elencano temi significativi per tutte le “sinistre” occidentali. È probabile, allora, che Giubilei, esente o meno dalle conoscenze della storia politica americana, abbia pensato alle somiglianze piuttosto che alle differenze, facendo fede al motto: similis simili gaudet.
Più credibile, però, è un motore ideologico aprioristico, che guida oramai tutta la destra, dalle Americhe fino al Sol Levante. Giubilei, in tal senso, s’annida perfettamente nella domus della destra transnazionale, comportandosi come un padrone di casa. La dicotomia tra nazionalismo e fenomeno globale non impedisce così di condividere simboli, idee, narrazioni, dialettica e, soprattutto, nemici (principalmente stranieri e «sinistroidi», usando un dispregiativo della Penisola). La sinistra americana ‒ che esista o meno e che la s’intenda strictly o sensu lato ‒ è, allora, sempre il nemico pubblico numero uno e l’odio covato per questo idealtipo politico è il metus hostilis che tiene sull’attenti la destra mondiale, che la nutre e l’“arricchisce”. Insomma, più che lotta politica basata sulla democrazia del libro, su quel principio habermasiano su cui ogni democrazia dovrebbe fondarsi, osserviamo una sterile polemica che porta acqua al proprio mulino.
Fonti
Boffa, G. 1972. Comunisti americani. Studi Storici 13(4): pp. 826-831
Han, B. 2021. Infocrazia. Digitale e crisi della democrazia. Tr. it. di G. G. Longhi. Torino: Einaudi [edizione tedesca del 2021]

