La sensazione è quella di un eccesso, di un’abbuffata di modernità cui segue inevitabilmente un rigetto. Eppure, nella società contemporanea, spesso non conosciamo davvero ciò che consumiamo.
Anche quando parliamo di “modernità” non ci riferiamo, come crediamo, a una generica forma del presente, ma a un modello preciso che abbiamo interiorizzato come unico possibile: quello occidentale.
Le sue radici affondano nel pensiero illuminista. Qui prende forma l’idea di una società razionale e secolarizzata, in cui la politica si emancipa dalla religione e la conoscenza scientifica diventa lo strumento principale per comprendere e trasformare il mondo. Il progresso assume così una direzione lineare: una storia concepita come accumulo e miglioramento continuo, orientata verso forme sempre più efficienti di organizzazione sociale.
È un modello che, soprattutto in età coloniale e post-coloniale, si è diffuso su scala globale, venendo interiorizzato anche da chi lo ha subito. Ma la sua universalità è più un presupposto che un dato di fatto. L’Occidente continua spesso a leggere ogni deviazione come incompletezza: come se esistesse un’unica forma “riuscita” di modernità e molte versioni imperfette.
In questo quadro, molte società africane e asiatiche si trovano nella posizione di importatrici di modelli elaborati altrove, più che di centri autonomi di produzione culturale. Ma ciò che appare naturale – individualismo, razionalità scientifica, democrazia, produttività, consumo, centralità del denaro – è in realtà il risultato di una lunga sedimentazione storica, non una evidenza universale.
La modernità, in altri termini, non è un destino ma una costruzione storica. E come ogni costruzione, può entrare in crisi.
Non è raro che questi sistemi inizino a mostrare segni di logoramento proprio quando la loro promessa di senso diventa meno credibile. Quando la distanza tra valori appresi e realtà vissuta si allarga, si apre uno spazio di disorientamento. È qui che si produce la fuga: verso ciò che appare stabile, originario, ordinato. La religione, la spiritualità, il passato.
Nel passato, Lev Tolstoj rappresenta bene questo movimento. Il suo ritiro a Jasnaja Poljana non è solo una scelta biografica, ma un gesto di rifiuto della modernità stessa. Nelle sue posizioni – così come in Levin in Anna Karenina – la società contemporanea appare attraversata da ipocrisie profonde, mentre l’idea di progresso si riduce a strumento di dominio delle élite.
Anche sul piano geopolitico, Tolstoj guarda con sospetto al dinamismo imperialista europeo. Il movimento coincide per lui con il disordine, mentre l’immobilità assume il valore di una forma di protezione morale. Ne deriva il recupero idealizzato di un ordine agrario, percepito come ultimo spazio di stabilità in un mondo in trasformazione accelerata.
La conservazione, in questo senso, è una delle risposte più immediate alla perdita di controllo.
Qualcosa di analogo si è visto, in forme diverse, dopo le cosiddette Primavere arabe. Le rivolte iniziate nel 2010 hanno aperto uno spazio di aspettativa democratica che, nella maggior parte dei casi, si è rapidamente trasformato in instabilità politica, conflitti interni e nuove forme di autoritarismo. L’idea di importare modelli occidentali di governo si è spesso scontrata con strutture sociali ed economiche fragili.
In questo scenario, la religione è tornata a occupare uno spazio centrale come principio di coesione e riferimento morale. Più che semplice ritorno al passato, si tratta di una forma di riorganizzazione del senso in condizioni di incertezza.
Non è un caso che l’Islam sia oggi tra le religioni in maggiore crescita a livello globale, mentre in molte società occidentali il cristianesimo conosce un progressivo indebolimento istituzionale e pratico. Ma questo dato non coincide con la scomparsa del bisogno di spiritualità. Al contrario, proprio nelle società secolarizzate emergono nuove forme di ricerca del senso, sempre più individuali e svincolate dalle istituzioni religiose tradizionali.
Tra le nuove generazioni si osserva una crescente attenzione verso pratiche di meditazione, percorsi interiori, forme di esoterismo o spiritualità non istituzionale. Fenomeni eterogenei, ma accomunati da una stessa esigenza: ricostruire un significato in un mondo percepito come instabile e frammentato.
La crisi della modernità non sembra dunque aver eliminato il bisogno di credere, ma averne trasformato le forme. Se le grandi narrazioni politiche del Novecento appaiono indebolite, il bisogno di ordine, appartenenza e trascendenza continua a riemergere, in modalità nuove e spesso imprevedibili.
Forse la modernità non ha distrutto il sacro. Lo ha solo reso meno riconoscibile.
Fonti:
Amato, V. (2017). La nuova centralità del Mediterraneo. Fratture, flussi, reti. Aracne
Carpi, G. (2020). Storia della letteratura russa. Da Pietro il Grande alla rivoluzione d’Ottobre (Vol.1). Carocci
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