Sempre connessi
A Torino un ragazzino è stato ricoverato in crisi di astinenza perché i genitori gli avevano tolto lo smartphone per impedirne un utilizzo eccessivo. Questo gesto ha scatenato in lui una reazione simile a quella di chi interrompe bruscamente l’uso di alcol o droghe. Come per tutte le altre dipendenze anche l’attaccamento al dispositivo può causare delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito cerebrale della ricompensa. Il termine Nomofobia (abbreviazione della frase no-mobile phobia) è stato coniato per descrivere la sofferenza transitoria legata al non avere lo smartphone a portata di mano e alla paura di perderlo.
Le ricerche intorno alle associazioni tra l’uso dei social media e i problemi di salute mentale suggeriscono che i giovani con disturbi mentali tendono a utilizzare le piattaforme più frequentemente oppure con modalità diverse rispetto ai coetanei che non ne hanno. Negli Stati Uniti i livelli di ansia e depressione sono cresciuti di oltre il 50% dal 2010 al 2019 e nello stesso periodo sono state riscontrate tendenze simili anche in altri paesi, tra cui Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Paesi scandinavi e altri Stati in Europa, inclusa l’Italia.
I prigionieri dello smartphone
Le generazioni più giovani condividono una storia di turbolenze economiche e rapidi cambiamenti tecnologici che hanno plasmato il loro modo di vedere il mondo. Da una parte, c’è la Generazione Y che racchiude al suo interno i nati tra il 1981 e la fine degli anni ’90. Sono i primi a muoversi con più facilità tra le nuove tecnologie, i media e la comunicazione. Questa generazione ha vissuto sulla propria pelle la crisi economica tra gli anni 2007 e 2013, subendone i pesanti contraccolpi. Dall’altra parte si trova la Generazione Z, cresciuta all’ombra della crisi finanziaria del 2007-2008 poi colpita da una pandemia globale. In Europa occidentale, le due coorti sono più equamente distribuite e condividono una prospettiva cauta rispetto al futuro.
La generazione che soffre di ansia, depressione, autolesionismo e disturbi correlati più di qualsiasi altra corrisponde proprio a quella che comprende le persone nate a partire dalla metà degli anni Novanta. I dati mostrano che le malattie mentali tra i giovani sono cominciate ad aumentare notevolmente e un po’ dappertutto con il passaggio dai telefoni cellulari agli smartphone, e con il progressivo trasferimento online di gran parte della vita sociale dei ragazzi e delle ragazze. Questo cambiamento non si è limitato a coinvolgere solamente gli adolescenti ma si è esteso fino ai più piccoli che hanno cominciato ad avere accesso agli smartphone dei genitori e poi a possedere altri dispositivi già durante la scuola elementare.
L’algoritmo della solitudine
Dietro ad ogni schermo c’è un sistema complesso di calcolo che analizza e interpreta i dati personali di milioni di utenti. Sono progettati con l’unico obiettivo di catturare e mantenere l’attenzione degli utenti. Ogni interazione e ogni secondo passato a scorrere il feed contribuisce a rafforzare un modello predittivo che personalizza l’esperienza dell’utente, mostrando contenuti che possano generare il massimo coinvolgimento. Attraverso questo meccanismo gli algoritmi creano una sorta di bolla intorno ad ogni utente, selezionando contenuti che confermano le sue preferenze e interessi. Il fenomeno della bolla filtro da un lato rende il feed più coinvolgente, dall’altro limita l’esposizione a prospettive diverse.
Questa personalizzazione estrema può diventare un ostacolo per i giovani, ancora in fase di formazione della propria identità. Vivere in un ecosistema digitale chiuso significa rischiare di vedere il mondo attraverso un filtro distorto che rafforza stereotipi e pregiudizi. Le piattaforme social, attraverso i loro sistemi di ranking, danno priorità a post e contenuti che generano il maggior numero di interazioni. I ragazzi sono spinti a pubblicare i contenuti con l’unico scopo di ottenere visibilità e approvazione. Qualora non riceva le giuste attenzioni, l’adolescente si sente inadeguato con ripercussioni negative sull’autostima.
