La chimera delle radici

30 giugno 2025. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli esteri Antonio Tajani si lancia in una considerazione sulla bandiera dell’Unione Europea sul proprio profilo X.

Non è la prima volta che l’attuale segretario di Forza Italia tenta una disamina pseudo-storica su questo argomento: già nel 2021, in occasione della festa della natività di Maria, aveva rimarcato questa sua convinzione.

Si potrebbe dire recidivo ma l’esponente di FI non è il solo a considerare l’Europa un continente fondato su un basamento cristiano. Sono molti, infatti, dalla politica (come di destra, così di sinistra) al cittadino comune, a procedere per questo iter, per questa forzata reductio ad (unam) religionem, per la semplificazione di una complessità storico-culturale caratterizzante e che ha caratterizzato diuturnamente il nostro Paese e il Vecchio Continente. È tendenzialmente una narrazione nativista, narrazione che spesso s’intreccia ‒ o rischia d’intessersi ‒ con la xenofobia: la descrizione di un continente come profondamente cristiano diviene, allora, una strumentalizzazione politica e ideologica.

Al di là delle innumerevoli pagine che negli ultimi giorni hanno proceduto a debunkare ‒ di nuovo ‒ l’opinione di Tajani (e su cui non ci si soffermerà di seguito), è assai più interessante approfondire il problema alla “radice”. La posizione cristiano-nativista, apparentemente inoffensiva, rivela invero una manipolazione storica che rischia di creare pericolosi precedenti. Non siamo, ovviamente, davanti alla pericolosità del negazionismo ma talvolta le actiones mentali che portano a un tale risultato, considerare la bandiera dell’UE tutta rivolta all’esaltazione della Vergine, possono trovare affinità con chi rigetta la realtà dei fatti.

L’identità europea non si fonda affatto su un ceppo compatto, omogeneo, unico. Viene in soccorso proprio l’antropologia culturale, ch’ha saputo indirizzare chi vuol aver orecchi per intendere ad una realistica visione di quello ch’è il nostro passato. La cultura è, infatti, un potpourri di elementi disparati, di tradizioni, credenze, simboli e pure religioni differenti, in via di sedimentazione progressiva all’interno delle società e poi soccombenti per l’arrivo di altre realtà. Sono i contatti, gli scambi a dar vita a ciò ch’è la nostra cultura e non possiamo certo considerare una sola radice quella autentica, dal momento così facendo cadremmo in una costruzione retorica fasulla.

Ma è un’immagine sensata?

Nella pletora di ricerche anti-radici possibili da reperire, l’antropologo del mondo antico Maurizio Bettini offre un’analisi concisa ma succosa del problema nel saggetto ‒ così chiamato per la mole, non per dileggio ‒ Contro le radici. Tradizione, identità, memoria.

La demistificazione è qui operata nei confronti dell’identità percepita per la fraintendibile immagine arboricola: l’albero è un potente mezzo visivo, restituisce nel concreto concetti astratti (identità, auctoritas, traditio), ma tale forma evocativa, se opportunamente analizzata, è alquanto debole. Innanzitutto, con le radici dell’albero si esperisce un senso di fissità, esclusività e selezione: nel presupporre queste caratteristiche, un determinato gruppo andrebbe ad escludere automaticamente gli altri. Eppure, come possiamo dire noi di essere solo Greci, Romani e cristiani se ripensiamo alle influenze del mondo arabo, alle innovazioni “immigrate” da oriente, dalle novità oltreoceano? Una genealogia verticale, poi, non permette una corretta visione del passato: questo diviene determinatore del presente in una maniera troppo irrevocabile, altresì assoluta e irreale.

L’identità è tutto fuorché fissità. È un prodotto del dinamismo, del mutamento continuo, del contatto tra popolazioni, tra culture diverse, del mescolamento e del meticciato. A buon diritto, Halbwachs pensava che la memoria collettiva fosse una costruzione sociale capace di cambiare in conformità al cambiamento delle cornici culturali: non si rimembra, dunque, ciò ch’è stato, bensì ciò che si sceglie di ricordare. Ecco qua l’illusione delle radici!

