Le grandi città (in Italia e in Europa) si stanno impegnando in tema di mobilità sostenibile per ridurre le emissioni inquinanti dovute al traffico, ma non sempre incontrano il favore dei loro cittadini. Cerchiamo di farci largo tra lamentele gratuite e critiche ragionate.
Un corteo mancato
Circa un mese fa, il 16 novembre scorso, avrebbe dovuto tenersi a Roma un corteo automobilistico (organizzato da Fratelli d’Italia) per protestare contro le scelte della giunta Gualtieri in materia di mobilità. Per i promotori del corteo, la creazione di nuove piste ciclabili ha il solo effetto di congestionare il traffico (riducendo le carreggiate), così come ZTL e limiti a 30 Km/h, mentre il trasporto pubblico non è all’altezza. La soluzione? Tutti in auto, è meglio!
Il corteo automobilistico però non è mai partito. Motivo? Troppe macchine, si sarebbe bloccata la circolazione. La questura ne aveva autorizzate 100, ma se ne sono presentate 300. A detta degli stessi organizzatori: “Mettere in corteo 300 macchine significherebbe paralizzare l’intera città, non era questo l’obiettivo”.
La circolarità tra la motivazione alla base del corteo e il suo stesso insuccesso (ovvero promuovere l’uso dell’automobile in barba alla lotta al traffico, salvo poi scontrarsi con la realtà del traffico congestionato) è un harakiri. Però ogni critica costituisce sempre uno spunto di riflessione. E allora: le norme che le città stanno adottando per una mobilità sostenibile sono davvero utili? Ha ragione chi le critica, sostenendo che siano il frutto principalmente di estremismi ambientalisti? Oppure ad opporsi sono solo i nostalgici dell’automobile, restii al cambiamento?
All’origine dei provvedimenti sulla mobilità urbana
Partiamo dalla ragione d’essere dei provvedimenti che le maggiori città italiane ed europee hanno adottato negli ultimi anni per modificare la mobilità urbana.
Tutto nasce da un dato oggettivo e da una necessità elementare: il numero delle auto in circolazione è in continuo aumento e la qualità dell’aria che respiriamo va migliorata.
L’inquinamento atmosferico
Partiamo dall’inquinamento atmosferico: le conseguenze negative a lungo termine sulla salute umana sono state dimostrate da numerosi studi (problemi respiratori e cardiovascolari, insorgenza di tumori, specie per le fasce più deboli della popolazione).
Intervenire sulle cause dell’inquinamento atmosferico è un’operazione complessa, perché sono diverse le cause e la composizione dell’aria, ma semplificando si possono individuare tre grandi fattori: il traffico automobilistico, il riscaldamento domestico e le attività industriali.
E qui si pone la prima grande obiezione degli scettici in materia di mobilità sostenibile. C’è chi sostiene che il traffico urbano non sia così impattante sull’inquinamento atmosferico (“Concentratevi piuttosto sulle vecchie caldaie e sulle ciminiere”. Beh, a onor del vero si sta già intervenendo su quelle da un po’ di anni).
L’European Environment Agency invece cita il traffico come prima causa, ma, si sa, sulle percentuali è sempre bello litigare.
Quello che è certo è che qualsiasi studio, nel ripartire le responsabilità dell’inquinamento, cita assieme a riscaldamento domestico e attività industriale anche il traffico automobilistico. Significa che in ogni caso è un fronte sul quale intervenire.
Se non è possibile individuare un unico grande responsabile per l’inquinamento dell’aria (tipo il Dottor Male del PM10) che ci trovi tutti concordi, accontentiamoci di riconoscere che ci sono più fattori e che vanno tutti affrontati.
L’aumento delle automobili in circolazione
Dall’inquinamento atmosferico al numero di auto in circolazione, il collegamento è facile. L’Italia si pone da anni in cima alla classifica UE che mette in relazione numero di abitanti per numero di vetture. Ai vertici in classifica, ma in buona compagnia col resto dei paesi europei che registrano quasi tutti (rarissime le eccezioni) un continuo aumento nel corso degli anni del parco auto circolante.
L’aumento delle automobili in strada significa più tubi di scappamento in funzione, e fin qui è un calcolo semplice. Ma una conseguenza, per il traffico cittadino, è che contribuisce all’aumento progressivo dei tempi di percorrenza. Si tratta di una semplice proporzione tra spazio percorribile a disposizione e vetture in circolo. Se fuori dai centri cittadini si può pensare di ampliare la rete stradale, all’interno dei centri cittadini risulta difficile modificare in maniera significativa l’assetto stradale (a meno di non sventrare interi quartieri o riempire le città di sopraelevate). A parità di rete stradale urbana, l’aumento di automobili significa traffico più lento, più ingorghi, più emissioni.
Città sempre più lente?
Altra obiezione: le misure per la mobilità sostenibile in realtà non aiutano a ridurre i tempi di percorrenza, anzi, li aumentano (perché riducono le carreggiate per fare spazio alle ciclabili, introducono zone con limiti di velocità, ztl, etc).
Anche in questo caso sono state fatte diverse stime e la risposta non è univoca: a fianco di città che vedono migliorare la situazione del traffico, per altre ci vorrà ancora tempo perché le misure adottate diano effetti positivi.
