Affluenti culturali manie identitarie

L’Europa (non) cristiana ‒ Fiumi, affluenti, effluenti culturali

Vent’anni. Son vent’anni almeno che si vogliono le radici europee quali cristiane, e questa idea torna a intervalli regolari nel dibattito pubblico. È la parola d’ordine preferita dall’identitarismo occidentale. La si è vista al centro delle polemiche sulla Costituzione europea, invocata da Giovanni Paolo II e poi assunta da Ratzinger come argine alla «dittatura del relativismo», la si ritrova oggi nei tweet dei ministri. Quando Antonio Tajani risemantizza il significato della bandiera dell’UE come un vessillo mariano, il Vecchio Continente si veste di cristianità: non sta solo proponendo un’interpretazione teologica, sta rilanciando l’idea che l’Europa abbia un’origine unica, ordinata, rassicurante, basata sulla fides.

In questa prospettiva, la tesi è cristallina, e avvolgente per alcuni: l’Europa e il cristianesimo trottano sulla stessa retta, l’una di fianco all’altro. I valori della comunità – dalla dignità della persona ai diritti umani – non sarebbero che la versione secolarizzata di contenuti evangelici. Il riferimento alle radici si presta benissimo a un racconto compatto, capace di tener assieme Atene e Gerusalemme, Roma imperiale e Roma papale, rivoluzioni moderne e la dottrina sociale della Chiesa. Eppure, il racconto è giocoforza selettivo: per reggere ha bisogno di mettere in ombra altre genealogie (il pensiero greco e romano, le eredità ebraiche e islamiche, l’Illuminismo, le correnti socialiste e femministe et cetera) e di presentare quale naturale ciò che è, in realtà, il frutto di innumerevoli intrecci e variegati conflitti.

Proprio su questo punto l’analisi storico-antropologica incrina la retorica delle radici. Francesco Remotti a più riprese ha anelato dimostrare che ogni identità è una costruzione culturale, fictio operativa elaborata da un gruppo per distinguere un fantomatico Noi da un preciso Loro. Maurizio Bettini ha ricordato come il passato venga continuamente riscritto per fornire al presente un’antropologia immaginaria della differenza, una narrazione rassicurante che compensi l’angoscia del cambiamento. Applicata all’Europa, la formula delle radici cristiane offre esattamente un’identità robusta in un’epoca fluida ma al prezzo di irrigidire i confini e di trasformare il pluralismo storico del continente in un monolite confessionale, gettandoci nel baratro dell’immobilismo ideologico.

Il paradosso è che molti dei cosiddetti principi valoriali europei nascono proprio dal tentativo di limitare la potenza distruttiva delle appartenenze religiose; si pensi alla laicità dello Stato, alla libertà di coscienza, al riconoscimento giuridico del pluralismo. L’Europa contemporanea è senz’altro figlia del cristianesimo ‒ anche del cristianesimo ‒ ma è prole pure delle sue critiche, delle sue eresie, delle sue secolarizzazioni. Ridurre tutto questo a un sistema di radici implica prendere la storia per un albero dal tronco unico, dalle diramazioni ordinate. E se provassimo a cambiare immagine? Non più l’albero e le sue radici, ora un fiume e i suoi affluenti, le sue confluenze, i suoi corsi dispersi.

Un’immagine fuorviante

L’immagine delle radici pare innocente, liminare a un’effigie poetica: un albero che affonda nel terreno, un tronco solido, rami che si aprono nel cielo. È proprio questa sua apparente ovvietà a renderla potente, rassicurante, persuasiva. Come ricorda Bettini, la metafora arboricola traduce in forma visiva due concetti astratti, ovverosia tradizione e identità, e li fa passare per qualcosa di naturale: le radici sono il fondamento, la parte che non si vede ma da cui tutto dipende; noi, dipinti come rami e foglie, volenti o nolenti non possiamo che ricevere linfa da quel tronco ch’è il passato. Tale prospettiva guida a una narrazione che fissa gerarchie, stabilisce la vicinanza alla sacralità dell’humus di certe tradizioni a discapito di altre, che obbligatoriamente vengono etichettate quali innesti tardivi o persino ospiti di noi europei.

