I “classici” sono davvero eterni? Perché li leggiamo ancora oggi?

Introduzione 

L'eternità dei classici

In uno dei suoi scritti più celebri Italo Calvino afferma che i cosiddetti “classici” sono libri di cui solitamente si sente dire «Sto rileggendo …» e mai «Sto leggendo …»; una riflessione che spiega in modo calzante il rapporto che intercorre tra lettore e classici della letteratura.

Si tratta di opere tramandate nei secoli, insegnate a scuola e celebrate nel mondo. Eppure, la maggior parte delle persone legge questi volumi perché obbligata e non per libera scelta, basti pensare agli estratti de I promessi sposi manzoniani o della Commedia dantesca proposti nel corso degli anni della scuola secondaria. Ma allora è opportuno domandarsi il motivo per cui continuano ad avere una voce tanto potente all’interno della nostra società. Siamo spinti a leggerli per amore della loro bellezza oppure solamente per una tradizione da rispettare e per non sentirci o farci definire ignoranti? E, soprattutto, cosa ci offrono in un mondo frenetico e digitalizzato come quello attuale?

Nel mondo contemporaneo, dominato dalla velocità dell’informazione e dall’accessibilità digitale, sembra che il concetto di “classico” stia vivendo una cr

isi di identità. Se da un lato i “classici” continuano a rappresentare i fondamenti di molte tradizioni culturali, dall’altro emergono critiche sul loro contenuto e sulla loro inclusività. Per quanto tempo possiamo ancora considerare le opere di autori del passato come le uniche chiavi di lettura per il nostro presente? E come possiamo leggere questi testi oggi, mantenendo intatto il loro valore, ma riconoscendo anche i loro limiti?    

Esempio di videogioco narrativo.Cosa sono i “classici”? 

La nozione non è mai stata tanto problematica quanto lo è oggi. È pertinente precisare che non si tratta di una definizione univoca. Tradizionalmente, un “classico” è stato visto come un’opera che ha resistito al passare del tempo, che continua a parlare alle nuove generazioni e che ha una certa universalità nei suoi temi. Come scrive Calvino in Perché leggere i classici, questi ultimi sono libri che «non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire».  

In pratica, il termine identifica quelle opere che, per la loro profondità e qualità, superano i limiti di una singola epoca e diventano patrimonio comune. Un “classico” non è solo un libro duraturo, ma è anche un’opera che, pur essendo radicata nel proprio tempo, possiede una forza capace di resistere alle trasformazioni della società. Tuttavia, la definizione è diventata sempre più fluida. Ad esempio, nell’era digitale, le opere ritenute eterne sono sfidate da nuove forme di scrittura e nuovi media, come le serie TV o i videogiochi narrativi. 

 

Lettura di un classico della letteratura. I “classici” come specchio dell’umano 

Molti dei “classici” che leggiamo oggi sono diventati dei pilastri letterari che hanno il merito di aver trattato temi universali. Le opere di Shakespeare, Dante, Cervantes o Tolstoj (e di tanti altri) affrontano conflitti che sono intrinsecamente umani: l’amore, l’ambizione, il destino, la giustizia, la morte. Questi temi non smettono di risuonare perché parlano di esperienze umane che non mutano, come le dinamiche familiari, le lotte interiori, la natura dell’essere umano.

Secondo un’analisi di WordsRated, piattaforma che studia i benefici della lettura, i “classici” possono aiutarci a sviluppare un pensiero critico più profondo, permettendoci di confrontarci con questioni morali ed etiche che hanno attraversato secoli. Letture come Moby Dick di Herman Melville, per esempio, non parlano esclusivamente dell’ossessione di un capitano per una balena, ma sviluppano anche temi più ampi come il destino, l’autodistruzione, il rapporto tra l’uomo e la natura. O ancora, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen non è unicamente una storia d’amore, ma un’analisi delle disuguaglianze sociali, del ruolo della donna e dei vincoli imposti dalla classe sociale, argomenti che continuano ad essere di grande attualità. 

Ma se da un lato i “classici” parlano di esperienze universali, dall’altro rischiano di perpetuare una visione monolitica della storia e dell’esperienza umana. La maggior parte di quelli che leggiamo oggi proviene da un contesto molto specifico – l’Europa e l’America del passato – e rispecchia in particolar modo i valori della cultura dominante. Questa limitazione è stata oggetto di critiche da più fronti. Se ci concentriamo solo sui “classici”, rischiamo di non vedere le nuove forme di narrazione e di espressione che emergono e che tentano di portare in superficie nuove voci e nuove esperienze. 

Una lettura problematica: limiti del canone 

Nonostante la loro grandezza, i “classici” sono stati anche protagonisti di un dibattito sempre più intenso sulla loro inclusività. I grandi autori del passato, come Proust e Dostoevskij – passando per Hugo, Milton e Goethe –, sono quasi sempre uomini bianchi, appartenenti a classi elevate, e rappresentano una visione della società che non contempla le voci marginalizzate. Il canone letterario, se letto in maniera acritica, rischia di perpetuare una visione del mondo esclusiva e parziale.

Integrazione del canone letterario.

Questa critica postcoloniale e femminista è emersa in modo deciso negli ultimi decenni. Secondo uno studio della rivista The New Yorker, il canone letterario tradizionale è stato costruito su modelli patriarcali ed eurocentrici, che non solo ignorano le esperienze delle donne, ma anche quelle di culture diverse da quella occidentale. Molti degli scrittori più celebri, infatti, hanno riflesso una visione della società che era profondamente inclusiva solo per alcuni: gli uomini bianchi di classe sociale elevata. Pensiamo a Dante, che ha scritto in un’epoca in cui la disuguaglianza era sistematica e le donne erano relegate a ruoli marginali. Questo è uno dei motivi per cui, oggi, si sente l’esigenza di decolonizzare la letteratura e dare spazio a nuove voci. 