L’iperconnessione e l’uso costante di dispositivi digitali spingono alcuni ragazzi verso l’isolamento sociale estremo e compromettono le relazioni nella vita reale. Questo fenomeno è diventato un problema globale ed endemico. Il termine giapponese Hikikomori, coniato alla fine degli anni Novanta, indica una particolare condizione psicologica caratterizzata da un tipo di ritiro sociale che colpisce principalmente adolescenti e giovani adulti.
Impatto psicologico della pandemia sulle nuove generazioni
Durante la pandemia tutti gli Italiani hanno dichiarato di avere avuto problemi psicologici. I dati Censis mostrano che il 44,6% degli under 37 e il 49,4% dei giovani tra i 18 e i 25 anni ha sofferto di disturbi psicologici. Oggi, i giovani sono ancora più incerti e disorientati di quanto non possano essere stati in epoche precedenti a causa delle crisi economiche e sociali degli ultimi anni. I ragazzi e le ragazze soffrono molto di più d’ansia causata dal confronto continuo con i modelli irraggiungibili presenti su tutte le piattaforme social. La pressione arriva sia dalla società che dalle famiglie, che inconsapevolmente trasmettono aspettative implicite sul futuro dei figli, anche quando dichiarano di non averne. I ragazzi raccontano che vengono oppressi dalle aspettative troppo elevate, legate a performance, risultati e paura del fallimento.
Il mutamento delle relazioni sociali è stato accelerato dalla pandemia COVID-19 che ha esacerbato la trasposizione delle interazioni umane verso la sfera virtuale. I social network esercitano pressione anche sugli adolescenti che non ne fanno uso perché sono caratterizzati dall’effetto rete. Si tratta della sindrome “FOMO” (Fear of missing out), l’idea di essere esclusi e di perdersi qualcosa.
Il difficile mestiere del genitore digitale
La possibilità di avere internet a portata di mano e in ogni momento della giornata ha condizionato le esperienze quotidiane e i processi di sviluppo a tutti i livelli: amicizie, sessualità, sonno, studio e relazioni famigliari. Secondo Telefono Azzurro (2023), il 60% dei genitori non sa monitorare l’attività online dei figli, però molti di loro concedono lo smartphone anche a bambini di 6 anni (27,6% al Centro Italia, post-pandemia). Gli adulti utilizzano gli schermi come “babysitter digitali” per tenere occupati i figli durante le ore lavorative o nei momenti di stanchezza senza preoccuparsi che questa strategia temporanea venga interiorizzata dai bambini. Quando metto uno schermo davanti ad un bambino che piange gli insegno ad avere una soluzione esterna tramite un dispositivo piuttosto che a gestire la frustrazione.
Nelle nostre famiglie sono entrati i dispositivi tecnologici, sostituendo gli adulti: il 91% dei genitori utilizza dispositivi per intrattenere i figli durante il giorno (il 46% durante i pasti e il 39% prima dell’ora di dormire). Il risultato è una generazione di bambini che considera normale trascorrere la maggior parte del tempo libero consumando contenuti su tablet, smartphone e computer senza alcuna interazione costruttiva.
La generazione invisibile e inascoltata
Il telefono e il mondo virtuale hanno rotto il rapporto tra genitori e figli poiché è venuto meno il dialogo all’interno del nucleo famigliare. Invero, il 57% dei bambini e il 69% degli adolescenti riportano di sentirsi spesso messi in secondo piano dai genitori poiché impegnati con il proprio smartphone. In questo modo, gli adulti eludono il compito di recuperare i ragazzi “dimenticati” online quando esprimono una necessità o chiedono supporto. I giovani cercano di attirare l’attenzione degli adulti distratti attraverso gesti violenti per denunciare la loro situazione di disagio. La violenza e l’aggressività sono domande di aiuto, sebbene siano espresse in modo contraddittorio. I gesti aggressivi e violenti sono la traduzione in atti di quello che non è possibile esprimere con le parole e condividere con altre persone. Di conseguenza, l’adolescente aggressivo è solo un ragazzo che si sente incompreso.