Fortissima la verticalizzazione nella metafora. In basso le radici, in alto la chioma; in basso il fondamento, in alto la gloria. Lo schema si traduce agevolmente in un dispositivo di auctoritas: gli antenati stanno sempre più in profondità e da quella posizione dettano la norma per i rami futuri più in alto. Non è un caso se nello stesso discorso pubblico tradizionalista tornano ossessivamente anche certe altezze, certe vette, come il Sinai, il Golgota, l’Acropoli, luoghi mitizzati da cui discenderebbe la nostra identità euro-occidentale. Così non possiamo venir meno al suolo, non abbiamo libertà di scelta, non possiamo staccarci dall’albero senza seccarci.

Eppure, la storia non si comporta affatto come un albero genealogico ben potato. D’altronde, la fiumana ebraica che sale sul Sinai porta già con sé una cultura intrecciata con quella egizia, Roma nasce come meticciato di popoli ‒ e s’intreccia ben bene con gli stranieri tramite l’editto di Caracalla! Cristianesimo, Greci e Romani sono a tutti gli effetti il prodotto di innumerevoli scambi nel Mediterraneo. Se risaliamo il tronco, le radici non si riducono a una sola, anzi si moltiplicano fino all’infinito. Non esistono sommità assolute ‒ checché ne dica un “wojtyl-ratzingerista” ‒ se non al prezzo di chiudersi in una teologia identitaria. Le identità non poggiano su rocce eterne, sono invece costruzioni storiche, “finzioni” sociali che selezionano alcune memorie e ne scartano altre al fine di dare l’impressione di un’origine unica e compatta.

Ciò ha spinto Bettini a proporre un cambio di prospettiva (e di immagine metaforica) a favore di una tradizione che scorre in orizzontale. L’identità può esser vista come un corso d’acqua che riceve affluenti, si divide in rami, talvolta si inabissa e riaffiora altrove. L’immagine del fiume con le sue confluenze, i suoi depositi, le sue piene e le sue secche rende meglio l’idea di una cultura fatta di incroci, prestiti e scambi tra civiltà. Il punto di origine non è un unicum, ci sono sorgenti multiple, corsi laterali, dighe costruite ad hoc per deviare la memoria. Immagine decisamente scomoda per chi cerca certezze identitarie, dal momento che manifesta la mescolanza. L’idrografia culturale descrive meglio la vicenda dell’Europa, continente in cui s’incontrano e scontrano correnti greche, romane, giudaiche, cristiane, islamiche, illuministiche, socialiste, femministe…

100% identitario

Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.

[…]

Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano.

Nel celebre monologo di Ralph Linton, il 100% americano attraversa la propria giornata circondato da oggetti, abitudini, simboli che provengono letteralmente da tutto il mondo. Lo stolto ringrazia persino una divinità ebraica per la propria condizione da statunitense. L’operazione antropologica è semplice e micidiale, smontare dall’interno l’illusione identitaria mostrando che ciò che crediamo più nostro è il risultato di una lunghissima concatenazione di mescolanze.

Ralph Linton
Ralph Linton (1893 – 1953)

Se trasliamo questa scena sul terreno europeo, il bersaglio è immediatamente riconoscibile: anche qui abbiamo un 100% italiano, un 100% cristiano, un 100% europeo, figure che affollano i discorsi pubblici; anche qui l’identità viene retoricamente presentata come compatta, omogenea e autosufficiente e tutto ciò che la contraddice viene espulso dal racconto o degradato a dettaglio marginale. Alla fin fine l’identità è il prodotto di una decisione selettiva, non la scoperta di una sostanza nascosta.