 

Il femminismo contro l’esclusione delle voci femminili  

Il femminismo ha avuto la prontezza di porsi una domanda fondamentale; si è chiesta dove siano le donne nei “classici”? Svariate opere scritte da autrici sono state ignorate o ritenute di secondaria importanza rispetto a quelle dei colleghi dell’altro sesso. Come sostengono Gilbert e Gubar in The Madwoman in the Attic, le scrittrici dell’Ottocento si sono trovate costrette a rappresentare la figura femminile in modo stereotipato, private della propria voce autentica. Le due studiose mostrano come, anche nei testi apparentemente più progressisti, le donne siano relegate a ruoli narrativi marginali o passivi e invitano il lettore a rileggere tali opere per riscoprire la presenza di una “scrittura femminile” repressa ma, al contempo, resistente. 

Allo stesso modo, Cynthia Freeland, nel proprio saggio Feminism and canons, evidenzia come i criteri attraverso cui si forma un canone siano influenzati da valori patriarcali. Esprime inoltre il concetto di non neutralità dei canoni letterari, che sono costruiti storicamente per escludere la voce femminile, promuovendo un’idea di eccellenza letteraria modellata su esperienze e stili maschili. 

Il postcolonialismo: la voce degli esclusi 

Il postcolonialismo, a sua volta, contesta l’universalità dei “classici” occidentali e ne denuncia l’origine coloniale e gerarchica. Come afferma John Marx all’interno del Cambridge Companion to Postcolonial Literary Studies, la letteratura postcoloniale si relaziona al canone occidentale attraverso tre dinamiche: la negazione, la revisione e l’appropriazione.

Scritti di autori postcoloniali, come Chinua Achebe o Salman Rushdie, rielaborano i miti e i simboli della letteratura europea per smascherarne le implicazioni coloniali e per raccontare la storia dal punto di vista dei colonizzati. Un esempio paradigmatico è Wide Sargasso Sea di Jean Rhys, riscrittura postcoloniale di Jane Eyre di Charlotte Brontë. Rhys racconta la storia della moglie “folle” di Mr. Rochester, Bertha Mason, dando voce a un personaggio relegato al silenzio nella versione originale. La narrazione dell’autrice restituisce profondità alla figura femminile e rivela la violenza coloniale e patriarcale alla base della costruzione del personaggio, mostrando come la follia della donna sia frutto della sua oppressione culturale e razziale.           

Rileggere non è venerare: che cosa possiamo fare oggi 

Leggere con occhi nuovi: la sfida contemporanea

Ma eliminare i “classici” dal nostro patrimonio culturale non è la soluzione. È necessario piuttosto imparare a leggere questi volumi con occhi nuovi, con una lente critica che ci consenta di apprezzarli senza dimenticare i loro limiti. La critica letteraria contemporanea ci offre degli strumenti per eseguire e portare a termine questo lavoro, per niente banale. Un esempio è il movimento di decolonizzazione del canone letterario, che propone di includere opere di scrittori non occidentali di fianco ad autori che esplorano temi come il femminismo, il postcolonialismo e la diversità culturale. 

Nuove voci per una narrativa più inclusivaRiflessione finale sulla lettura.

Nel corso degli anni, infatti, è emersa una nuova corrente di lettori e critici, i quali promuovono l’idea che i “classici” debbano essere integrazione di nuove voci piuttosto che esclusione. Autori come Chimamanda Ngozi Adichie, Toni Morrison e Jean Rhys, solo per citarne alcuni, hanno riscritto la narrativa classica portando prospettive nuove e riscrivendo la storia da punti di vista che il canone tradizionale ha ignorato. Leggere questi autori accanto a quelli considerati tradizionali risulta essere una modalità per fare in modo che il nostro rapporto con la letteratura sia maggiormente inclusivo e rappresentativo.

L’anticanone proposto da Mastrantonio

Una studiosa che si inserisce all’interno della moltitudine di voci che sostiene e incentiva questa integrazione è Monica Mastrantonio, la quale suggerisce un’aggiunta nei programmi scolastici e accademici di autori provenienti dalla parte meridionale del globo, spesso esclusi per motivi linguistici o per pregiudizi culturali. Quello proposto dall’appena citata critica postcoloniale e femminista – una sorta di “anticanone” –, non è identificabile come una sostituzione ma come un ampliamento del patrimonio letterario, che diventa così maggiormente rappresentativo della complessità della  realtà contemporanea.            

La cultura nell'era digitale.I compiti della critica

Inoltre, si ritiene doveroso sottolineare come il potenziale educativo dei “classici” possa essere sfruttato meglio se accompagnato da un’analisi critica. È fondamentale non solo leggere le opere, ma anche discuterle, metterle in discussione e interrogarle alla luce del presente. Questo approccio, che non prevede il rinnegamento bensì l’aggiornamento contestuale, consente di mantenere viva l’attualità di questi volumi.     

Conclusione 

In un mondo che cambia rapidamente, dove le voci delle minoranze stanno finalmente ricevendo maggiore attenzione, la lettura dei “classici” non può più permettersi di essere un atto passivo. Servono una lettura e un’interpretazione di tali opere come parte di un patrimonio culturale in evoluzione, non come libri intoccabili da venerare senza una riflessione critica. In questo modo, potranno continuare a dirci qualcosa, nonostante il tempo e le varie trasformazioni della società. 

Perché, in fondo, i “classici” sono davvero eterni non perché privi di difetti, ma perché, pur nei loro limiti, continuano a rispondere alle domande più profonde dell’animo umano, domande che sono sempre le stesse, anche se il mondo cambia continuamente.

FONTI: 

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