La medicina di genere, come definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, studia l’influenza delle differenze biologiche e socio-culturali tra i generi sulla salute e sulla risposta ai trattamenti. In particolare, la farmacologia di genere analizza come queste differenze di sesso e genere influenzino l’efficacia, la sicurezza e gli effetti collaterali dei diversi farmaci.
Il concetto nasce negli anni ’90, con l’articolo “La sindrome di Yentl” pubblicato dalla cardiologa statunitense Bernardine Healy sul New England Journal of Medicine, che denunciava la disparità di trattamento tra uomini e donne rispetto alle malattie cardiovascolari. Healy osservò che le donne ricevevano diagnosi e trattamenti cardiologici meno accurati rispetto agli uomini, a meno che non presentassero sintomi tipicamente maschili, dimostrando come i protocolli diagnostici fossero costruiti su campioni prevalentemente maschili. Questo primo, rivoluzionario articolo ha aperto la strada ad una revisione critica generale, e quindi alla nascita della medicina di genere come campo di studi.
Se il futuro della medicina passa da un approccio multidisciplinare, inclusivo e consapevole delle diversità, la farmacologia di genere non rappresenta solo una questione scientifica, ma anche etica e sociale: riconoscere le differenze significa garantire equità terapeutica e migliorare la qualità delle cure per tutti.
La medicina di genere e la sanità: biologia, ma non solo
Quale branca della disciplina che mira a riconoscere meglio quali siano le differenze biologiche e socioculturali tra uomini e donne per garantire diagnosi e terapie più appropriate, la medicina di genere è nata per superare l’impostazione tradizionalmente androcentrica della medicina e garantire così cure più appropriate e personalizzate per tutti.
La medicina di genere analizza l’impatto di sesso e genere sullo stato di salute e di malattia di ogni persona: secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), non si limita alla distinzione biologica tra uomo e donna, ma considera anche fattori sociali, culturali, economici e psicologici in gioco, quali disoccupazione, violenze, difficoltà economiche che possono incidere in misura maggiore sulla salute femminile.
Riconosciuta ufficialmente in Italia con la Legge 3/2018, a partire dall’anno 2019 è stato avviato un piano attuativo che promuove l’integrazione della medicina di genere nella sanità pubblica. La ricerca continua a mostrare differenze biologiche e cliniche tra i sessi che sono significative a fine terapeutici e diagnostici, di conseguenza istituzioni e comunità scientifica auspicano che la disciplina diventi base teorica per mettere in atto delle politiche sanitarie più eque per tutti i cittadini.
Il ruolo della comunità scientifica rimane quello di spingere per una medicina personalizzata, che tenga conto non solo del sesso biologico ma anche del genere come costruzione sociale, collaborando con le istituzioni per tradurre la ricerca in pratica clinica, influenzando protocolli, percorsi terapeutici e campagne di prevenzione.
La sindrome di Yentl: l’androcentrismo in medicina
Il termine coniato nel 1991 dalla cardiologa Bernadine Healy – prima donna a dirigere il National Institutes of Health (NIH) – descrive la tendenza della medicina a sottovalutare o non riconoscere i sintomi nelle donne, soprattutto quelli delle malattie cardiovascolari, portando a diagnosi tardive o a cure meno efficaci.
Per nominare questa “sindrome” della pratica medica, Healy si ispirò al personaggio reso celebre dall’attrice e cantante statunitense Barbra Streisand nel film Yentl. Come la protagonista del racconto di Isaac Bashevis Singer, che deve travestirsi da uomo per essere presa sul serio, così anche le donne con malattie cardiovascolari dovevano “assomigliare agli uomini” nei sintomi affinché potessero ottenere cure adeguate. La cardiologa aveva infatti osservato che le donne ricevevano cure adeguate solo quando presentavano sintomi “tipicamente maschili” di malattie cardiache, quali dolore toracico intenso ed oppressivo che si irradia verso braccio sinistro, spalla, mandibola o schiena; ma anche sudorazione profusa, dispnea improvvisa, nausea o vomito, perdita di forza, sensazione di svenimento fino al collasso. Si tratta di sintomi che oggi possiamo con cognizione di causa definire “maschili” grazie alle verifiche statistiche compiute in medicina di genere; all’epoca, tuttavia, poiché la maggior parte degli studi clinici storici veniva condotta su pazienti uomini senza immaginare (e quindi indagare) una possibile diversa sintomatologia femminile, questi erano considerati i sintomi tout court della malattie cardiache, con conseguente sottostima del rischio nelle donne e mancanza di cure adeguate.
Uno degli aspetti centrali della sindrome di Yentl evidenziato da Healy è che le donne, a parità di sintomi o rischio cardiovascolare, ricevono meno spesso procedure diagnostiche invasive e trattamenti mirati e specifici rispetto agli uomini. Questo perché, quando una donna non presenta il quadro “tipico”, viene considerata meno a rischio. Quei sintomi femminili più sfumati o atipici quali dolore toracico atipico, affaticamento oppure nausea venivano (e talvolta vengono ancora) interpretati come meno allarmanti ed attribuibili a cause non cardiache, quindi problemi quali ansia, stress oppure attribuibili a cause gastrointestinali, portando ad un minor ricorso ad esami diagnostici più invasivi quali la coronarografia. Questa disparità ha portato come effetti concreti a diagnosi tardive, trattamenti meno tempestivi e conseguente maggiore mortalità femminile per malattie cardiovascolari, con il rischio che rimane tuttavia sottostimato.