Una questione di scelta

La tradizione non è un dato naturale, è un prodotto culturale, e questa è una verità antropologica innegabile. Essa si propaga insegnandola, si perpetua attraverso istituzioni varie. Senza le idee umane la tradizione non cammina.

Prendiamo l’esempio della Chiesa cattolica, che, come mostrato da Luzzatto, insiste prepotentemente sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di un Paese laico come l’Italia: l’Ecclesia è conscia del fatto che una traditio religiosa come quella cristiana si può mantenere soltanto se continuamente rinnovata e inculcata.

È un particolare non da poco, che si collega anche al concetto di memoria storica. Si pensi alla topografia della città santa, Gerusalemme: i luoghi sacri per il cristianesimo sono stati identificati secoli e secoli dopo i presunti eventi evangelici, e l’identificazione è proceduta secondo bisogni comunitari e logiche di potere, non in seno ad evidenze archeologiche; l’arbitrarietà della veritas di una data tradizione, di una determinata identità è tale se si pensa persino che nelle stesse denominazioni cristiane non c’è accordo su quali siano esattamente specifici luoghi neotestamentari al giorno d’oggi, ritrovandoci così in baruffe tra protestanti, ortodossi e cattolici su quella che dovrebbe essere la corretta disposizione biblico-topografica. La tradizione, insomma, non è scoperta, è una fictio, una creazione.

Are you one hundred percent sure?

Our solid American citizen awakens in a bed built on a pattern which originated in the Near East but which was modified in Northern Europe before it was transmitted to America. He throws back covers made from cotton, domesticated in India, or linen, domesticated in the Near East, or wool from sheep, also domesticated in the Near East. He slips into his moccasins, invented by the Indians of the Eastern woodlands, and goes to the bathroom, whose fixtures are a mixture of European and American inventions, both of recent date. He takes off his pajamas, a garment invented in India, and washes with soap invented by the ancient Gauls. He then shaves, a masochistic rite which seems to have been derived from either Sumer or ancient Egypt. […] As he absorbs the account of foreign troubles he will, if he is a good conservative citizen, thank a Hebrew deity in a Indo-European language that he is 100 percent American.

L’estratto tratto da The Study of Man, saggio dell’antropologo Ralph Linton, è un ottimo modo per mostrare con ironia quanto sia debole il costrutto dell’identità e della tradizione. Il monologo, simpaticamente soprannominato 100% americano, illustra le illusioni identitarie e nativiste di chi fonda la propria vita sulla “purezza” culturale.

Come gli USA, così anche l’Europa è un mélange plasmato da innumerevoli influssi eterogenei. Come detto, non siamo soltanto Greci, Romani e cristiani, siamo al contempo ebrei, arabi, barbari, africani, slavi, atei, agnostici, musulmani, pagani et cetera. Senz’altro il cristianesimo ha giocato un ruolo storico rilevante ma lo ha fatto come parte di una rete più complessa d’interazioni e in un modo assai meno impattante di quanto la retorica nativista cristiana ‒ e cristianista, soprattutto ai giorni nostri ‒ vorrebbe. Cristo non è l’unico fondamento dell’Europa e in molti, moltissimi casi è stato semplicemente imposto, senza una vera accettazione e una profondità ragionata, a discapito di altre culture.

Uniti sotto un’unica religione, sotto un’unica bandiera, sotto un’unica razza

L’identità opportunamente costruita, così spiegato testé, è ed è stata invocata in chiave difensiva. Oggi l’immigrazione e la globalizzazione hanno spinto molti gruppi a rifugiarsi in tale illusione identitaria che porta con sé la narrazione di un passato personale, di una memoria storica condivisa solamente da specifici gruppi. L’identitarismo diviene una barriera e permette la creazione di un Noi contro un generico Loro.

