mille e una notte

Le mille e una notte: la bellezza del raccontare

Ci rimboccavamo le coperte a vicenda, ci aggiustavamo il cuscino sotto la nuca, e, dopo un paio di sgomitate, aspettavamo impazientemente l’inizio della storia. Da quel momento tutto poteva accadere. Chissà chi sarebbe venuto a darci la buonanotte quella sera. Forse quello strano Omino che avevamo lasciato perso nel bosco la sera prima, o magari quel combina guai di Pierino che si era nascosto sotto la cattedra della maestra, o forse… forse si sarebbe risvegliato il Mostro-della-caverna, che da secoli dormiva facendo tremare l’intera montagna. L’emozione era palpabile, e l’attesa non faceva altro che alimentare la nostra fantasia di bambini. La nonna, custode di ogni racconto, entrava nella cameretta avvolta in un’atmosfera di solenne venerazione.

Quello che oggi è un rito riservato (quasi) solo ai più piccoli, è stato per secoli il mezzo grazie al quale ci hanno raggiunto le storie della notte dei tempi. Sopravvissute a una inevitabile rielaborazione, alcune storie della tradizione orale hanno trovato approdo su supporti ben più solidi dell’aria sottile nella quale avevano viaggiato per secoli.

Verba volant, scripta manent, diceva un giorno Caio Tito al senato romano, volendo sottolineare il ruolo di documento delle parole scritte “nero su bianco”, diremmo oggi.

Le parole volano, gli scritti rimangono.

È da queste “parole alate” che bisogna partire per apprezzare a fondo quelle che oggi conosciamo come pagine scritte. L’espressione deriva niente di meno che dall’Odissea ed è il fulcro dal quale nasce la discussione sulla tradizione orale delle opere omeriche.

Le parole, volando, permettono ai racconti di circolare, senza preoccuparsi di serie faccende di proprietà. Ciascuno ne diventa narratore, e così, ogni racconto è il frutto di una storia in divenire. I racconti di quelle che oggi sono “Le mille e una notte” , prima di essere scritti, raccolti ed organizzati, altro non erano che storie volanti. Parole regalate a delle orecchie ascoltatrici in India, modificate in Persia, rimescolate e reinventate in Egitto, approdate e tramandate in Mesopotamia.

E chissà da quale di questi narratori è nata la storia del marinaio Sinbad, da chi è stato ispirato il racconto del ladruncolo divenuto il principe Aladino, e a che punto tutte queste siano state riunite nella vicenda della narratrice Shahrazād e del re Shahriyār. La contorta struttura dei racconti è infatti composta da molteplici cornici, chiaro residuo della tradizione orale delle origini, e oggetto di numerosi studi. La varietà e diversità delle edizioni oggi reperibili delle Mille e una notte è dovuta all’inevitabile adattamento del racconto ai canoni estetici e morali delle diverse epoche storiche. E qui viene il bello.

Lo svilupparsi di una tradizione scritta, orientata alla conservazione ed alla diffusione dei racconti, è al tempo stesso causa della fossilizzazione dei racconti stessi, che smettono di essere opere in divenire, “parole alate”, e divengono opere monumentali.

Immaginiamo la fase di costruzione orale dei racconti delle Mille e una notte come un film, mentre la fase di rimaneggiamenti scritti come una serie di fermi immagine. Certo, i fermi immagine permetteranno un’accurata lettura e rilettura, ma quanto è stato paradossalmente perso nel tentativo di conservare? Tutte le versioni contemporaneamente esistenti in diversi luoghi si sono ad un certo punto andate riducendo fino ad esaurirsi nei fotogrammi della tradizione scritta.

Le cronache de’ Sassaiani, antichi Re di Persia, riferiscono esservi stato un Re il quale era amato dai sudditi per la sua saviezza e temuto dai vicini per la fama del suo valore.”

Così inizia l’introduzione della prima edizione in lingua francese tradotta dall’arabo, scritta da Antoine Galland, orientalista morto nel 1715.

Gli scritti restano, prove di un presente che diviene immediatamente passato. E così il testo di Galland, tradotto da dei manoscritti del VII secolo, si aggiunge alla stratificazione interpretativa del testo originale, imprimendo nel racconto volatile l’immodificabile fermezza della sua traduzione scritta.

Già il grecista Milman Parry ed il suo allievo Albert Lord studiando l’Iliade e l’Odissea nel 1935 erano giunti alla conclusione che nella tradizione orale il concetto di “originale” perda di senso, in quanto ogni narratore non può esimersi dall’intervenire modificando il racconto.

E se oggi ci è quasi impossibile pensare ad una parola che non sia scritta, e Le mille e una notte sono un magnifico volume di cui possiamo scegliere l’edizione che preferiamo, non dimentichiamo che Shahrazād salvò sé stessa e tutte le donne del regno dalla folle rabbia del Re Shahriyār grazie alla bellezza del raccontare, la stessa bellezza che ha permesso alle sue storie di viaggiare fino ad oggi.

Scheherazade avendo terminate le sue Novelle e non avendone altre da cominciare si prostrò innanzi al Sultano delle Indie, dicendogli: — Potente re del mondo, per lo spazio di mille e una notti la tua schiava t’ha raccontato delle piacevoli e dilettevole storie. Sei tu soddisfatto, o persisti ancora nella tua antica risoluzione?”

 

Fonti

Le Mille e una notte : Novelle arabe. Milano : Bietti, 1934. – Liber Liber

maremagnum.com

René R. Khawam, Basilio Luoni, Le mille e una notte, Rozzoli libri, 2011

pensierocritico.eu

Credits

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