La pubblicazione di Healy suscita indignazione internazionale e diventa un punto di riferimento nei dibattiti sulla medicina di genere, mentre la sindrome di Yentl assurge a simbolo delle disuguglianza di genere nella cura della salute.
Differenze farmacocinetiche e farmacodinamiche: la farmacologia di genere
La differenza principale tra i sessi nella risposta farmacologica è la seguente: le donne hanno diversa composizione corporea ed attività enzimatica, che influiscono sulla farmacocinetica, sul metabolismo e sull’assorbimento dei farmaci, rendendole più soggette ad effetti collaterali, come ad esempio quelli causati dai farmaci ipolipemizzanti statine, antidepressivi ed anestetici.
Gli enzimi epatici che metabolizzano i farmaci, come il citocromo CYP450, possono infatti avere attività diversa tra i due sessi, modificando la velocità di eliminazione dall’organismo, con il tempo di svuotamento gastrico che risulta spesso più lento nelle donne, influenzando l’assorbimento orale, così come la clearance renale ed escrezione renale dei farmaci, che risulta più bassa nelle donne giovani.
Da segnalare anche l’efficacia ridotta di alcuni farmaci, come gli antipertensivi, soprattutto tra le donne in menopausa o sovrappeso, che tendono comunque ad usare più farmaci e fitoterapici, aumentando di conseguenza il rischio di interazioni farmacologiche multiple. Le donne, in generale, presentano generalmente una massa corporea ed una percentuale di grasso maggiore, che possono influenzare la distribuzione dei farmaci lipofili e l’assorbimento.
Infine, il ciclo mestruale, la gravidanza e la menopausa influenzano la farmacodinamica e la farmacocinetica, quindi l’assorbimento ed il metabolismo dei farmaci. Le terapie ormonali legate al sistema riproduttivo femminile, come ad esempio i contraccettivi orali, possono inoltre interagire con altri farmaci, alterandone l’efficacia o la tossicità a livello sistemico.
Va sottolineato inoltre che le donne risultano più soggette a reazioni avverse ai farmaci anche perché, spesso, ricevono dosaggi standardizzati su modelli maschili. Alcuni farmaci psicotropi ed analgesici, per esempio, mostrano efficacia diversa tra uomini e donne a causa di fattori ormonali differenti nei due sessi che non vengono presi in considerazione nel dosaggio: se gli antidepressivi SSRI riportano più effetti avversi nelle donne, incluso il rischio di stroke emorragico, gli analgesici oppioidi riportano invece una maggiore efficacia nelle donne, ma anche un più elevato rischio di depressione respiratoria.
📌 Messaggio chiave: le differenze come base per l’equità
La farmacologia di genere rappresenta chiaramente una sfida importante per la medicina personalizzata. Se veramente uomini e donne rispondono ai farmaci in modo diverso, diventa cruciale saper riconoscere queste differenze per garantire equità e una migliore appropriatezza delle cure.
A più di trent’anni dalla sua formulazione, la Sindrome di Yentl è ancora considerata un riferimento imprescindibile nella riflessione sulla medicina di genere. Tra le ragioni vi è sicuramente il fatto che le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nelle donne, persistendo ritardi diagnostici ma anche sottovalutazione dei sintomi più tipicamente femminili.
La sindrome di Yentl non è una malattia vera e propria, ma una “malattia della medicina” che evidenzia come l’approccio tradizionale abbia spesso ignorato – tra le altre cose – le peculiarità più propriamente femminili nella risposta ai farmaci. Se la ricerca e la pratica clinica sono storicamente basate su modelli maschili, con conseguenze negative sulla salute femminile, serve una medicina più personalizzata ed attenta alle differenze di genere, conscio della necessità di includere modelli biologici ed ormonali diversificati, anche nella sperimentazione preclinica.
Dal 2005 sono stati istituiti in Italia tavoli di lavoro, commissioni e progetti di ricerca per integrare la prospettiva di genere nella medicina e farmacologia, ma manca ancora un’applicazione sistematica nella pratica clinica. In questo senso, va sottollineato con forza che la farmacologia di genere non è la “medicina delle donne”, ma un approccio che considera differenze biologiche e sociali tra i sessi per garantire appropriatezza delle cure per tutti. Ignorare le differenze porta a rischi di sicurezza, inefficacia terapeutica e sprechi di risorse: per superarle si deve adottare un approccio di equità e personalizzazione, affinché uomini e donne ricevano cure più adeguate in base ai diversi fattori biologici e socio-culturali. La medicina di genere non è solo una questione scientifica, ma anche una leva per costruire politiche sanitarie più giuste e inclusive per tutti.
SITOGRAFIA:
Istituto superiore di sanità: cos’è la medicina di genere
Medicina di genere: una medicina a misura di ogni persona – ISSalute
La medicina di genere | Benufarma blog
How Barbra Streisand Fought Hollywood to Make Yentl
CREDITI IMMAGINI:
Immagine elaborata con IA