Esistono storie semplici, apparentemente scanzonate e divertenti. Racconti che parlano di nuda quotidianità senza dover ricorrere a giri di parole, senza dover necessariamente attingere a troppe metafore. Narrazioni che appaiono banali in superficie, ma che a volte ci ricordano semplicemente piccoli aspetti bellissimi della nostra vita ordinaria, spesso dimenticati o sottovalutati a causa della routine.
Sono vicende che hanno il potere di fare compagnia e cullare la mente con intrecci modesti, quasi con lo scopo di far filtrare più le emozioni che il contenuto.
A questa particolare categoria appartiene “L’anno in cui imparai a leggere”, libro scritto da Marco Marsullo ed edito da Einaudi.
Il libro è il racconto vivo e privo di censure di una famiglia dell’Italia del nuovo decennio. In un mondo di famiglie arcobaleno, famiglie separate e ricomposte, “L’anno in cui imparai a leggere” è una marionetta tenuta in piedi da una famiglia atipica di tre uomini, messa in piedi dalla casualità oltre che dall’affetto.
Niccolò è il protagonista del romanzo. Ha venticinque anni e, come netta conseguenza del suo mestiere di scrittore, è anche il narratore di tutta la vicenda. Ha appena concluso il suo primo romanzo, divenuto un totale successo editoriale. Proprio durante una delle varie tappe del tour promozionale della sua opera nella città di Napoli (città di origine dell’autore e del protagonista), accade il colpo di fulmine: Niccolò conosce Simona, una sua coetanea. Da queste prime pagine potremmo ipotizzare l’evoluzione di una mera fiaba d’amore dei tempi moderni, eppure Simona non è una venticinquenne come tutte le altre.
La ragazza ha infatti una quotidianità molto fitta, compressa tra più lavori ma soprattutto tra le esigenze di un piccolo esserino di quattro anni: Lorenzo.
Simona è una madre single, che ha abbandonato (temporaneamente) tutti i suoi sogni, anteponendo a tutto la gestione di suo figlio. Niccolò, al contrario, non ha alcuna esperienza in tema di genitorialità, non ha mai gestito alla sua età un bambino ed è costretto, inizialmente suo malgrado, a fare dei piccoli passi nel mondo dei piccoli. L’amore per Simona è infatti così forte da spingerlo a tentare un avvicinamento a Lorenzo e accettare tutto il pacchetto di vita che la sua donna offre con sé. L’impatto non è sicuramente semplice; Lorenzo non si mostra subito ben disposto verso un estraneo che piano piano cerca di conquistare territorio in casa sua. La convivenza diventa quindi un percorso di scoperta, tra l’ostracismo del piccolo, il desiderio di mantenere la camera da letto come luogo privato suo e della mamma e la capacità di Simona di mediare tra i due piccoli uomini della sua nuova vita.
Questo nuovo ecosistema, sebbene in positiva evoluzione, ha il potere di ravvivare le insicurezze affettivo-familiari di Niccolò sedimentate nel tempo e ingigantire il suo blocco dello scrittore, facendolo dubitare del proprio talento.
“Perché i figli non sono solo di chi ci mischia dentro il corredo genetico. I figli sono di chi se ne prende cura, di chi scova un ultimo granello di energia per loro, la sera, dopo una giornata infernale. I figli sono di chi, senza pensarci troppo su e senza una garanzia, s’innamora di loro, anche se hanno gli zigomi di un’altra persona”.
Il tutto si complica quando accade un brusco cambiamento nella routine in rodaggio dei tre personaggi. Simona ha acquisito linfa vitale dalle nuove dinamiche familiari e, in una spinta decisamente egoista e forse poco responsabile, decide di inseguire il sogno di diventare attrice che era stata costretta a segregare in un cassetto. La ragazza, con un’immaturità che appare poco coerente con i quattro anni vissuti precedentemente col proprio bambino, inizia dunque il suo personale tour teatrale in giro per l’Europa, abbandonando letteralmente suo figlio nelle mani del suo ragazzo. Il distacco, inizialmente previsto per poche settimane, si prolungherà in maniera inaspettata.
Sarà in questa fase che il libro inizierà ad assumere le tinte di una tragi-commedia, in cui in modo dolce, spensierato e a volte molto ironico, Marco Marsullo ci racconta la trasformazione di questa famiglia tanto atipica da sembrare aliena. Infatti, nella confusione già generata dall’abbandono temporaneo di Simona, si inserisce l’arrivo a gamba tesa dall’Argentina di Andrès. Quest’ultimo è il padre naturale del bambino, un musicista riccioluto e tatuato, che scappa da vari grattacapi che avrebbe dovuto affrontare nel suo paese natale e che arriva a casa di Simona senza nessuna intenzione di andarsene.
Andrès e Niccolò amano quella stessa donna per motivi diversi e in modalità del tutto opposte, per questo inizialmente si odiano e sembrano quasi anteporre il loro risentimento a tutto il resto. Come il piccolo Lorenzo, entrambi sono però stati abbandonati da quella donna e dovranno ricorrere al supporto reciproco per poter rimanere a galla in questa particolare situazione.
Si creano così dinamiche nuove, in cui questi tre uomini si mettono in viaggio, non senza difficoltà, rancori e dolore, in un percorso di ricostruzione della propria quotidianità per un intero anno. Un anno di biscotti affogati nello yogurt a colazione, un anno di calzini antiscivolo, un anno di capricci, un anno di percorsi tra casa e scuola materna, un anno di strani video su Youtube.
Un anno di una famiglia i cui componenti si sono scelti e hanno compiuto un percorso di trasformazione e maturazione, aggrovigliando i propri cuori nel tempo.
“Quel tlac che fa il cuore quando ti unisci a qualcuno che, sai benissimo, non dimenticherai mai.”
Sebbene in una fase iniziale della lettura ci si chieda quanto realismo possa esserci in una narrazione di questo tipo, nelle scelte di Niccolò e in una famiglia così zoppicante, lo scorrere delle pagine convince e catapulta in modo tenero in un mondo di scoperte da cui è difficile staccarsi nel finale. Al di là della trama e dei vari eventi che accadono nel romanzo, la leggerezza (non pressappochista) con cui tutto viene descritto sembra accendere nel lettore il ricordo della propria famiglia, della propria infanzia e soprattutto della propria claudicante quotidianità.
Lo stesso finale, che appare come una battuta d’arresto troppo netta, rientra in questo quadro, ricordandoci quanto la vita, sebbene a volte leggera e piacevole, nasconda imprevisti dolorosi a cui è impossibile arrivare preparati.
Marco Marsullo, L’anno in cui imparai a leggere, Einaudi, 2019