Una torbida ossessione familiare: “Più Lontano di così” di Lucrezia Lerro

Nessuno è stato forse così capace di dipingere in modo semplice i segreti e le oscurità che ogni famiglia cova in sé come Tolstoj in apertura di Anna Karenina. “Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Una frase breve, poco articolata, ma che racchiude in un secondo il mare magnum delle potenziali complessità familiari.
E proprio come tutte le famiglie, anche quella descritta da Lucrezia Lerro nel suo nuovo romanzo “Più Lontano di così” (La Nave di Teseo) ha qualcosa da nascondere.

Basandosi su un fatto realmente accaduto, la Lerro offre metaforicamente la sua penna a una giovane narratrice femminile. Leda è infatti la protagonista del romanzo, nipote di Luigi Linzio, caporale del tredicesimo Reggimento di Artiglieria. Luigi viene ucciso prematuramente a soli diciannove anni il quattro dicembre 1951, in una piazza della capitale, Piazza dell’Indipendenza. L’esecutore della sparatoria che gli toglierà la vita è noto: il suo nome è Francesca Rilo, la zia acquisita di Luigi.

Molti anni dopo nascerà la narratrice del romanzo. Leda è orfana di madre, vive in un paese del sud d’Italia con i nonni e con il padre. “Le lacrime e la disperazione non mancano mai nella quotidianità di chi ha avuto un’infanzia infelice”: la sua infanzia appare triste sin dai primi capitoli, piena di privazioni e inficiata fino al midollo dalle conseguenze del lutto della sua famiglia. Una crescita letteralmente al buio, per i rimbrotti della nonna sulla povertà e sul risparmio, per le critiche alla sua ossessione per i libri e lo studio. Leda non ha mai conosciuto Luigi, eppure la fotografia vista per anni in camera da letto genera in lei un’ossessione totale verso suo zio e le dinamiche del suo omicidio. Si instaura dunque un meccanismo morboso, di considerevole connessione tra zio e nipote e, soprattutto, di estrema ricerca della verità. Lo zio diventa per Leda la “Dalia nera“, la stella verso cui orientare tutta la sua vita.

“Ognuno ha la sua dalia nera e la mia è Luigi Linzio. Era Elizabeth Short la Dalia Nera, assassinata nel gennaio del 1947, all’età di ventitré anni, negli Stati Uniti. Perché? A chi aveva potuto far male una ragazza che amava con le sue ambivalenze la vita? Né troppo vicina né troppo lontana la sua storia per lasciarmi indifferente.”

Nel corso degli anni la nipote diventa dunque un’accurata archeologa del suo passato familiare: decisa a ripercorrere qualsiasi traccia ancora esistente, inizia un’indagine autonoma che le permetterà di mettere a fuoco le verità più malcelate di tutta la vicenda. Leda si reca infatti direttamente sul luogo del delitto, prova più volte a poter parlare telefonicamente e di persona (quasi arrivando a ciò che nella realtà sarebbe stalking) con plausibili testimoni della vicenda. Attraverso le fonti dell’archivio di Rebibbia a Roma avrà la possibilità di toccare i proiettili che hanno colpito il corpo di Luigi e scovare molte lettere che riporteranno alla luce torbidi segreti e scandali familiari.

“Spetta a me narrare la tua storia, dopo quel disordine dentro e fuori casa, dopo il sangue e le lacrime versate in silenzio.”

È purtroppo difficile, però, empatizzare con Leda e il suo percorso, sia per lo stile con cui il romanzo è scritto, sia per il carattere stesso della protagonista. Lucrezia Lerro sembra infatti mettere a punto un’opera più votata all’aspetto stilistico che contenutistico; i capitoli hanno a volte più il tenore di un esercizio di prosa o di ode nei confronti di uno zio mai visto e mai conosciuto. Nessun personaggio viene analizzato in maniera profonda e in ogni pagina emerge solamente la voce prepotente ed eccessiva di Leda.

Sebbene si comprenda che la ragazza abbia vissuto una vita difficile sin dall’infanzia con dovute conseguenze sul suo sviluppo psicosociale, i suoi comportamenti risultano spesso dissonanti ed esagerati. Leda è infatti incapace di costruirsi una stabilità lavorativa, ha una totale inabilità nel relazionarsi e nel fidarsi del prossimo (ad eccezione di chi le fornisce informazioni su suo zio) e sembra essere decisamente insofferente a molti aspetti del quotidiano. Perennemente in guerra con chi non santifica la memoria di Luigi e con chi si oppone indirettamente alla verità, il suo unico pensiero è proprio suo zio, la cui fotografia è sempre con lei in qualsiasi posto lei vada. Già dalla genesi, però, la sua ossessione (anche per le modalità di stesura dei capitoli) non appare affatto sana e affettuosa, ma patologica e pericolosa.

La famiglia di ogni lettore nasconde segreti, turbamenti o mancate felicità; “Più lontano di così” non è purtroppo il cantuccio in cui ripararsi e imparare a sopravvivere.

FONTI

Lucrezia Lerro, Più Lontano di così, La Nave di Teseo, 2019

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