Fuga nel mondo virtuale
Oggi, i genitori possono controllare i figli in qualsiasi momento e luogo grazie ai nuovi strumenti digitali. A partire dagli anni Ottanta gli adulti, influenzati dalle notizie trasmesse dalla televisione, hanno cominciato a temere per la sicurezza dei propri figli lasciati incustoditi. Un recente studio condotto dagli psicologi dell’Università di Torino ha evidenziato come un contesto familiare caratterizzato da un eccessivo controllo possa portare i più piccoli a percepire l’ambiente esterno come intrinsecamente minaccioso. I bambini sottoposti a un elevato grado di supervisione e restrizioni tendono a sviluppare un senso di ansia e vulnerabilità. Questa predisposizione può manifestarsi in difficoltà successive nel gestire situazioni sociali e nella costruzione di relazioni sane con i coetanei. L’approccio iperprotettivo dei genitori può ostacolare l’esplorazione da parte dei ragazzi e limitare le interazioni con il mondo che li circonda.
Dunque, gli adolescenti si rifugiano nel mondo virtuale dove non esistono regole per sfuggire al controllo e alla presenza costante dei genitori nella loro vita. Serve ricostruire un rapporto con la vita reale poiché il 57% dei ragazzi ha dichiarato che preferisce rimanere connessa online piuttosto che uscire all’aria aperta. Le esperienze virtuali mancano di molte delle caratteristiche che rendono le interazioni umane utili per lo sviluppo fisico, sociale ed emotivo.
Le interazioni nel mondo fisico sono: per lo più del tipo uno-a-uno; avvengono nello stesso momento così da evitare equivoci di stress in caso di mancata risposta immediata, rivelandosi utili per imparare a rispettare i turni nelle conversazioni; infine, le interazioni si servono delle mani, delle espressioni facciali e degli spazi, tutti elementi fondamentali del linguaggio. Perciò è importante concedere ai propri figli più indipendenza e libertà di giocare senza supervisione, e affidare loro maggiori responsabilità.
Schermi e segreti: crescere nascosti agli occhi degli adulti
Gli adulti credono di sapere come si comportano i figli a scuola, ma spesso ignorano cosa accade dietro le porte delle loro camerette. La serie tv britannica Adolescence di Netflix , ideata e scritta da Jack Thorne e Stephen Graham, ha avuto un forte impatto culturale sul pubblico poiché ha affrontato il tema della mascolinità tossica e i modelli negativi a cui sono esposti gli adolescenti online. Però la serie è interessante anche perché ha descritto in maniera realistica il comportamento dei ragazzi ed è stata in grado di rappresentare il loro modo di relazionarsi con gli adulti. Adolescence è composta da quattro episodi che raccontano quello che succede dopo l’arresto del protagonista Jamie Miller, un ragazzino di tredici anni.
La serie è riuscita a mettere in scena l’incomunicabilità tra genitori e figli: ad esempio, nella scena iniziale dell’appostamento il poliziotto riceve un messaggio dal figlio nel quale il ragazzo non riesce ad esprimere il disagio causato dagli scherzi dei suoi compagni a scuola. Quando si trovano davanti alcune difficoltà i ragazzi si affidano agli smartphone, ignorando i pericoli nascosti al loro interno poiché nessuno ha insegnato loro ad utilizzarli. Il rischio è che possano commettere sciocchezze o azioni avventate senza comprendere la gravità dei loro gesti.
Trovare ascolto
Si devono lasciare ai figli i propri spazi, ricordandosi però che hanno bisogno di qualcuno in grado di ascoltare le loro ragioni anche quando possono non venire condivise perché distanti dall’esperienza dell’interlocutore. Mai come in questo momento storico i ragazzi hanno bisogno di trovare ascolto, riferimento, condivisione. È fondamentale quindi incrementare l’ascolto dei nostri ragazzi, mostrarci pronti a rispondere alle loro domande per stimolarli a parlare dei loro problemi e a confidarsi senza timori, solo così potremmo davvero aiutarli, guidandoli in questo delicato passaggio all’età adulta.