La traditio così declinata è pericolosa, sfruttabile per tornaconti personali e per aizzare ferocemente la massa contro un nemico presunto, un ente ostile che minerebbe l’identità di un popolo che si sente oppresso. Fulgido esempio ‒ nonché terribile ‒ è il genocidio ruandese, che dimostra come la costruzione artificiale di identità etniche, operate da missionari, vescovi e colonizzatori europei nella regione africana, abbia avuto effetti devastanti, trascinando gli Hutu in una spirale d’odio sfociata nello sterminio sistematico degli Tutsi nel 1994. Le differenze che intercorrevano tra i due gruppi, provenienti dalla stessa etnia, derivarono, dunque, dalla propaganda occidentale, che voleva i Tutsi “nobili” pastori discendenti di una dispersa tribù d’Israele, gli Hutu rozzi contadini autoctoni, nonostante i due avessero convissuto pacificamente, in simbiosi e in continuo scambio (culturale, di sangue …) prima dell’avvento dell’uomo bianco.

Allo stesso modo in Europa l’insistenza sulle fittizie radici cristiane rischia di alimentare esclusivismi, razzismi e discriminazioni. Tornando alla problematica d’apertura, caricare la bandiera europea di significati mariani laddove le istituzioni laiche dell’Unione parlano di armonia e unità significa piegare un simbolo che potrebbe essere potenzialmente di tutti a fini ideologici, rendendolo perciò riservato ed elitario. Lo stesso atteggiamento s’è avuto col crocifisso in Italia: introdotto per volontà fascista mediante un decreto regio, oggi difeso come simbolo identitario e culturale, come se vi fosse nella Penisola da migliaia di anni, con una adeguata manipolazione diviene ferrum con cui combattere gli “altri”, che siano di religioni esotiche o non credenti.

La storia dimostra che i simboli religiosi mutano in armi culturali, soprattutto quando vengono imposti in contesti laici. L’ingerenza in questione ci riconduce alla pericolosità delle pretese radici cristiane, che non son soltanto una semplificazione storiografica, bensì un rischio politico e una potenziale attenuante per l’intolleranza.

L’identità è morta! Lunga vita all’identità!

La tradizione è una corrente che si forma da affluenti diversi: questa visione orizzontale, contro la verticale arborea, mostra l’Europa come un delta in cui vari fiumi s’incontrano, si sovrappongono, si fondono. L’identità è una rete che include e esclude fluidamente. In questa immagine, la tradizione accoglie l’alterità come risorsa, non come minaccia.

La purezza è un’illusione, la retorica delle radici è una chimera pericolosa, che maschera esigenze di controllo, dominio ed esclusione. Le parole di Tajani, come quelle che furono di Wojtyla e Ratzinger, non sono per nulla storiografiche, sono assolutistiche e antirelativistiche, riducono la pluralità ad una arrischiata uniformità, la complessità ad uno slogan per attirare l’attenzione di certi gruppi di votanti. Nei tempi di crisi democratica e ritorni degli estremismi e dei populismi che purtroppo stiamo vivendo, l’urgenza è nell’opposizione a narrazioni false e bugiarde. Se l’Europa s’è resa protagonista nella storia umana è stato anche perché multietnica, aperta, inclusiva: germogliamo nel dialogo tra le differenze, non arrocchiamoci in ricostruzioni menzognere della nostra storia.

 

 

Fonti

Bettini, M. 2012. Contro le Radici. Tradizione, identità, memoria. Bologna: il Mulino

Luzzatto, S. 2011. Il Crocifisso di Stato. Torino: Einaudi

Bonazzi, M. 2023. Passato. Bologna: il Mulino

Martelli, M. 2007. Senza dogmi. L’antifilosofia di papa Ratzinger. Roma: Editori Riuniti

Linton, R. 1964. The Study of Man. An introduction. New York: Appleton-Century-Crofts

european-union.europa.eu

ilpost.it

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