Altro caso ancora quello di Londra, che vanta un impegno più che decennale in termini di mobilità sostenibile, ma dove i tempi di percorrenza in auto restano comunque alti, rispetto alla media europea. Perché? Perché Londra è una città attraversata da milioni di persone ogni giorno dove la congestione del traffico è ormai strutturale. Quindi i provvedimenti presi a Londra sono stati inutili? Beh, non proprio. Si stima che circoli un milione e mezzo di biciclette a Londra ogni giorno: provate a pensare a cosa succederebbe se tutti i ciclisti londinesi decidessero di prendere nuovamente l’auto.
Forse l’obiezione sui tempi di percorrenza non guarda la questione nella giusta prospettiva: con l’aumento delle auto in circolazione, si tratta in ogni caso di un peggioramento inevitabile. Quindi cercare di togliere automobili dalla strada è un modo per rendere la situazione più gestibile. Non sempre gli effetti sono visibili a breve tempo, ci vuole pazienza. Ma non agire per nulla porterebbe prima o poi alla paralisi (si veda il corteo con cui abbiamo iniziato l’articolo).
La prospettiva temporale
Quella del tempismo è forse la vera chiave per interpretare meglio lo scetticismo in materia di mobilità. Non è sempre facile avere una visione a lungo termine, specie se il presente preme con altre urgenze.
ZTL
Prendiamo il caso delle zone a traffico limitato: spesso la prima alzata di scudi è dei commercianti che temono le strade deserte e la fuga di clienti. Il timore è legittimo (“e se per respirare meglio rischio di chiudere bottega?”). In questi casi la bravura di un’amministrazione sta nel creare il giusto contesto (per esempio buona copertura dei mezzi pubblici con annesso sistema di parcheggio). Quando il meccanismo funziona, la ztl non diventa un deserto (legittimo terrore di qualsiasi commerciante) ma una zona a lenta percorrenza, dove le persone sostano/si incontrano (e di conseguenza consumano) con maggiore facilità.
Cambio di automobile: incentivato o obbligatorio?
Altro caso è quello delle limitazioni di accesso sui veicoli più inquinanti. Un conto è essere incentivati a comprare un’auto nuova, altra cosa è ricevere da un giorno all’altro il divieto di usare la propria vettura. Verissimo che il parco auto in Italia sia particolarmente scalcagnato e vetusto, ma nell’economia di una singola famiglia non è sempre possibile affrontare una spesa del genere senza il giusto preavviso. È un altro terreno che richiederebbe una pianificazione su lungo termine per coniugare il necessario aggiornamento tecnologico (vedi i motori elettrici) con l’effettiva capacità di spesa del contribuente medio (sul tema poi del potere di acquisto in Italia si aprirebbe un capitolo a parte, ma sarà per un’altra volta).
Farsi trovare pronti
Trovare i tempi giusti è importante anche per garantire un passaggio sicuro e fluido ad altri tipi di mobilità. Prendiamo l’esempio di Milano. All’indomani della pandemia sono aumentati i milanesi in sella alla bicicletta, ma al contempo c’è stata un’impennata degli incidenti stradali che coinvolgevano i ciclisti. Purtroppo le strade della città non erano pronte per un aumento così significativo del traffico ciclistico. Le piste ciclabili (che pure le ultime amministrazioni si sono sforzate di estendere, dopo un immobilismo di decenni) non erano sufficienti. Sono state realizzate in fretta nuove vie ciclabili e si è avviata una riflessione sui passi avanti che ancora deve fare la cultura automobilistica (che fatica a condividere la strada con altri mezzi di trasporto).
Se pensiamo alle critiche iniziali fatte alle piste ciclabili che riducono le carreggiate, qui troviamo il senso di questi interventi: può darsi che nell’immediato sembrino un inutile ingombro, ma devono essere pronte per accogliere l’aumento di flusso di chi decide di spostarsi diversamente che in auto.
Ma allora non ci possiamo lamentare nemmeno un po’?
Ritornando sui nostri passi, c’è qualcosa di vero quando si criticano provvedimenti che non sono ancora perfetti e che impiegheranno anni per svelare tutto il loro potenziale. Pensare però che sia una congiura ambientalista, è una conclusione che guarda poco ai dati oggettivi.
La verità è che il cambio di mobilità è in corso e, come tutte le cose in divenire, non è immune da imperfezioni o aggiustamenti di percorso. Altrettanto vero è che l’automobile in alcuni contesti resta la scelta principale non per una vera mancanza di alternative (che comunque vanno incentivate e migliorate), ma perché si tratta di un uso consolidato. L’aritmetica (ovvero la proporzione spazio urbano/numero automobili) ci spinge a cambiare questa abitudine: le strade cittadine non potranno assorbire all’infinito ogni anno l’aumento delle auto in circolazione. L’inversione di tendenza è necessaria.
Ci saranno dei sacrifici da fare? Certo. Ma non si tratta della prima volta che ci troviamo a dover fare uno sforzo personale per un miglioramento collettivo. Non era più comodo quando si buttava tutto nello stesso bidone della spazzatura? Non era più comodo potersi accendere una sigaretta al cinema o al ristorante, senza dover uscire dal locale? Non era più comodo lasciare gli escrementi di cane in bella vista sul marciapiede (qualcuno in effetti continua a trovarlo molto comodo…)?
Ah nostalgia canaglia… che ti prende e ti piazza in un corteo di automobili che non partirà mai.