Oggi la narrazione identitaria non vive più soltanto nei comizi o nei saggi militanti, al contrario si nutre dell’ecosistema digitale in cui trascorriamo buona parte del nostro tempo. Le cosiddette filter bubbles sono quell’ambiente informativo personalizzato in cui algoritmi e piattaforme selezionano per noi le notizie, le opinioni, i contenuti più simili a ciò con cui abbiamo già interagito. Il virtuale internettiano che prometteva apertura si trasforma in una camera dell’eco che ci rimanda soltanto ciò che conferma le nostre convinzioni, restringendo lo spettro delle voci ascoltate e rendendo sempre più improbabile l’incontro con il dissenso. Tali bolle alimentino polarizzazione, isolamento informativo, sfiducia sistematica verso tutto ciò che non coincide con il nostro orizzonte culturale di base ‒ ch’è, ovviamente, viziato.

In queste condizioni la fame di identità trova un piatto di leccornie: veniamo continuamente riforniti di conferme sul Noi, mentre l’alterità viene ridotta a minaccia o caricatura. Remotti parla dell’identità come di una «parola avvelenata», capace di cementare il senso che plasma noi stessi tramite finzioni rassicuranti.

In questo clima, l’ironia lintoniana ci ricorda che nessuno è (né può essere) al 100% qualcosa.

Sono un italiano vero?

Negli ultimi anni il quesito sull’essenza italiana è tornato prepotente nelle polemiche su Paola Egonu: prima lo sfogo in lacrime dopo i Mondiali del 2022, poi le frasi di Roberto Vannacci, per il quale i suoi «tratti somatici non rappresentano l’italianità», riprese e discusse in ogni contesto di dibattito e di critica.

Ha senso parlare di tratti somatici italiani? Che cosa s’intende esattamente con l’italianità? La nostra cittadinanza chiaramente non basta: esiste un tribunale informale della nazione che valuta il fenotipicamente in base a pelle o capelli, magari annoverando persino cognome e accento dei genitori.

Christian Raimo dimostra come la nostra italianità sia molto meno naturale di quanto pretendano i suoi difensori. L’identità nazionale, infatti, è una costruzione politica recente, che passa attraverso le mitologie del Risorgimento e la retorica scolastica, fino alla svolta patriottica di Ciampi, con bandiere e inni riscoperti in chiave civile. La stessa impalcatura viene poi rioccupata dal neonazionalismo sovranista: la patria cessa così di essere uno spazio di diritti condivisi e torna nel confine sacro identitario. L’italiano vero diventa allora il cittadino che difende i confini, respinge i migranti, diffida del cosmopolitismo, magari invoca le favolose radici giudaico-cristiane come marchio di fabbrica.

Egonu è nata in Veneto, ha la cittadinanza italiana, canta l’inno, si definisce «afro-italiana». Nonostante ciò, ella deve continuamente giustificare la propria italianità, come se il passaporto fosse un dettaglio e il vero discrimine passasse dal colore della pelle o dalla genealogia familiare. Ha senso legare l’appartenenza etnica a un certo fenotipo in un Paese che per secoli è stato crocevia di popoli? Ritorna la stessa retorica del Noi e dell’Altro, cosicché, laddove si vuole confermare lo spirito identitario, serve sempre l’altro.

La domanda giusta non è se Paola Egonu sia italiana, piuttosto dobbiamo chiederci chi si arroga il diritto di distribuire patenti di autenticità agli individui di questa società.

Tutta la storia ‒ da leggersi identità ‒ è una grossa bugia

Ogniqualvolta raccontiamo la storia di un popolo stiamo selezionando alcuni fili, tagliandone via molti altri, fino a dare l’illusione di un disegno continuo, compatto, ineluttabile. L’identità è una «finzione doppia», dice Remotti, costruita e insieme incaricata di occultare le operazioni che l’hanno edificata. La storiografia identitaria trasmuta un flusso di eventi in una narrazione coerente, cancellando le contaminazioni. La nota storia dell’Europa cristiana è invero il prodotto di questa esigenza di compattezza, un racconto che si finge descrittivo ma è di tutt’altra risma: pregiudizievole e artefatto.

Roma si presta molto bene quale exemplum. Dionigi (Alicarnasso, 60 a.C. circa – 7 a.C.) ricorda come l’Urbe sia divenuta grande non chiudendosi, ma aprendo la cittadinanza agli hostes che divennero cives e soprattutto praticando una virtus religiosa inclusiva: i Romani, scrive Minucio Felice, dopo aver espugnato una città «venerano gli dèi vinti, ricercano gli dèi stranieri e li rendono propri», innalzano altari persino agli dèi ignoti. In questo pantheon meticcio alcuni hanno individuato la matrice più profonda dell’Europa: noi siamo quello che siamo grazie all’attitudine a ricevere e innestare elementi esterni nel nostro tessuto socioculturale. Eppure, anche qui, il racconto identitario seleziona: l’Europa giudaico-cristiana oggi mobilita Roma solo come anticamera del cristianesimo, dimenticando quanto fosse strutturalmente ibrida e ospitale.

Lo si vede con chiarezza nel modo in cui è stata costruita la mappa cristiana della Terra Santa. Come ricorda Bettini rileggendo Maurice Halbwachs (1877 – 1945), solo molto tempo dopo la morte di Gesù le tappe dei Vangeli vengono affibbiate a luoghi precisi. Non si tratta di ricordi locali che riaffiorano, bensì di una topografia sorta per rispondere ai bisogni identitari cristiani, alla loro memoria collettiva. Non esiste, dunque, una sola storia, dal momento che la topografia biblica varia a seconda della confessione (non soltanto tra ebraismo, cristianesimo e islam, ma anche nelle varie denominazioni interne ai tre monoteismi sussistono differenze radicali in questo campo); esistono storie in competizione, ciascuna pronta a dichiarare bugia quella dell’altro.

Tantum identitas potuit suadere malorum

«Tantum religio potuit suadere malorum», scriveva Lucrezio. Oggi ci basta cambiare una parola per ottenere lo stesso risultato desolante.

Guardiamo al genocidio in Rwanda, in cui una distinzione etnica resa rigida dalle amministrazioni coloniali in poche settimane ha portato a un orrido sterminio. La frontiera artificiale tra Hutu e Tutsi è diventata un criterio di vita o di morte. Non è un caso estremo e lontano: è il laboratorio più brutale di ciò che accade quando una differenza storica e socioculturale viene congelata in identità assolute e contrapposte.

In Europa la violenza identitaria è spesso meno spettacolare ma non per questo innocua. La prospettiva teologica di Ratzinger, con l’idea di una verità cristiana non negoziabile opposta alla «dittatura del relativismo», lavora nello stesso registro, fissando un nucleo di identità religiosa come misura di tutto il resto.

La lettura mariana della bandiera UE, le invocazioni alle radici giudaico-cristiane come sigillo dell’Occidente, le pagine di Vannacci in cui si stabilisce chi rappresenta o meno l’italianità sono la stessa solfa: ogni volta che si definisce un “vero” europeo, un “vero” italiano o un “vero” cristiano si sta tracciando una soglia di esclusione.

Se qualcosa possiamo imparare dal fiume europeo testé descritto, è che l’identità che si crede pura non è solo una menzogna teorica, è una minaccia pratica. L’Europa che si racconta come tronco cristiano dalle radici millenarie tradisce la propria storia molto più di quanto non faccia chi ne riconosce gli affluenti pagani, ebraici, islamici, laici. La domanda politica, allora, non è come difenderci, piuttosto è come governare un corso d’acqua inevitabilmente misto. O continuiamo a cercare radici immaginarie per sentirci “veri”, rischiando di ripetere in forma sempre nuova il copione della violenza verso l’altro, oppure accettiamo di essere un bacino di acque diverse e facciamo della mescolanza – e delle regole che la rendono vivibilela sola identità non fasulla a cui valga la pena restare fedeli.

Fonti

Remotti F. 2025. Contro l’identità. Laterza.

Raimo C. 2019. Contro l’identità italiana. Giulio Einaudi Editore.

Bettini M. 2012. Contro le radici. Tradizione, identità, memoria. Il Mulino.

Remotti F. 2017. L’ossessione identitaria. Laterza.

Linton R. 2004. Lo studio dell’uomo. Il Mulino.

Martelli M. 2007. Senza dogmi. L’antifilosofia di papa Ratzinger. Editori Riuniti.

Linton R. 1964. Study of Man: an introduction. Student’s Edition. Appleton-Century-Crofts.

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